La questione del salario minimo: nuovi e più gravi problemi

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di Sandro Antoniazzi

E’ ormai da lungo tempo che si trascina il problema del salario minimo, senza che si riesca a individuare una via d’uscita.

Tradizionalmente su questioni di natura sindacale, la via d’uscita è una mediazione, possibilmente dignitosa per tutte le parti.

In questo caso le vicende si sono aggrovigliate: i sindacati sono divisi, gli imprenditori stanno a guardare come se non c’entrassero, il governo vuole chiudere, ma non con una mediazione, ma mettendoci una pietra sopra o, meglio ancora, con un intervento d’autorità.

Il governo dapprima ha passato la palla al CNEL, il cui presidente ha fatto il suo dovere di persona schierata e fedele alla linea governativa, guardandosi bene dall’avanzare un qualunque tentativo di soluzione: il problema non esiste, rientriamo nelle ipotesi europee (con i contratti collettivi che coprono il 95 % dei lavoratori. Sì, ma come?), al massimo possiamo migliorare, insieme all’STAT, le statistiche e le rilevazioni.

Più volte ho espresso i limiti dell’intera vicenda: la materia è eminentemente sindacale (il salario!) e non è plausibile assumere un’iniziativa legislativa in proposito, senza una concordanza, almeno di principio, con le organizzazioni sindacali.

In secondo luogo, per affrontare questi problemi, è logico che i sindacati debbano cercare una posizione unitaria, altrimenti si va verso il caos e verso ulteriori difficoltà per il sindacato (non è una gara in cui vince l’uno e perde l’altro; perdono tutti).

Gli imprenditori stanno a guardare, lieti del fatto che i sindacati se la prendano col governo e non con loro (altro grave errore strategico quello di non aver coinvolta il padronato).

In tutto questo bailamme, che dura da troppo tempo, non si è elevata una voce, una sola, che proponesse qualche ipotesi di soluzione (salvo i tre miseri consiglieri del CNEL che suggerivano di fare almeno una sperimentazione per delle categorie più disagiate).

Ma non siamo un paese di giuristi del lavoro, di sociologi del lavoro, di economisti del lavoro? Ce ne erano tanti una volta e ce ne sono tanti ancora oggi; forse quelli di una volta avevano più coraggio e più passione civile?

Non è possibile prendere decisioni se non ci sono sul tappeto ipotesi di soluzione fra cui scegliere, da verificare, da sperimentare.

Forse le mie conoscenze sono limitate, e ne chiedo venia, ma non ho letto nessuna proposta che illustri come combinare il salario minimo coi contratti di categoria, che costituisce il nodo centrale del problema.

In questa assenza di elaborazioni emerge oggi una proposta, tipica di questo governo: ci penso io, lasciate fare a me.

Il governo, in pratica il ministro del lavoro, si impegna a intervenire perché i salari più bassi siano adeguati a quelli della contrattazione collettiva; non solo, ma il ministro interverrà anche per i contratti scaduti, però solo per la parte retributiva e realizzerà interventi contro i contratti pirata.

Ma non sono tutte attività proprie del sindacato? Non sono in sostanza i punti che la Cisl criticava della proposta di legge? Cosa farà ora la Cisl perché la sua opposizione al concetto di salario minimo stava proprio nella diffida di un intervento pubblico sulla contrattazione ed è difficile spiegare queste proposte se non come la volontà di un intervento dirigista: peraltro col rischio che sia più pericoloso perché, invece di una legge decisa dal parlamento, si tratta di tanti provvedimenti singoli nella facoltà del ministro.

Prima che la voga dirigista del governo (di cui Salvini è il primo banditore) prenda piede anche in campo contrattuale, forse è bene che i sindacati facciano un ultimo sforzo di trovare un’intesa e di rivolgersi al governo con una proposta unitaria.

 

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