Eppure c’è un altro modo di pensare ai giovani

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Laura Rozza Giuntella

Vorrei scrivere di un mondo diverso. Ieri girando per Roma ho avuto l’impressione che l’unica attività in corso fosse quella degli attacchini che oramai a tutte le ore scollano quintali di manifesti e li riattaccano sui cartelloni arrugginiti da migliaia di confronti elettorali … Una città che muore nel traffico incontrollato, in preda a stanche ma ancora potenzialmente distruttive tribù barbariche. Ognuno per sé. Difficile trovare uno spirito solidale, una voglia di fare insieme e per il bene di tutti in giro per la città (c’è per fortuna se uno lo va a cercare, per carità), ma non è proclamato non è visibile. Arrivo dopo un interminabile viaggio a Boston, la città ferita, eppure a ogni angolo di strada vedo ragazzi che spingono immensi e allegri carrelli gialli pieni di scatoloni. Sono finiti gli esami, i ragazzi tornano a casa. E’ confortante vedere questi ragazzi in giro per la città che spingono carrelli di libri, da noi non si vedono proprio i ragazzi, se non nelle piazze fumose e disperate della movida. I carrelli chi li fornisce? L’università. Le case in mattoncini rossi curatissime circondate da aiuole fiorite di chi sono? Dell’università! Qualcuno ha capito che i giovani, non importa dove siano nati, costituiscono la promessa. E non si tratta solo di buttarne una manciata nelle istituzioni, ma di farne il cuore di qualsiasi progetto. Ripartiamo dalla cifra, forse la più tremenda di questo anno 2013: il 38 per cento di giovani disoccupati … Vediamo come si intende far fronte a questa cultura abortista della nostra società, che butta una generazione di non–nati al futuro. Massacrati nelle scuole, private di ogni risorsa, persino dei gessi per scrivere alla lavagna … (altro che tablet), tenuti prigionieri in elefantiache università che non sanno promettere nulla (infatti, non è un caso la forte flessione nelle iscrizioni), buttati allo sbaraglio in miriadi di master post-laurea, in fila a pietire stage gratuiti o semi- gratuiti. Una società in pieno deficit di accudimento, come direbbe Moretti, che si ripiega su se stessa come quelle strane collose masse di manifesti stratificati, faccia sopra faccia, e staccati come un’unica pelle coriacea dai tabelloni oramai arredo perenne dei nostri marciapiedi.

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