Bipolarismo con molti problemi

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L’autore, della associazione “Comunità e Lavoro”, interviene nel dibattito sul bipolarismo aperto sul sito da Guido Formigoni dopo una recente assemblea di cattolici democratici della rete c3dem 

La questione del bipolarismo si pone a diversi livelli, pressoché tutti problematici.

Il livello che di primo acchito appare più semplice è quello politico-ideale: se si ritiene sempre valida, come nel mio caso, la classica distinzione fra destra e sinistra, si può misurare da questa differenziazione il grado di coesione e di vicinanza delle forze politiche sulla scena.

Sembra semplice, ma meno di quanto appaia.

Innanzitutto un richiamo insistente sul bipolarismo significa negare di fatto l’esistenza stessa di una forza di centro.

Ora si può essere contrari politicamente, ma non si può negare per principio la sua esistenza (e questa purtroppo è stata una posizione presente anche nelle nostre file. L’esperienza di Monti è finita piuttosto male, però personalmente non condividevo e continuo a non condividere l’atteggiamento ostile preventivo).

L’asse destra/sinistra presenta altri due problemi enormi:

1) ci sono sicuramente differenze tra le due, però non è più così chiaro in che cosa consista la sinistra, quali siano le sue mete ultime, i suoi valori etici, insomma il suo patrimonio genetico (cosa dire per esempio della sinistra “marxista” quasi scomparsa nelle ultime elezioni?);

2) si presentano forze che sempre di meno si richiamano a questa polarità. Vi possono essere costrette per necessità, ma nascono in modo diverso e sostengono prospettive e obiettivi diversi e non è detto che  queste nuove modalità non vadano affermandosi sempre di più.

Del resto la “cultura” del PD per competere in questo ordine di problemi appare ancora molto debole.

 

Un secondo ambito di verifica del bipolarismo riguarda l’analisi sociale. Qui andiamo decisamente male, tanto male che non se ne parla nemmeno più.

Il centro-sinistra (uso il termine centro-sinistra e non sinistra, perché il sistema bipolare porta a coalizioni ampie e variegate) chi rappresenta? Se le analisi post-elettorali dicono che gli operai hanno votato soprattutto i grillini e poi il PdL e solamente in terzo luogo il PD, qualche riflessione merita di essere fatta. Certamente gli operai non costituiscono più le masse di un tempo e quindi quantitativamente il dato può non esser rilevante; ma lo è invece e in modo significativo sul piano qualitativo.

La base del PD tende ad essere una base di ceto medio e medio/basso intellettuale (diplomati e laureati) con una ben scarsa rappresentanza dei settori produttivi, sia di lavoratori manuali che di ceti imprenditivi (artigiani, commercianti, coltivatori, imprenditori).

La mia opinione è che una forza di questa natura non sia abbastanza rappresentativa per governare il paese: è debole nella rappresentanza sociale, oltre che nei numeri.

L’ipotesi Monti è andata male, ma il problema rimane ed è serio (tanto più con la realtà economica che ci ritroviamo).

Una considerazione aggiuntiva: prevalgono le forze populistiche, in genere di destra; non ci sfugga che, col populismo, c’è il popolo.

 

In terzo luogo, esiste il problema delle forze politiche. Non sembra che dalle elezioni sia scaturito qualcosa che anche lontanamente si avvicini al bipolarismo.

Abbiamo davanti quattro forze, due delle quali non vogliono sentir parlare di bipolarismo: i grillini si tirano fuori e i “montiani”, per convinzione o per difficoltà di scegliere, si esprimono a favore delle larghe intese.

In tutto questo devo dire che mi ha stupito la spavalda sicurezza e la risoluta autosufficienza con cui il PD ha affrontato le elezioni (certi di vincere, ma alla Camera, e poi trovare una qualche soluzione al Senato); un coacervo di speranza bipolare e di non proclamata vocazione maggioritaria, ora tristemente naufragato.

Nella situazione politica italiana si sarebbe dovuto pensare prima delle elezioni alle possibili soluzioni, ma ciò avrebbe chiaramente richiesto di pensare in una logica non bipolarista.

 

Vengo alla quarta e ultima questione, quella del sistema elettorale.

Con questo sistema elettorale il bipolarismo non si può fare; il sistema elettorale del Senato è stato pensato apposta in funzione della ingovernabilità (cioè un sistema in cui in ogni caso c’è bisogno del PdL, anche quando perde).

E’ probabile che neppure qualche miglioramento della legge elettorale potrebbe bastare.

In poche parole chiare: per avere un sistema bipolare occorre una legge elettorale bipolarista.

In pratica occorre una legge come quella francese, che obbliga al secondo turno ad essere bipolari; ma perché il PdL, Monti, i grillini dovrebbero accettare di sostenere un tale sistema che appare lontano dal loro modo di vedere e dai loro interessi politici?

Per concludere, si può continuare a desiderare il bipolarismo, ma siccome non c’è e non ne sembra prossimo l’avvento, nell’attesa è bene procedere con una diversa bussola, più realistica e più in grado di far fare qualche passo avanti ad una situazione politica di per sé molto difficile.

 Sandro Antoniazzi

 28 marzo 2013

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