Non siamo condannati a un mondo “senza pace”

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pubblicato su Rallentare, la newsletter dei ritmi sostenibili a cura di Aggiornamenti Sociali.

Nel 1961 Gino Paoli scriveva Senza fine, un grande successo della storia musicale italiana che in molti hanno ascoltato nuovamente in radio o sui social in questi giorni, dopo la sua scomparsa, o mei mesi scorsi, quando è venuta a mancare Ornella Vanoni, musa e interprete di quella canzone.

Il cantautore genovese descrive un sentimento intenso, che esprime un amore che non si consuma mai: «Tu sei un attimo senza fine, non hai ieri, non hai domani». Un’eterna ciclicità in cui si vive una connessione tra anime, resistente al tempo e alle avversità esterne. Ma questa esperienza, se applicata a contesti e realtà ben distanti dalla sfera amorosa, ci apre a prospettive disarmanti.

Negli ultimi anni, a partire dall’invasione russa in Ucraina fino all’attacco israeliano e statunitense in Iran, ci siamo trovati immersi in un clima di guerra. Pur avendo il privilegio di non abitare i luoghi di bombardamenti e violenze, siamo coinvolti – e spesso sconvolti – dalle notizie quotidiane e dalle conseguenze sociali ed economiche dei conflitti in corso.

Oltre ai media, anche i rincari – che impattano negativamente sul costo della vita – ci ricordano quanto siamo interconnessi in un mondo globalizzato, ma forse dovremmo imparare a leggere questi legami in una chiave più ampia e fondamentale: quella della fraternità, perché l’umanità intera desidera la pace oltre ogni confine.

In un tempo in cui avvertiamo come la guerra sembri essere “senza fine”, gonfiata a dismisura dalla retorica bellicista, trovare spazi di pace è sempre più difficile, ma proprio per questo necessario: non siamo condannati a un mondo “senza pace”.

Se spostiamo la nostra attenzione a un altro aspetto, ci rendiamo conto che anche la guerra è in un certo senso vittima del “tutto e subito” della società contemporanea. Putin e Trump condividevano la stessa ambizione per i rispettivi conflitti: vincere in poco tempo, riducendo al minimo costi e perdite, e portando a casa in fretta il risultato che gli interessava. Ma sia in Ucraina sia in Iran assistiamo al prolungarsi degli scontri e all’aumento delle criticità politiche, economiche e soprattutto sociali.

Dopo poche settimane, le “operazioni speciali” sono diventate “normali”, parte integrante delle nostre vite. Ma è proprio in questo processo di normalizzazione della guerra che possiamo intervenire per romperne la logica “senza fine”. Per agire consapevolmente in questa direzione è fondamentale conoscere in che modo la guerra agisce nel discorso pubblico.

Una dinamica importante è quella della desensibilizzazione alla violenza, che parte dai vertici politici per raggiungere i nostri smartphone. Sono molteplici e virali i video e le immagini delle azioni militari accompagnati da colonne sonore pop o riferimenti al mondo dei videogiochi. Se già il sovraccarico informativo ci rendeva più insensibili alle sofferenze provenienti dai fronti di guerra, i costanti richiami alla cultura ludica e popolare rompono ulteriormente il contatto con la realtà: i jet militari, i bombardamenti e le esplosioni non sono altro che contenuti di intrattenimento, rendendo spettacolare qualcosa di orribile.

Nell’ordinarietà della guerra trova maggior forza anche la deumanizzazione dell’altro, privato della sua dignità di essere umano per essere trasformato in qualcosa di estraneo e che, come tale, può stare al centro del mirino: le persone diventano numeri e i numeri si dissolvono rapidamente nella nostra memoria. In poco tempo scopriamo che l’assenza di empatia ci lascia meno interdetti di fronte alle dichiarazioni predatorie dei leader mondiali.

Per questo, comprendere come le narrazioni di guerra influenzano il dibattito pubblico e orientano le nostre opinioni è un primo passo per non restare indifferenti. Il secondo è ascoltare le voci dei civili e delle organizzazioni umanitarie, dare spazio al giornalismo capace di raccontare i conflitti guardando alle cause strutturali, agli attori non violenti e alle possibilità di soluzione. Quello che continua ad accadere a Gaza evidenzia chiaramente quanto sia importante il ruolo delle testimonianze locali come contrappeso alla narrazione istituzionale.

Non basta l’assenza di guerra perché vi sia la pace. Certamente è qualcosa di necessario, ma non di sufficiente. La pace non si costruisce in un giorno ed è molto più difficile da “scatenare” rispetto a una guerra. È una maratona, che davanti a un conflitto ci porta prima di tutto a ricercarne le ragioni e quindi ad agire in termini propositivi per il dialogo, la partecipazione e la condivisione.

I conflitti sono inevitabili, questo è innegabile, ma possono diventare generativi se affrontati attraverso dinamiche e strutture di convivenza. Una delle criticità maggiori è però che sono processi in antitesi con i ritmi del presente, perché richiedono tempi e visioni di lungo periodo, sacrifici che ben pochi – in particolare i leader politici – sono disposti a compiere. L’impegno costante che richiede costruire la pace viene infatti spesso demoralizzato, ma vive e si evolve a partire dai piccoli gesti. Non dobbiamo essere a Kiev, Gaza, Teheran o Beirut per promuovere la pace, per nuotare controcorrente in un mondo dove la legge della giungla sembra prevalere e le parole di pace vengono marginalizzate.

«Dovremmo abituarci ad abbinare la pace a parole più quotidiane. Parliamo quasi sempre di festa della pace, marce della pace, veglie della pace, tavole rotonde sulla pace. Ne deriva l’immagine distorta che la pace riesca ad andare d’accordo solo con compagne fortunate. Che si mostri in pubblico solo con coloro che hanno sfondato. Che accetti di apparire in vetrina solo con realtà di rango superiore. O di passeggiare in tandem unicamente con seguaci blasonate.

Forse è arrivato il momento di capire che, oltre che di festa, dovremmo poter parlare di ferialità della pace. Invece che coniugarla sempre con le marce, dovremmo appaiarla un po’ più con i percorsi quotidiani che, in linea ordinaria, sono scanditi su ritmi scarsamente eroici. Al di là delle veglie, cariche di vibrazioni emotive e risonanti di salutari utopie, dovremmo prender atto che la pace si costruisce anche nei sonnolenti meandri della storia e cresce anche nelle pieghe sotterranee dell’esistenza. E non è blasfemo affermare che, al di là dei velluti delle tavole rotonde, la pace si costruisce sul ruvido tavolo del falegname come desco del contadino. Sulla cattedra dell’insegante come sulla scrivania dell’impiegato. Sullo scanno dello scolaro come sulla mensola della casalinga. Sull’impalcatura del metalmeccanico come su ogni banco impoetico dove si consumano le più oscure fatiche giornaliere».

Don Tonino Bello, Scritti di pace, IV, Luce e vita, Molfetta, 1997

I tempi lunghi della pace, faticosi ma necessari, si abitano ogni giorno attraverso piccoli gesti, finché non diventano quasi una seconda pelle, finché non permettono di trasformare chi li compie e il contesto in cui vengono realizzati. Sebbene il cambiamento non sia immediatamente visibile ed eclatante, non significa che sia poco incisivo. Agisce nel profondo, alimentando ritmi e linguaggi nuovi, mettendo al primo posto la persona e la sua dignità di essere umano. Vivendo così la pace, “senza fine” non sarà un riferimento alla guerra intorno a noi, ma all’instancabile impegno per un domani possibile.

 

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