I cattolici democratici nella storia e nel futuro della Repubblica

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Il 20 maggio il Circolo “Il Borgo” di Parma e la Rete nazionale c3dem hanno organizzato un convegno, con la partecipazione di Lino Prenna, Guido Formigoni, Rosy Bindi e Pierluigi Castagnetti. Ne diamo un ampio resoconto (e qui il link allaudio integrale)

 

Il Circolo culturale “Il Borgo” ha festeggiato i suoi 40 anni di vita organizzando, nella sua città, a Parma, un convegno su “i cattolici democratici nella storia e nel futuro della Repubblica”, in collaborazione con la Rete nazionale c3dem, a cui aderisce fin dalla nascita della rete, nel 2011. Sabato 20 maggio nella sala dell’Auditorium “Mons. Bonicelli”, presso il Centro pastorale diocesano “Anna Truffelli”, ha aperto i lavori, davanti a una settantina di partecipanti, il nuovo presidente de “Il Borgo”, Giuseppe Giulio Luciani. Con due richiami: a Romano Prodi, che di recente, proprio in un incontro della rete c3dem, aveva lamentato la pochezza oggi di cultura politica e di dibattito, e a papa Bergoglio, che  più volte richiama il primato del tempo sullo spazio, e cioè il primato dello sguardo lungo, della prospettiva. La prima parte dell’incontro verteva sull’attualità, o meno, del cattolicesimo democratico. Era affidato a Lino Prenna e a Guido Formigoni, filosofo e pedagogista il primo, docente a Perugia, storico il secondo, docente a Milano. Vittorio Sammarco ha introdotto il confronto ponendo gli inevitabili interrogativi: è riconoscibile la proposta del cattolicesimo democratico? è rilevante, incide, fa cultura politica? è in grado di fare adepti, di riprodursi, di rigenerarsi?

Lino Prenna ha offerto una risposta problematica. Ha messo in rilievo un aspetto fondante del cattolicesimo democratico: la funzione che ha svolto nel riconciliare il cattolicesimo con la modernità, e dunque con il primato del soggetto e della pluralità. E ha poi proposto un interessante confronto tra il cattolicesimo democratico e la visione antropologica di papa Francesco. La chiave di lettura di questo confronto, secondo  Prenna, è il criterio del distinguere per unire. Distinguere tramite la laicità e unire tramite la mediazione. Distinguere innanzitutto tra fede e religione, tra l’assoluto della fede e il relativo della religione. Tanto la modernità quanto la religione sono sotto il segno del relativo. E qui proprio si incardina il principio di laicità. Anche papa Francesco, dice Prenna, nel suo tentativo di riconciliare l’uomo moderno con la verità, che è la persona di Gesù il Cristo, distingue la fede dalla religione, la radicalità del Vangelo dalle forme provvisorie che assume la religione nel corso della storia. Prenna, richiamandosi non solo all’Evangelii gaudium, da lui definita una stringente “catechesi politica”, ma soprattutto a discorsi e scritti di Bergoglio in Argentina, ha messo in evidenza come Bergoglio legga la realtà secondo delle antinomie, delle tensioni bipolari – pienezza e limite, realtà e idea, locale e globale, etc. – che però egli considera in modo dialettico, cioè in funzione di una loro sintesi, di una loro mediazione. La concezione che Bergoglio ha della politica – come strada verso il bene comune, come realizzazione in itinere del bene possibile, come “attività prudenziale” (riprendendo categorie alte della tradizione scolastica), dove prudenza non è il timore di andare oltre ma la misurazione dei mezzi in funzione del fine, cioè è mediazione – è una concezione che ha forti elementi in comune con quella del cattolicesimo democratico. Un accenno conclusivo Prenna lo ha fatto alla concezione originale che Bergoglio ha del popolo, rinviando a una pubblicazione della Jaca book (Jorge Mario Bergoglio, Noi come cittadini, noi come popolo). Potrebbe essere lì, ha detto Prenna, il fondamento di un neo-popolarismo.

Guido Formigoni ha centrato il suo intervento sull’ammissione che cattolicesimo democratico è, in realtà, una definizione ambigua. Non coincide con il cattolicesimo politico né con l’esperienza della Democrazia cristiana. E’ piuttosto una continuità storica, un filo rosso, una specifica sensibilità sia storica che politica, culturale e spirituale. Formigoni ha proposto un paio di schemi utili per una prima approssimazione alla complessa articolazione del cattolicesimo democratico. Nel primo schema ha indicato quattro diverse sensibilità cattoliche (liberale, democratica, intransigente, sociale) e le ha collocate lungo le due polarità laicità-identità e destra-sinistra. Il cattolicesimo democratico è vicino al polo laicità e al polo sinistra; mentre quello liberale è più vicino al polo laicità e al polo destra; quello intransigente al polo identità e al polo destra; quello sociale al polo identità e al polo sinistra. Il cattolicesimo democratico, collocato tra laicità e sinistra, ha tra i suoi elementi qualificanti la consapevolezza che non si può essere cattolici senza aggettivi (pensarlo è illusorio), un rapporto storico-critico con la modernità (che non va demonizzata ma alla quale non si deve essere subalterni), e un’idea di democrazia come allargamento della basi dello Stato, come uguaglianza, come cambiamento sociale. Formigoni ha fatto notare che i cattolici democratici, nella storia recente, si sono sempre divisi: negli anni Settanta e Ottanta hanno avuto giudizi assai diversi sulla Dc; negli anni Novanta qualcuno ha aperto al popolarismo e qualcuno invece ha rotto con esso; alla nascita del Pd qualcuno è stato dentro, qualcuno fuori. Persino alla nascita della rete c3dem, nel suo piccolo, qualcuno ha aderito e qualcuno no. E’ però vero, ha osservato Formigoni, che nel recente referendum dello scorso dicembre vi è stato come “un punto di caduta”: ci si è, cioè, divisi con una radicalità particolarmente forte, c’è stata una vera difficoltà a capirsi gli uni con gli altri. Per aiutarci a comprendere questa divisione Formigoni ha proposto un secondo schema che mostra il livello di complessità all’interno dello stesso cattolicesimo democratico: i riferimenti, questa volta, sono, da un lato, la polarità laicità-identità, come prima, e, dall’altro, la polarità centro-sinistra (non più destra-sinistra). Si configurano così quattro distinti modi di interpretare la comune sensibilità cattolico-democratica: verso la laicità e verso la sinistra si colloca quella che Formigoni ha chiamato la posizione del “riformismo forte”, del rilancio di una politica orizzontale; verso la laicità, ma verso il centro, si colloca il “liberalismo progressista”, con la sua istanza della democrazia governante; verso l’identità e la sinistra troviamo il volontariato sociale e la militanza di comunità; e verso l’identità e il centro si possono identificare le posizioni che si richiamano all’unità dei cattolici e a un partito di centro-sinistra.

Ma questa sensibilità cattolico-democratica è, o no, nel tempo presente, una minoranza che incide nella storia, una minoranza trainante? Formigoni risponde che ci sono stati sia momenti di una qualche egemonia sia momenti di eclissi. In qualche raro caso c’è stata una vera funzione di guida. Che le cose vadano in un modo o nell’altro dipende sia dalle condizioni ecclesiali sia da quelle politico-culturali. Sul piano ecclesiale, ha insistito Formigoni, veniamo da un lungo trentennio di marginalizzazione del cattolicesimo democratico. Oggi, nel nuovo contesto offerto da papa Francesco, si ha viceversa un forte stimolo; c’è una straordinaria opportunità. Non è affatto vero, come dicono alcuni, che si sia tolto spazio al cattolicesimo democratico, quasi che ora bastasse lui, il papa. E’ vero, invece, che si apre il grande problema di come portare il suo stimolo nella storia di questo nostro tempo. Quanto alle condizioni politico-culturali, Formigoni ha evidenziato una situazione di subalternità di tutta la sinistra nei confronti della cultura politica dominante. Solo nel campo dei diritti individuali la sinistra riesce a reggere il confronto. Sul piano sociale ed economico la sinistra, dice Formigoni, o non ha saputo vedere e capire i cambiamenti in atto, o si è posta consapevolmente in posizione subalterna ad essi. L’invito conclusivo di Guido Formigoni è stato ad accogliere il richiamo di Romano Prodi: è urgente dar vita a nuovi laboratori culturali; solo un’elaborazione culturale radicale potrà aprire spazi alternativi per andare oltre l’attuale subalternità della sinistra tutta alle politiche dominanti. (Si veda qui lo schema dell’intervento di Guido Formigoni articolato in sette slides).

Nell’aprire il secondo confronto, quello tra Rosy Bindi e Pierluigi Castagnetti, incentrato di più sulle prospettive che sono di fronte ai cattolici democratici, Sandro Campanini, coordinatore nazionale della Rete c3dem, ha richiamato il numero 183 dell’Evangelii gaudium (“Una fede autentica, che non è mai comoda e individualista, implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra …”), nel quale ha esortato a vedere un autentico manifesto per l’impegno politico dei cristiani. Castagnetti  ha voluto richiamare alcuni punti fondanti dell’esperienza cattolico-democratica: in particolare il discorso di don Sturzo nel 1905 a Caltagirone, dove sono state messe le basi della laicità dei cattolici e del matrimonio tra cattolicesimo e democrazia, e i percorsi politici di De Gasperi e di Moro, che sono stati due autentici tentativi di incidere nella storia, di “fare la storia”, cambiando la politica e anche riformando la chiesa nel senso di affermare pienamente l’autonomia dei cattolici impegnati in politica. Ha ricordato, a questo proposito, lo scontro al Congresso della Dc a Napoli nel 1962 per aprire al centro-sinistra nonostante l’opposizione persino di Montini. Venendo all’oggi Castagnetti ha fatto una annotazione interessante sui rapporti tra papa Francesco e la politica. Ha osservato che, in politica, giustamente papa Francesco si autolimita, nel senso che si dà la missione di “togliere le cateratte dai nostri occhi”, facendoci vedere la gravità delle situazioni, e però poi dice che come affrontare concretamente i problemi è compito nostro. Ma non è solo questo. Secondo Castagnetti il papa ha una vera e propria diffidenza verso i politici: “è come se pensasse che siano tutti uguali”; cioè tutti, senza fare distinzione tra cattolici democratici, o liberali, o altro, sono ritenuti responsabili delle troppo grandi ingiustizie che ci sono nel mondo. Toccato questo tasto delicato, Castagnetti è passato a dire che oggi per il cattolicesimo democratico è molto difficile trovare una strada. Ha citato un giurista incontrato a Catania, Antonio Cantaro, che ha sostenuto che oggi ci sono solo due modelli di democrazia, la democrazia dei mercati e la democrazia dei populismi, e dunque non si può che essere dalla parte dei populisti, perché il populismo, che raccoglie la rabbia popolare, è l’unico modo di combattere la democrazia dei mercati. Castagnetti non condivide (“quella della rabbia non è una democrazia perché non si pone il problema del governo”), però riconosce la grande difficoltà per i cattolici democratici di misurarsi con la crisi della rappresentanza e della democrazia, e con una società civile che è di fatto sostituita dall’opinione pubblica che si forma in tv. Il compito ineludibile, per i cattolici democratici, per contare ancora nella vita politica, è riuscire a configurare – dice Castagnetti –  paradigmi democratici nuovi.

Rosy Bindi ha, in sostanza, seguito le orme di Castagnetti, nel senso che ha oscillato tra orgogliosa assunzione dei meriti storici del cattolicesimo democratico e forte incertezza sul presente e sul futuro. “Ho accettato di venire “, ha detto fin dall’inizio, “per comunicare il mio tormento di cattolica democratica in questo tempo”. E ha detto di avere solo interrogativi, e non risposte. Se si rilegge il percorso fatto nei decenni passati, dice la Bindi, si deve riconoscere che come cattolici democratici non solo siamo stati spesso egemonici ma “noi abbiamo vinto”. Vinto nel redigere la Carta costituzionale, ma vinto anche nell’insieme del settantennio repubblicano. Siamo stati anche – ha detto ancora la Bindi – la minoranza trainante della Dc e poi nella storia che è seguita dopo la fine della Dc. “La storia dell’Ulivo e del Pd – ha detto – è stata vivificata dal nostro contributo”. E persino il concilio Vaticano II e la sua attuazione debbono molto alla presenza e al ruolo del cattolicesimo democratico. Poi, però, c’è stata una rottura. Una duplice rottura: in campo ecclesiale e in campo politico. Sul piano ecclesiale, secondo la Bindi, i cattolici democratici non hanno avuto il coraggio di contrastare in modo netto  la politica ecclesiastica condotta dal card. Ruini. Sul piano politico c’è stata la parabola del governo Renzi che è arrivata fino al referendum dello scorso 4 dicembre. La Bindi giudica l’insieme della politica portata avanti da Renzi come ricerca del consenso immediato, come tatticismo. E di fronte a questo ha provato un senso di estraneità. “Il cattolicesimo democratico è progetto – dice -, è visione lunga”. E quanto ai contenuti delle singole politiche (lavoro, disuguaglianze, etc.) la Bindi, come già Formigoni, vede una troppo forte subalternità alle posizioni dominanti. “Io penso – ha affermato Rosy Bindi – che il nostro bagaglio culturale sia quello giusto, ma penso che le soluzioni politiche di oggi vadano in altra direzione”. D’altra parte, la Bindi ha riconosciuto che neppure lei ha le risposte che servirebbero. Ed è proprio per questo, dice, che non ci tiene più a restare in campo. Come Castagnetti, anche la Bindi ha confessato la delusione provata nell’unico incontro pubblico avuto con il papa: non si è sentita accolta, ha detto. Lo ha incontrato insieme a una rappresentanza di parlamentari e il papa non li ha neppure benedetti. Ha però aggiunto che il papa indica con chiarezza e con forza le strade da battere: le periferie, gli immigrati, le disuguaglianze … Sta dunque ai politici, nella loro autonomia, trovare le soluzioni valide ai problemi. La conclusione offerta dalla Bindi è che, se si vuole poter passare il testimone ai più giovani, bisogna “rifare i percorsi formativi”.

Il dibattito è stato breve ma intenso. Un anziano e combattivo piccolo imprenditore ha lamentato che non si sappia dire altro che si deve mettere in piedi un nuovo laboratorio culturale. Salvatore Vento, di Genova, ha lamentato che nonostante l’impegno del papa non ci sia tra i cattolici democratici l’entusiasmo che ci dovrebbe essere. Guido Campanini ha obiettato che, vista la crisi prima dei partiti comunisti e poi quella dei partiti socialisti, la sfida di Renzi va considerata positivamente. Albertina Soliani, già senatrice del Pd, ha rimproverato la mancanza di una visone globale, attenta alle nuove dinamiche in corso a livello internazionale, ad esempio con il rapido avvicinamento all’Europa dell’Estremo Oriente, con le sue culture, le sue religioni, la sua forza economica.

Le repliche dei relatori hanno sottolineato alcuni spunti interessanti. Lino Prenna ha sollecitato il cattolicesimo democratico a ripensarsi alla luce dell’antropologia biblica di Bergoglio. Guido Formigoni ha esortato a riflettere sul rischio in cui si incorre quando si estremizzano certe novità dell’oggi senza mediarle con i valori profondi, il che però non deve significare neppure che si diventi dei difensori del passato; e ha fatto l’esempio dell’uso della rete informatica, come quello della protesta populista. Quanto a Renzi, ha detto di vedere il rischio che si approdi a una politica totalmente postideologica e a una verticalizzazione tutta incentrata sul leader, tagliando così i ponti con valori del cattolicesimo democratico che non sono datati ma fondamentali. Pierluigi Castagnetti ha osservato che il cattolicesimo democratico, che ha sempre saputo accettare le sfide delle novità, oggi fa fatica a farlo. Forse perché manca un soggetto collettivo, forse perché mancano i luoghi, le strutture, per poterlo fare. Certo, ha ribadito, “per me è drammatica la proposta populista”, “la ritengo inaccettabile per i cattolici democratici”; ma ha riconosciuto che forse “anche noi siamo stati troppo elitari”, non riuscendo a vedere e a capire che cosa stava accadendo. Rosy Bindi ha ripreso il tema del superamento storico del socialismo europeo, ricordando che i cattolici democratici nel Pd erano stati contrari a entrare nel Ps europeo proprio perché ne vedevano i limiti e perché erano invece portatori, con il Pd, di un superamento di quei limiti. Avrebbero dovuto essere i socialisti europei a entrare nel Pd, e non il contrario, ha osservato la Bindi; e invece è stato proprio Renzi a far entrare il Pd nel Ps europeo. La Bindi ha concluso la sua replica dicendo di riconoscere il valore di Renzi come persona e come leader, ma di non apprezzare il renzismo, e ha lamentato che il Pd oggi non ha un luogo dove discutere le grandi sfide di oggi, dove potersi davvero confrontare; e ha osservato che il postideologico non può significare la desertificazione della cultura, con idee e proposte nuove che invecchiano dopo pochi mesi. L’ultima parola è stata di Giorgio Campanini, Campanini “padre”, che ha consigliato i cattolici di c3dem a istituire una scuola di formazione politica.

 

Giampiero Forcesi

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  1. Veramente un grande sforzo di sintesi…da grande giornalista…. anche se sono argomenti che non possono essere sintetizzati…. Possono e debbono essere, però, tappe stimolanti di un percorso storico e politico che faticosamente cerchiamo di fare. Grazie alle moderne tecnologie, grazie ad altre tappe in fieri cerchiamo di vivere quel “laboratorio” da tanti auspicato…..convinti che la cultura cattolico democratica ha dato vita, come ha affermato la Bindi, ad una “grande” Costituzione (ugualmente riformabile), a quella cultura solidale che il Paese spesso sa esprimere, ecc ed è ancora indispensabile per uscire da quella crisi che attanaglia la nostra democrazia.

  2. Sabato 20 maggio ero a Parma ed ho partecipato volentieri all’evento. Innanzi tutto grazie per averlo organizzato. Ho ascoltato attentamente tutti gli interventi e condivido particolarmente quello di Rosy Bindi. Trovo però la sintesi pubblicata su c3dem non perfettamente rispondente al senso che la Bindi ha dato alla sua riflessione. So bene che può essere insidioso scrivere delle sintesi e quindi ringrazio chi ha fatto questa fatica, ma, riascoltando quell’intervento, nel riassunto colgo più di una sfumatura che non mi convince. Quindi ho trascritto l’intervento integrale di Rosy Bindi e lo metto a disposizione di tutti.

    «Vi ringrazio per l’invito che spero mi sia stato rivolto perché anch’io penso di entrare in una di quelle caselle che Formigoni ci ha offerto. Mi sarei già collocata, come ciascuno di voi credo, e sono qui… diciamo che ho accettato di venire per comunicarvi il tormento della mia coscienza di cattolica democratica in questa stagione, non per altro; non troverete risposte, troverete delle cose che dirò, peraltro a chi ha abbandonato gli schemi, cercando di interloquire con quello che abbiamo ascoltato questa mattina, per la quale ringrazio davvero tutti. Appunto, troverete solo altri interrogativi ai quali credo che siamo insieme per dare risposte, ciascuno nella propria associazione, ciascuno nella propria solitudine, insomma nella condizione nella quale ci troviamo. Io parto da un presupposto che è abbastanza scontato, ma che voglio ricordare e che questa mattina è stato ampiamente ricordato, anche se non esplicitato. Io credo che noi dobbiamo sempre riflettere sul ruolo, sulle responsabilità che possiamo esercitare nel tempo storico nel quale ci troviamo, non prescindendo mai dai due punti di riferimento che sono: la realtà ecclesiale e la realtà sociale, culturale e politica nelle quali ci troviamo. Quando viene a mancare uno di questi due ‘polmoni’, anche nella nostra ‘alimentazione’, prima che nella nostra militanza, esercitazione e servizio nei confronti del mondo, viene meno, secondo me, la possibilità di esercitare davvero il nostro ruolo e la nostra responsabilità. Io credo che se rileggiamo il nostro percorso, non siamo mai stati egemonici; però credo anche che abbiamo vinto in qualche modo; mi riferisco, sempre pensando ai due polmoni, ad alcuni aspetti sui quali dobbiamo sempre ritornare. La Costituzione italiana è stata certamente frutto di un incontro tra culture, ma l’asse portante è stata la nostra cultura. Quando sento parlare qualche post-comunista del concetto di persona, che fa molto fatica ad ammettere che l’ha mutuato dal cattolicesimo democratico, un po’ mi arrabbio, ma dall’altra parte, come dire, mi rallegro perché vuol dire che è diventato talmente carne della sua carne, pensiero del suo pensiero, che non si accorge neanche della fase nella quale ha fatto il passaggio dall’individualismo e il collettivismo verso il personalismo. Io penso che i principi portanti, fondamentali della nostra cultura sono stati ampiamente affermati e riconosciuti nella carta costituzionale, ma anche nel percorso dei settanta anni di Repubblica, che oggi noi ricordiamo in mezzo a mille tradimenti e a mille incompiute: la strada maestra è stata sempre segnata da alcuni valori e principi che sono il patrimonio che noi portiamo alla vita di questo paese. Sempre nel dialogo con tutti gli altri, non dimentichiamocelo mai, la nostra caratteristica principale e fondamentale è quella che non siamo una cultura chiusa, uno steccato, ma siamo capaci di una continua sintesi con tutte le altre culture. Io credo anche che siamo stati protagonisti non solo della fase nella quale eravamo una minoranza trainante dentro la Democrazia Cristiana. Ricordiamoci questo: [siamo stati] una minoranza trainante fin quando la DC ha avuto un ruolo fondamentale nella vita di questo paese; quando si è rotto tutto è stato perché quella minoranza trainante non è stata più tale e poi è stata soffocata da altro. Ma anche nella storia che è seguita dopo, anche se la nostra cultura rischia di apparire tuttora subalterna al continuismo della storia politica della sinistra italiana, in realtà la storia dell’Ulivo e la storia stessa del Partito Democratico si fonda come asse portante sui nostri principi e sui nostri valori. Cito una parola per tutte ‘Europa’ cito questa… non è il tempo di addentrarci su queste cose. La stessa cosa vale nella Chiesa: il Concilio Vaticano II, certo è stato frutto dello Spirito Santo e del coraggio di Giovanni XXIII, della sapienza di Paolo VI, di tutti i cardinali che vi hanno partecipato, ma il grande movimento culturale teologico che l’ha preparato e che ha fatto sì che diventasse un documento fondamentale della vita della Chiesa, porta i nomi di teologi, ma anche di un pensiero e di un’azione laica e di una militanza del movimento cattolico italiano; altrimenti non solo non avrebbe partorito quei documenti, ma soprattutto non avrebbe avuto la forza di attuarli nella vita della Chiesa. Quindi io in questo senso, come dire, sono debitrice… mi sento debitrice di una grande storia nella quale sono grata di essere entrata a far parte, di essermi riconosciuta, non certo per aver portato chissà quale contributo, ma per aver avuto la grazia di essermi riconosciuta. Anch’io credo ci sia stata una rottura. C’è stata sul piano ecclesiale, nel trentennio che prima veniva ricordato da Guido Formigoni durante il quale, dobbiamo dirlo, non abbiamo avuto il coraggio che avremmo dovuto avere, ce l’abbiamo avuto tra di noi, non ce lo abbiamo avuto in maniera esplicita e netta. Anche perché, ed è un’altra caratteristica probabilmente, questo movimento non è mai stato di rottura. Io non dimentico un fatto (scusatemi anche un riferimento autobiografico, per quello che vale): a me non ha fatto impressione o non mi ha meravigliato che il Cardinal Ruini fosse arrivato a convocare la piazza San Giovanni contro una legge italiana, che peraltro adesso rimpiangono; a me ha meravigliato la partecipazione, convinta o meno, sofferta o meno, del laicato cattolico e delle organizzazioni cattoliche a quella piazza. Ho conosciuto il tormento del presidente dell’Azione Cattolica di allora che non si è ripresentato e riconosco la nobiltà di quella coscienza; ho conosciuto le titubanze di altri movimenti, ma nel momento in cui il movimento cattolico italiano, che rappresenta e che ha sempre rappresentato il punto di riferimento fondamentale dei nostri percorsi formativi, anche della nostra capacità di elaborazione, è presente visibilmente in un evento del genere, si capisce che una rottura c’è stata. Non è stata la rottura dei vertici. Se si torna ad altri momenti, penso ai referendum, c’era almeno qualche voce autorevole e qualche possibilità di cartello che esplicitava questa sofferenza; non è che non ci sia stata in quella circostanza, ma è stato un momento nel quale forse, mi domando, se abbiamo agito fino in fondo. Poteva mancare una presa di posizione chiara in quel momento? Quella è stata una delle fasi in cui dal punto di vista ecclesiale tutti i riferimenti, tutto il modo del cattolicesimo democratico di stare nella Chiesa e nel mondo, ha toccato uno dei suoi punti di maggiore criticità. Può darsi che tra di noi non ne abbiamo mai parlato, ma così è. Esco dal politicamente corretto: ma noi altrettanto non ci siamo confrontati con la rottura storica di questi ultimi anni. Cito ancora una volta Formigoni: il modo diverso con il quale ci siamo schierati al referendum, non avendone peraltro mai fatto oggetto di una riflessione vera e profonda tra di noi, è un altro segnale evidente. Sapete che io non mi sono schierata pubblicamente e non l’ho fatto non perché non avessi le mie idee, ma perché essendo presidente dell’Antimafia ho preso il massimo di distanza che ritenevo dover prendere in quella circostanza, perché al di là del merito della riforma, il mio “no” è stato al metodo con il quale tutto il percorso è stato seguito: un referendum costituzionale promosso dal governo è un referendum anticostituzionale. Solo per questo. Ma sono così assertiva e, mentre lo sono, so che c’è stata tra di noi una divisione molto profonda. Di queste cose noi dobbiamo parlare tra di noi. Faccio riferimento ad alcuni aspetti fondamentali, poi anch’io parlerò brevemente delle sfide del futuro. Voglio sapere se tra di noi abbiamo vissuto nei confronti delle ultime fasi politiche la stessa estraneità che alcuni di noi vivono. Attenti! Opporsi a Berlusconi è stato facile, rifiutare l’egemonia della storia del partito comunista italiano è scontato. Confrontarci sulla mutazione genetica che alcune categorie della nostra cultura stanno subendo in questa fase, senza una discussione chiara e netta tra noi, non porta bene secondo me. È tutt’altro che scontato che io provi un sentimento di profonda estraneità al concetto di politica che oggi viene comunicato e non da chi è fuori il percorso e il circuito al quale noi apparteniamo. Perché una caratteristica della nostra cultura è che la politica è progetto, è cambiamento, è lungo corso e capacità di confrontarsi con le grandi sfide. Non è cinismo tattico o tatticismo cinico, non è improvvisazione, non è ricerca del consenso immediato. Io provo estraneità nei confronti di alcune scelte che sono state fatte, ma la domanda è: di fronte al tema centrale che è quello del lavoro oggi, abbiamo e stiamo elaborando una risposta o siamo davvero subalterni? Può darsi che le soluzioni che sono state trovate in questi anni siano quelle giuste, i risultati non si vedono. C’è una riflessione su questo punto? Quella grande sfida delle disuguaglianze, alla quale ci richiama il Papa, sta trovando, non dico la risposta immediata, giusta, ma la linea di riflessione e di progetto? Siamo alla ricerca di una risposta non scontata su questo? Attenti: lo dico a me, nella consapevolezza (io sono ancora convinta) che il bagaglio culturale di cui noi disponiamo è quello giusto. Temo che le soluzioni che si stanno improvvisando siano appartenenti e declinanti altre categorie. La stessa cosa vale nei confronti della democrazia rappresentativa: lo so perfettamente che non ci si incontra più nelle sezioni, si prescinde dal dialogo e dal confronto, che il luogo è la rete, che c’è una crisi profonda di tutte le forme di comunità politica che noi abbiamo individuato; ma essere diventati in qualche modo i protagonisti di questo processo, essere dalla parte di coloro che tutto sommato si arrendono a questo fatto e non fanno una fatica oppositiva, nel senso costruttivo il termine, e non fanno sperimentazioni e non aprono a possibilità di sperimentazioni diverse, ecco… io credo che sia una rinuncia che è in atto e nei confronti della quale io non ho visto un atteggiamento critico da parte dei nostri movimenti, delle nostre associazioni e della nostra rete. Potrei continuare ma, personalmente e credo di non essere sola, si vive la difficoltà di dare risposte. E ha ragione perfettamente Castagnetti, ha ragione il Papa: in questo senso credo anch’io che il magistero di Papa Francesco è un ulteriore sfida alla nostra laicità. Anche per me gli incontri con il Papa, come politica, non sono, come dire…. uno non si sente accolto: è un’ulteriore sfida, se mi permettete, alla nostra autonomia. Neanche la benedizione, eh! Quando ci siamo andati come parlamentari non ci ha dato neanche la benedizione. È così. E questo non è vivere in senso estremo una delle caratteristiche storiche del cattolicesimo democratico? Però non facciamo l’errore che stanno facendo tutti gli altri: l’immigrazione, l’ambiente, la concezione della politica, le parole contro la corruzione… non dimenticate di questo Papa la condanna della corruzione. Lo dico da questo punto di osservatorio di adesso [commissione antimafia, ndr]. Noi il capitolo della criminalità e della corruzione non possiamo permetterci di considerarlo, come dire, solo un capitolo della questione morale. È una questione politica seria oggi in questo paese, economica, sociale; è forse il rubinetto più devastante di tutte le nostre risorse. Le parole di Papa Francesco su questo argomento: lui arriva a sostenere che è l’unico peccato non perdonabile, perché il corrotto non chiede perdono; però è una sfumatura, se guardate bene, se fate una sinossi di tutti i suoi testi su questo tema. Ed è impressionante la prospettiva che si apre. Allora, quando io sento dire “Ma Papa Francesco parla da Papa”. Sì, parla da Papa, è vero; non è immediatamente traducibile la sua visione sull’immigrazione in Frontex, immediatamente non ci si fa, lo so perfettamente: ma la strada per noi è quella non è un’altra, è quella. E sulla corruzione è quella la strada, non è un’altra. E sulla preoccupazione di lasciare alle future generazioni un mondo in un modo piuttosto che in un altro, è quella; il concetto delle periferie è quello, non è un altro. E, senza benedizione, a noi tocca trovare le soluzioni. Io non le ho, eh! Uno dei motivi per i quali ho serenamente deciso di non accanirmi a restare in campo, è perché credo che un politico si debba caratterizzare per dire “C’è questo problema? Abbozzo una soluzione”. Io oggi non ce l’ho e quindi non capisco perché dovrei stare in campo se non so dove mandare la palla. Però, da cittadino e da appartenente a questa cultura, la fatica di trovare la risposta la devo fare. Ricominciare a rielaborare, è questo il nostro compito di oggi. In questo senso penso che ecclesialmente si apra una nuova stagione per questa cultura e per la nostra presenza. Ma noi dobbiamo come al solito giocarcela e, di fronte alle grandi sfide di questo tempo, avere l’umiltà di metterci a rifare sedi di elaborazione culturale, percorsi formativi che non abbiamo più fatto. Il colore dei capelli lo dimostra: non è colpa di chi è fuori! Noi non siamo stati capaci di passare il testimone, di creare delle sedi nelle quali anche dissentire; è vero che è mancato quel retroterra ecclesiale formativo che fino ad alcuni anni c’è stato, ma per la nostra parte in qualche modo questo lavoro dovevamo farlo. E anche questo è tutto da reinventare: cos’è la formazione oggi e che cos’è l’elaborazione in comune oggi? Penso che siccome siamo gli eredi di una grande storia, di un grande patrimonio, di cui avvertiamo la qualità, di fronte alle sfide di oggi, noi dobbiamo rifare la fatica che in altre epoche altri hanno fatto. Non credo che per loro sia stato facile. Ho apprezzato molto il discorso che ha fatto il Presidente Mattarella alle Camere riunite in occasione dei Trattati di Roma: non ha fatto l’apologia dell’Europa, non ha parlato di sentimenti sull’Europa, di velleitarismo europeista, ha ripercorso tutte le difficoltà delle le fasi che abbiamo attraversato per affermare il principio europeista nel nostro paese. E io penso che anche noi dovremmo ripercorrere oltre ai successi, anche le fatiche che chi ci ha passato questa dignità ha fatto, provare a metterci su quella linea, ma non certamente a desistere da un compito che è sì gravoso, ma dal quale penso non possiamo sottrarci.»

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