Nel Sinodo ripensare il nostro modo di intendere il Vangelo e di viverlo. Intervista a Giuseppe Savagnone

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Questa intervista segue quelle già fatte, dall’autore, a Fulvio De Giorgi e a don Armando Matteo. Il tema è lo stato della Chiesa in Italia e le prospettive aperte dal Sinodo. Per Giuseppe Savagnone, esponente di rilievo del laicato siciliano e nazionale, se i cattolici non ritrovano una creatività e un mordente culturale che trasformi la mentalità delle persone, il progressivo allontanamento della gente dalla fede sarà inevitabile. E la società, senza questa fede, rischia di essere sempre meno umana

 

 

 

Giuseppe Savagnone è nato a Palermo, dove vive e ha insegnato per 41 anni Storia e Filosofia nei licei. È stato membro del Comitato Nazionale di Bioetica, della Commissione per la riforma dei cicli per il Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia. È stato direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, di cui oggi cura il sito www.tuttavia.eu. È stato relatore in importanti convegni sia ecclesiali che non. Da alcuni anni tiene lezioni di etica professionale per l’Ordine degli Ingegneri di Palermo. È coordinatore dell’Associazione politico-culturale «Mediterraneo», che si propone di contribuire a una rinnovata educazione alla cittadinanza. Scrive per quotidiani e periodici e collabora, tra l’altro, con «Tv2000», «Radio in Blu», e«Radio Vaticana». Tra le sue pubblicazioni, per la Cittadella, Quel che resta dell’uomo. È davvero possibile un nuovo umanesimo? (2015); per le Dehoniane, Il gender spiegato a un marziano (2016), Cercatori di senso. I giovani e la fede in un percorso di libertà, (2018), Il miracolo e il disincanto. La provvidenza alla prova (2021).

Con lui parliamo a tutto campo della condizione della Chiesa in Italia.

 

Lei è un intellettuale che, partendo da Palermo, ha viaggiato per tutta la Penisola: ha donato tempo ed energia alla nostra Chiesa, con particolare intensità almeno dagli anni ’80 del secolo scorso. Ecco partiamo da qui: come sta la Chiesa italiana, oggi? Cosa è cambiato in questi decenni?

Non sta bene. Secondo alcuni – critici della svolta impressa dal Concilio Vaticano II – non è più all’altezza della sua missione, perché ha cercato di adeguarsi al mondo, invece di restare ancorata alle certezze del passato. Altri – tra cui il sottoscritto – dicono che soffre i dolori del parto, nel generare un nuovo modo di essere cristiani, adeguato alle radicali trasformazioni che il nostro tempo fa registrare. In entrambe le ipotesi, è certo che un malessere profondo serpeggia in tutte le fasce ecclesiali, in modo particolare tra i presbiteri.

Cos’è cambiato? Tutto. Basti guardare al rivolgimento legato alle nuove tecniche di comunicazione. I mezzi incidono sulla sostanza della vita. Gli smartphone hanno cambiato il nostro modo di relazionarci agli altri, alla realtà, a noi stessi. È solo un esempio. I parametri tradizionali della moralità, della politica, della stessa religiosità, sono saltati. Bisogna ripensarli alla radice. Già il Vangelo ci ha messi in guardia dai tentativi di fare rattoppi. Per questo il Sinodo ha oggi per la Chiesa un significato molto diverso da quello di una mera autocelebrazione. Qui si tratta di rimettere in discussione non il nostro modo di annunciare il Vangelo agli altri, ma, più a monte, il nostro modo di pensarlo e di viverlo.

 

Papa Francesco ha fortemente voluto che al Sinodo mondiale se ne affiancasse uno specifico per l’Italia. Quali sono i tratti specifici delle Chiese che sono in Italia, tratti che potrebbero giovare alla sinfonia di tutte le Chiese nel pianeta?

Roma è da sempre il centro spirituale del cattolicesimo e questo ha chiaramente influito nel fare dell’Italia un Paese privilegiato, dal punto di vista religioso, rispetto al resto del mondo occidentale. Si pensi al patrimonio artistico che abbiamo ereditato dal passato e che è caratterizzato in modo decisivo dalla tematica e dalla ispirazione religiosa. E non è certamente un caso che ancora oggi, in un’Europa largamente scristianizzata, il popolo italiano rimanga, in maggioranza, sociologicamente legato alla tradizione cattolica. Certo, avvertiamo tutti che si tratta di una rendita in via di progressivo esaurimento. Ma, se si riuscisse a recuperare lo spirito di questa tradizione, così profondamente radicata nella nostra storia, esso potrebbe di nuovo illuminare non solo il continente europeo, ma anche le giovani Chiese del resto del pianeta. Dico “se” … perché non è affatto scontato, infatti, che ciò avvenga. Una simile rinascita richiederebbe innanzi tutto la capacità di ritrovare una vitalità spirituale – e anche culturale! – che è potenzialmente presente nella nostra storia, ma che allo stato attuale sembra smarrita. Dipende da noi riscoprire queste risorse sotto il velo del ritualismo e del conformismo religioso che ci intorpidiscono e allontanano le giovani generazioni dalle nostre comunità ecclesiali. Urge un risveglio. L’insistenza del papa perché ci sia un Sinodo specificamente rivolto alle Chiese italiane è stata spesso letta come un segno di preoccupazione. Ma forse lo è anche di speranza.

 

Lei è stato relatore al Convegno “Chiesa nel sud, Chiese del sud”, tenutosi nel 2009, che ha visti raccolti a Napoli i vescovi di Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata. Quale è il contributo che i Sud del mondo potrebbero offrire ai cammini sinodali?

È una domanda difficile, perché i Sud del mondo sono molto diversi tra di loro. Forse un elemento che potrebbe accomunarli è il radicamento quasi viscerale della religiosità nel popolo. Questa immediatezza è sicuramente presente nelle Chiese del sud d’Italia. Si pensi al proliferare, nel Meridione, delle confraternite, che attingono i loro membri per lo più da fasce sociali indifferenti a un certo cristianesimo di élite, ma sensibilissime al richiamo di motivazioni meno intellettuali e più emotive. Penso – ma non sono sicuro – che qualcosa del genere possa caratterizzare anche altre popolazioni meridionali del mondo.

In questo ci sono certamente anche dei pericoli. La religiosità popolare – nel sud d’Italia, ma anche altrove (penso all’America Latina) – a volte risente pericolosamente di influssi eterodossi, se non addirittura pagani, che esigono una profonda purificazione. Ma ci sono anche una creatività e una concretezza che possono essere preziose per evitare che il cammino sinodale sia irretito in quell’astrattezza intellettualistica da cui ci ha messo in guardia papa Francesco quando ha aperto il Sinodo dei vescovi.

 

Lei cura una rubrica settimanale sul sito della Pastorale della cultura della sua diocesi, Tuttavia.eu. La rubrica si intitola “I chiaroscuri”…Questo vuol dire che viviamo tempi chiaroscuri? Se sì, come far emergere la luce del Vangelo di Gesù all’interno di questo percorso sinodale?

Il gioco di luci e di ombre ha sempre accompagnato tutta la storia dell’umanità e quella della Chiesa, ma mai come oggi esso è stato evidente e in un certo senso drammatico. Grandi conquiste sono sotto i nostri occhi, non solo a livello materiale (che comunque è importante: si pensi al travolgente progresso tecnologico e al miglioramento delle condizioni di vita di larghe fasce della popolazione), ma anche spirituale. Si pensi, per fare solo un esempio, alla scoperta e alla codificazione dei diritti umani, ignota a larga parte della storia, anche di quella ecclesiale. Ancora nel Settecento c’erano cristiani che possedevano schiavi! Si pensi all’affermarsi, in politica, del modello della democrazia. Eppure, paradossalmente, mai come oggi si sperimenta il rischio della disumanizzazione della vita ad opera della stessa tecnica, mai come oggi si rischia il condizionamento delle masse ad opera di oscuri gruppi di pressione che operano tramite i media… Il consumismo tende ormai da tempo a diventare il sostituto delle antiche religioni e di imporsi a livello planetario. L’individualismo possessivo disgrega le antiche forme comunitarie…

Il Vangelo, dopo la crisi profonda delle ideologie che promettevano agli uomini la salvezza, è rimasto l’unica alternativa credibile a queste derive disumane. Ma bisogna ripensarlo e attualizzarlo per renderlo di nuovo comprensibile e praticabile dagli uomini e dalle donne del nostro tempo. Questo richiede uno sforzo radicale di ripensamento e di rielaborazione, che è ciò a cui il Sinodo dei vescovi e quello delle Chiese d’Italia sono chiamati. Guai se ci si accontentasse di piccoli rattoppi, di mezze misure di rabberciamento! Ciò che i pii conservatori (e ce ne sono tanti nella Chiesa) non capiscono è che fra poco, se non si mette mano con coraggio a nuove prospettive, non ci sarà più nulla da conservare.

 

La sua biografia culturale ed ecclesiale costituisce una sorta di osservatorio sulla realtà culturale del nostro Paese. Dal suo punto di vista, dove è più evidente lo scollamento tra messaggio del Vangelo e vita sociale quotidiana? Dove invece è ancora possibile pensare un ponte? Che scenari si aprono all’orizzonte?

Il terreno decisivo dove si è consumata la frattura tra Vangelo e vita sociale è quello della cultura. Dicevo prima che sociologicamente il popolo italiano resta ancora in buona misura legato al cattolicesimo. Ma, se guardiamo alla cultura dominante, vediamo subito che in Italia, come del resto in tutta Europa, a fornire le categorie entro cui si elaborano i pensieri e le scelte delle persone sono luoghi comuni e slogan che non hanno più nulla che fare col Vangelo. Anche chi ci tiene ancora a far battezzare i figli, a sposarsi in chiesa, perfino chi va ancora a messa la domenica, vede ormai la vita e la realtà in un’ottica che di cristiano non ha più nulla. E nelle nostre parrocchie ancora si vive di riti – in sé importanti, ma ormai privati, agli occhi dei più, di un significato che li renda capaci di trasformare la vita. Se i cattolici non ritrovano una creatività e un mordente culturale che trasformi la mentalità delle persone, il progressivo allontanamento della gente dalla fede sarà inevitabile. Ma sarà anche inevitabile la progressiva desertificazione di un mondo che, senza questa fede, rischia di essere sempre meno umano.

 

Per lei, i maggiori rischi del Sinodo sono tre: formalismo, astrattezza e immobilismo (che definisce anche clericalismo). In queste prime settimane di cammini sinodali, quale di questi rischi ha visto maggiormente concretizzarsi?

Questi tre rischi sono collegati. Il formalismo fa sì che il Sinodo venga celebrato solo a livello ritualistico e cartaceo, senza rimettere veramente in discussione la nostra esperienza spirituale individuale e comunitaria. L’astrattezza porta a considerare sufficienti alcune discussioni teoriche, senza reale incidenza sulla vita ecclesiale e senza alcun collegamento con i problemi quotidiani degli uomini e delle donne di oggi. Il risultato di queste tendenze potrebbe essere che si resti bloccati negli schemi mentali e nelle pratiche del passato. Se così accadesse, si parlerà molto di cambiamenti epocali, ma solo perché in realtà nulla cambi.

 

“Tutti sono invitati a parlare con coraggio e parresia, cioè integrando libertà, verità e carità.” Così recita il Documento preparatorio ai cammini sinodali, al n. 30. Come pregare lo Spirito Santo affinché questa ennesima chiamata al discernimento comunitario (uno dei leit motiv del Convegno di Palermo del 1995) diventi prassi pastorale ordinaria?

La preghiera è certamente un momento importante per la riuscita di questo Sinodo. Però non basta pregare lo Spirito: bisogna ascoltarne la voce, che risuona attraverso i segni dei tempi e le loro risonanze nelle persone. Perciò bisogna creare le condizioni perché davvero la gente possa parlare, dire la propria esperienza, i propri dubbi, le proprie critiche. Questo richiede che in ogni parrocchia, in ogni gruppo ecclesiale, si avviino momenti di franco confronto, a partire dalla base. Non basta qualche questionario distribuito ai fedeli all’uscita dalla messa. Si deve avviare uno sforzo di ascolto capillare, mediato dal rapporto umano (difficile, ma non impossibile, anche in tempo di Covid).

 

Lei ha scritto che lo stile di gran parte delle nostre comunità – a cominciare dalle parrocchie e dalle diocesi – è lontanissimo dalla logica sinodale. Può aiutarci a capire come si manifesta questa lontananza? E, al contrario, conosce situazioni ecclesiali che hanno invece mostrato segni di sinodalità?

Sinodalità vuol dire “cammino comune”, “cammino fatto insieme”. Ancora nelle nostre parrocchie e nelle nostre diocesi la partecipazione del popolo di Dio è prevalentemente formale. Ci sono, certo, i consigli pastorali parrocchiali e diocesani, ma non è da essi che viene orientato il cammino effettivo delle comunità. Già sulla carta, essi sono solo consultivi, e questo è comprensibile (l’autorità non è il contrario della partecipazione); lo è di meno che questa stessa funzione consultiva si riduca nella maggior parte dei casi ad approvare puramente e semplicemente quello che il parroco o il vescovo propongono, senza una adeguata problematizzazione, di cui spesso i laici si sentono indegni o incapaci. È questo il punto: non è sempre colpa del clero, sono gli stessi laici che si tirano indietro e rinunziano a esercitare una vera funzione critica e costruttiva, perché non hanno la preparazione o il senso di responsabilità necessari per assumere questo ruolo. Per non dire che la sinodalità dovrebbe valere anche tra i presbiteri, che invece sono di solito restii a cooperare tra di loro. Conosco, sì, qualche felice eccezione, ma troppo rara per essere significativa. Potrà il Sinodo cambiare questo stato di cose? Dipenderà da come verrà vissuto: come un necessario adempimento e come una parentesi, oppure come un’occasione per rimettere veramente in discussione noi stessi, le nostre comunità e la nostra pastorale.

 

A febbraio 100 vescovi del Mediterraneo si incontreranno con il Papa a Firenze, insieme a 100 sindaci. Esiste una dimensione mediterranea/meridiana della nostra Chiesa? Può essere uno scenario verso cui tendere nei prossimi decenni?

Non mi sento di dire che la dimensione mediterranea esista già. Ci sono occasionali scambi tra le Chiese dei Paesi che si affacciano su questo mare, ma non una cooperazione sistematica. Si può auspicare che nasca, ma francamente non ne vedo allo stato attuale le premesse.

 

Lei ha maturato la propria visione di fede all’interno di un piccolo gruppo spontaneo di universitari e professionisti, la cui attuale denominazione è “Comunità Cristo Sapienza”, di cui è stato uno dei fondatori e continua ad essere un responsabile. La Chiesa italiana si è quasi sempre organizzata seguendo l’ambito territoriale delle parrocchie. E se mutassimo sguardo, privilegiando gli ambiti e gli ambienti di vita? Potrebbe essere questa una novità da chiedere allo Spirito Santo in questi anni sinodali?

Per certi versi una simile trasformazione è imposta dal mutamento delle condizioni di vita, che rendono sempre più relativa la dimensione spaziale e sempre maggiore quella temporale. Si è molto più vicini al centro di una città se si vive in una lontana periferia ben collegata dai mezzi di trasporto (soprattutto dalla metro) che se ci si trova a una distanza fisica molto minore, ma senza adeguati collegamenti. Questo sta trasformando già il rapporto della parrocchia col territorio, allargandone potenzialmente la comunità ben oltre i confini topografici. Ma naturalmente favorisce anche il sempre maggiore ruolo che hanno gli ambienti vitali rispetto a quelli territoriali e rende sempre più attuale quello di aggregazioni legate a questi ambienti. Ciò, a mio avviso, non implica necessariamente una rinunzia all’attuale pastorale parrocchiale, ma una complementarità tra essa e quella legata agli ambienti di vita. Le due dinamiche dovrebbero coesistere e integrarsi.

 

Giandiego Carastro

 

 

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