La sfida del prossimo Sinodo sulla famiglia

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Vorrei sottolineare un concetto: la sfida del prossimo Sinodo sulla famiglia è la stessa che la comunità ecclesiale ha vissuto per il Concilio Vaticano secondo.  E lo è su un tema, quello della  famiglia,  vissuto nel concreto delle vite dei singoli.

La sfida è ancora nella costruzione del rapporto fra la perennità, l’essenzialità, l’universalità del messaggio evangelico e la sua traduzione concreta entro la storia degli uomini; una storia tutt’altro che identica, segnata da un mandato e da uno sviluppo evolutivo  (“crescete, moltiplicatevi e dominate la terra”) da riscoprire costantemente nei suoi mutamenti radicali.

Il Vaticano secondo ha vinto sostanzialmente quella sfida, in forme adeguate e felici nei pronunciamenti conciliari e non è cosa da poco.   L’ha vissuta e vive tuttora con contraddizioni e molti conflitti interni nella vita concreta e nella traduzione pastorale diffusa nella Chiesa.  Non potrà vincerla definitivamente se non in quanto ne chiarirà definitivamente la natura.

Non è un caso, io credo, che le parole che simbolicamente riassumono il messaggio siano parole derivate dall’esperienza familiare. Dio ci invita a rivolgerci a Lui come Padre, ci giudica sul nostro rapporto con gli uomini come fratelli; ci spinge a fare della nostra esperienza familiare il modello stesso, esemplare, della nostra relazione con gli altri. Potrebbe esserci, per la pastorale della famiglia, un fondamento più eticamente impegnativo e perennemente vincolante di questo?

Ma il messaggio della creazione è pur sempre contenuto in un Libro, che è esso stesso il racconto di una storia umana concreta e reale con le sue variabili temporali concrete.  E’ la ricostruzione di un messaggio eterno comunicato entro un atto storico e familiare, straordinario e pur tuttavia datato – la nascita di un bimbo, l’Incarnazione -, che è segno e stimolo dell’evoluzione del mondo. Ha incrociato un passaggio storico come quello della pax romana, come ci ha insegnato Sant’Agostino. E’ stato in Europa, sul terreno spirituale, uno degli stimoli più significativi della sua crescita umanistica interna e universale, malgrado le contraddizioni e i peccati che ne hanno segnato la storia.

Oggi è tempo di accogliere definitivamente  questo suo fondamento e mandato, accogliere il dovere di una continua sintesi innovativa fra il suo messaggio eterno e la coscienza di doverlo costantemente adeguare ad una evoluzione dell’umanità segnata da un continuo, costante mutamento antropologico; segnata, e sia pure con una geografia ancora incompiuta, da invenzioni come linguaggio e scrittura, agricoltura e insediamenti, ruote e armi,  Stati e relazioni diplomatiche, democrazia diritti  del singolo, riduzione della mortalità infantile e prolungamento, fino al raddoppio, della durata media della vita, scolarizzazione obbligatoria, comunicazione digitale, globalizzazione, fino alle ultime e più sconvolgenti, parità fra i sessi e  insidie alla natura.   Uomini e donne non si sono solo moltiplicati. Sono cresciuti e mutati, e hanno mutato la terra, nel bene e nel male, nel segno della speranza e in quello del peccato, fino ad obbligarci a uno sguardo su noi stessi che fa dell’antropologia una scienza storica.

 

La dottrina sulla famiglia trasmessa dalla Chiesa storica si è costruita invece sul rimando al  diritto naturale come un insieme immutabile di precetti  iscritti da sempre universalmente nella coscienza umana.  In realtà, di fatto, lo stesso diritto naturale ha una sua storia interna di fronte a una vicenda umana plurietnica e storicamente variabile,  come quella della storia delle famiglie. Il rimando al diritto naturale ha avuto, certo, entro la riflessione dell’uomo su sè stesso un grande valore etico, ma attraverso la sua stessa storicizzazione. Siamo ben oltre Cicerone o Grozio, e anche oltre il tentativo mediatore di padre Taparelli D’Azeglio, un secolo e mezzo fa, nel pieno di un conflitto fra etica religiosa e etica laica, che voleva pur già essere “appoggiato sul fatto”. E va sottolineato, per altro, il carattere tutto moderno della scoperta dei diritti del bambino, e di quello dei disabili.

Voglio dire: è possibile costruire un’idea di famiglia che tenga conto dei mutamenti antropologici? Si possono ignorare gli effetti della riduzione drastica della mortalità infantile e dell’aumento esponenziale della popolazione umana? Si possono imporre  dall’esterno decisioni che impegnano una vita?  La sua durata media non è più di 40 anni ma va sempre più verso e oltre gli ottanta ed è anche sottoposta a continue variazioni di status, di residenza, di relazioni umane, di idee professate e praticate.  Le leggi di stato  sono chiamate a regolare diritti e doveri reciproci, a garantire rispetto delle solidarietà, ma con quali spazi per una libertà di coscienza quando non comporti danni alle persone?

Fra i mutamenti antropologici accolti con più entusiasmo e più equivoci c’è indubbiamente l’enfasi sul valore del sesso. La spiritualità cristiana vissuta ha fatto su questo terreno molti passi avanti, molti di più di quanto è avvertito da un individualismo laicista troppo spesso fragile e fuorviante. E’ possibile che la Chiesa esprima una pastorale  segnata insieme dalla grandezza del messaggio e dalla sua attenzione al mondo  reale?

 

Paola Gaiotti de Biase

 

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