Inclusione e relazioni per rigenerare la politica

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Pubblichiamo l’editoriale del n. 6/2018 di “Appunti di cultura e politica”, rivista promossa dall’Associazione “Città dell’uomo”. L’autore è professore emerito di Letteratura cristiana antica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

 

Che cosa ha da dire il «cattolicesimo democratico» di fronte all’attuale situazione politica italiana? Appare silente. Non tanto perché è stato rimosso dagli spazi di rappresentanza politica, ma soprattutto perché gli pare di camminare su un terreno sconosciuto dove non valgono i suoi stessi fondamentali. Eppure, ad almeno uno di questi non può rinunciare: all’inesausta partecipazione alla costruzione del bene comune, che sempre deve fare i conti con la natura umana – e quindi anche cristiana – delle proposte politiche sul tappeto e con il consenso, che, solo, può creare la pace sociale.

Si dice che l’accoppiata, eterogenea, delle forze che sono oggi al potere ha come comune denominatore il populismo. Per altro già dentro il sistema prima vigente si erano manifestate pulsioni populistiche – con il craxismo, con il berlusconismo, con il renzismo – che avevano sempre più indebolito la mediazione politica e degli organismi sociali; e, per di più, senza avere a compenso una qualche carica utopica tale da fare accettare il limite del decisionismo; e senza promuovere un’equità, che sola, nelle crisi socio-economiche, può tacitare l’invidia sociale. Infatti, il contenimento del debito pubblico è sì sacrosanto, ma non scalda i cuori, specie dei giovani disoccupati.

Il nuovo populismo si manifesta in aperta posizione anti-sistemica, con una volontà di palingenesi politica. Certo, anche la (nostra) democrazia (costituzionale) ha la parola «popolo» e qualcuno ha, giustamente, osservato che la democrazia e il populismo sono due gemelli siamesi rissosi, costretti a stare insieme perché hanno entrambi il principio della sovranità del popolo (1). Ma il popolo della nostra democrazia costituzionale si autolimita mediante una legge fondamentale perché sa che anche una maggioranza potrebbe impazzire (si pensi ai tragici nazionalismi del XX secolo); suddivide i poteri che agiscono nel suo nome; manifesta la sua sovranità attraverso vari livelli di espressione del potere – locale, nazionale, sovranazionale –, diversificati per ambiti di esercizio e per modalità di elezione; prevede e favorisce diversi organismi sociali di partecipazione (gruppi culturali, organizzazioni professionali, sindacali) e politici (partiti, movimenti) e la sua volontà vuole costruirsi lungo un percorso di dibattito quotidiano: acciocché nessuno possa dire «io sono il popolo», ma si dica sempre «anch’io sono popolo». Tanto meno è soggetto al populismo il sapere scientifico – e perciò ci cruccia il caso dei vaccini –, che non soggiace né a sensazioni né a interpretazioni ermeneutiche – come il giudizio storico e politico –, ma a verifiche sperimentali.

Il popolo della nostra Costituzione cede il proprio potere legislativo alla rappresentanza parlamentare e solo nel momento della designazione di essa il popolo agisce «in quanto tutto». La Costituzione poi vuole che gli eletti non siano «specchio» del popolo ma rappresentanti capaci di dibattimento e di decisioni che si facciano carico di tanti punti di vista, non solo della propria interfaccia elettorale. E ciò non solo perché tanti occhi vedono meglio di uno, ma per creare pace sociale, trovando la più alta concordia possibile tra posizioni di partenza diverse che, se messe solo alla conta, porterebbero a una rigidità o prepotente (della maggioranza) o paralizzante (nella impossibilità numerica di maggioranza). Il populismo trova terreno di coltura non nelle democrazie ideologiche, dove si dà battaglia per idee forti diverse e le persone sono partecipi del dibattito, ma – come è avvenuto – nelle democrazie consociative, dove i partiti fanno accordi al vertice e si crea una casta di rappresentanti che si auto-rappresenta e risponde alla struttura politica che li designa o li impone. La nostra deideologizzazione ha voluto poi che il popolo non si trovasse più di fronte alle classiche alternative sistemiche (comunismo-liberismo, destra-sinistra), ma alla frustrante constatazione che «sono tutti – banalmente – uguali».

La crisi economica poi è sottratta nella sua complessità al controllo diretto del popolo che però, senza bussole ideali e cognizioni tecniche, facilmente la imputa all’irresponsabilità o all’interesse politico delle élite e al servilismo verso i poteri forti che i politici coltivano per averne il sostegno. Così il popolo si giudica migliore dei suoi rappresentanti. Del resto, gli stessi grandi manager, iscritti a un albo perenne e ristretto, poco hanno fatto per accreditare il prestigio della competenza, con il loro curriculum infarcito di insuccessi, e però ben remunerato. È proprio in reazione a queste posizioni del sistema che si sta producendo l’attuale populismo, che è tenuto unito soprattutto dal «nemico sistema». La lotta sociale di un tempo diventa oggi lotta contro la casta da parte di un «popolo» allo stato liquido (gente). Mentre le forze vincenti, singolarmente prese, hanno proposte politiche e basi sociali e perfino antropologiche – e geografiche – diverse, che rendono difficile la loro stessa mediazione interna. Ma sanno farsi carico di comuni emozioni politiche che la politica ideologica, e sempre più straniata, del passato aveva cancellato, più accentuatamente nei «governi tecnici». Così agli avversari non resta che esorcizzare il páthos della maggioranza populista con l’irrisione, a cui essa per altro presta il fianco. Per i più anziani, adusi a una politica progettuale e ideologica, il panorama è spiazzante, perché non vedono un progetto. Il programma è consono alla natura movimentistica: pragmatico e granulare, non di rado contraddittorio; sale dalla galassia delle pulsioni politiche, che sono sdoganate anche nel linguaggio. Tutto ciò potrà non piacere, ma bisogna abituarsi a ragionare a partire non dal background culturale ma dalla parzialità fattuale. Senza comunque rinunciare a inserirsi costruttivamente nel dibattito politico.

Dico costruttivamente perché nelle forze tradizionali, e soprattutto in quelle più strutturate ideologicamente, sta prevalendo un’altra logica, che il cattolicesimo democratico deve altrettanto denunciare. È indubbio che dentro l’attuale maggioranza l’unità populistica sia seraccata da linee di frattura che la scompongono in aggregazioni di diversa natura, che sono latamente ideologiche. Infatti, convivono tendenze liberistiche e tendenze sociali, tendenze particolaristiche e tendenze solidaristiche. Per dirla in breve: il M5S non ha la stessa natura della Lega. Tanto che arduo è gestire la loro coalizione (o, meglio, coabitazione forzata). Procedono, infatti, per così dire, a realizzazioni alterne: oggi reddito di cittadinanza a me, domani flat tax a te. Se a questa disunità si aggiungono improvvisazioni e errori di inesperienza che provocano conati di rissa, c’è spazio per le opposizioni di coltivare la speranza antica: «Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non può reggersi» (2). Sperano, insomma, che l’attuale sistema esploda o imploda. Stando magari a gustare lo spettacolo di una fine agognata, renzianamente, «sgranocchiando pop corn».

Il fatto è che la sorgente donde quelle forze sono, entrambe, sgorgate non è disseccata: è il rancore contro il vecchio sistema. Conforme alla tesi di Max Scheler (3), le nuove forze razionalizzano e mettono in comunicazione il risentimento da esclusione di ceti e di parti considerevoli della società e uniscono i trascurati «rancorosi», che sono legione, nella causa comune della lotta al sistema. Chi, come la generazione tra i ventenni e i quarantenni, non trova inserimento – in specie economico e lavorativo – non ha lo stesso modo di giudicare le forze politiche che hanno i «garantiti» e non ha le stesse remore a sparigliare le carte, quando la partita per essa sarebbe comunque compromessa. Meno male che il populismo nostrano usa in senso politico e istituzionale, non in senso rivoluzionario, questa parte cospicua di popolo e non l’abbandona all’eversione nichilista. Il largo consenso, così in fretta conquistato, lo ha sottratto alle sfibranti dinamiche elitarie – ma anche al tirocinio – dei piccoli gruppi testimoniali e lo ha costretto, in un certo senso, ad assumere rapidamente un ruolo di leadership e non di pura protesta. Purché il fumo del nichilismo non penetri nelle stanze stesse del potere.

Ma ciò trova ostacolo proprio in un’opposizione costruttiva, che non si lasci accecare dalla connotazione antisistemica globale fino al punto da non vedere le linee di frattura interne alla maggioranza e sappia invece cogliere le differenze, al di là di un’annebbiata unità: insomma, non si deve tenere un’indistinta equidistanza, privilegiando il giudizio sintetico antipopulista e antisistemico – come se nascondesse un preciso disegno politico olistico –, ma si deve fare emergere le diverse linee di tendenza, richiamandole, anche loro malgrado, a uno spessore ideologico o comunque a una dignità di pensiero politico.

Ci sono, infatti, presenze a cui possiamo ascrivere tendenze al nazionalismo con venature autarchiche e all’etnocentrismo, al sovranismo, allo Stato minimo, al dominio del mercato; altre che assumono il contrasto alla povertà e ai privilegi, una cura per l’ambiente, una visione di Stato che non rinunci a compiti di indirizzo, una lotta alla corruzione. Si è in presenza di un mix che va da un’appassionata e sregolata ricerca di utopia fino a un pragmatismo iperrealistico e egoistico; di pulsioni umanitarie sociali e di spinte identitarie prepotenti. Abbiamo seri dubbi che il modo migliore di agire, da parte di chi è consapevole delle ragioni che accomunano l’attuale maggioranza e di quelle che la disarticolano, sia la creazione di una falange compatta di tutte le forze altre, indipendentemente dalle posizioni ideologiche di esse («da Macron a Tsipras», come si usa dire). Un composto di questo tipo farebbe prevalere la dinamica «sistema» rispetto a quella «antisistema» sulla logica della distinzione trasversale. Le forze attuali trarrebbero forza dal loro aspetto antisistemico e le forze che vi si oppongono sarebbero viste come frusti campioni del vecchio sistema, e inevitabilmente liquidate come casta. La lotta politica si radicalizzerebbe in una battaglia senza esclusione di colpi, in una specie di apocalittica Armaghedòn (4) dall’esito incerto e comunque per tutti perdente.

A tale «ammucchiata» osta non solo un calcolo elettorale – che lasciamo ai contabili furbi –, ma soprattutto la vocazione del cattolicesimo democratico che è di includere il più possibile nel confronto democratico e nella decisione politica le differenze, non di emarginarle, sempre alla luce di un progetto. Tanto più se quelle forze hanno ragioni da rappresentare e costituiscono una cospicua porzione – o addirittura maggioranza – di popolo verso la quale si deve nutrire attenzione e rispetto.

Meglio è allora prendere in seria considerazione gli spazi di dialogo che si aprono dentro le proposte politiche, lungo le linee di frattura tendenzialmente ideologiche o programmatiche, che segmentano l’universo della maggioranza cosiddetta populista, e dialogare con quelle che presentino maggiori affinità programmatiche e, alla base, ideologiche. Meglio è, per la qualità della politica, operare sempre un discernimento, dichiarando, sì e motivatamente, i dissensi, ma anche le adesioni o le affinità, iuxta modum, per creare una disciplina di serietà che rompa con le contrapposizioni d’obbligo. Se non avvertono la logica del pre-giudizio globale, è più facile che le forze antisistemiche entrino in un discorso relazionale e evolvano verso una politica di rappresentanza di tutta la nazione e non di rappresentanza speculare dei soli desideri dell’elettorato di partenza, al quale solo si sentono oggi chiamate a rispondere. Insomma, già così si infrangerebbe un caposaldo del populismo.

Ma un incontro fecondo implica che le forze di opposizione rompano i ponti con il sistema in quanto esso ha indebolito o ostacolato il coinvolgimento dei cittadini; abbiano, esse per prime, una linea programmatica definita; accostino la composita maggioranza cosiddetta populista secondo una linea di tendenza precisa e non opportunistica. Solo così potranno forzare il blocco e solo così, casomai, gli schieramenti si potranno ricomporre secondo più compiuti e schietti parametri politici, al di là di una – contingente – opposizione sistema-antisistema. Non per tattica – ripetiamo – ma per ricreare concordia e pace sociale. La forza inclusiva appartiene alla democrazia rappresentativa della nostra Costituzione, che cerca la mediazione consensuale, non alla democrazia decisionista la quale punta sulla conta dei voti – amico vs. nemico – e sulla esclusione dell’avversario e del perdente.

Nella «nostra» democrazia anche il – temporaneo – «perdente» è tenuto a custodire e gestire la sua dignità di partecipazione, collaborando nei limiti e negli spazi di una posizione di minoranza, anche se in forme più complementari e parziali che assertive e globali. La missione inclusiva è all’origine del metodo del cattolicesimo democratico e sociale, ai quali, entrambi, si iscrive «Città dell’uomo». È il modo in cui, dopo la lezione della Costituente, ha operato Aldo Moro, fino a pagare con il prezzo della morte, onde acquisire all’area democratica italiana le forze che allora erano antisistemiche; è il metodo, più recente, dell’Ulivo: stare comunque dentro i processi e individuare con pazienza i modi per renderli più umani, facendo leva sulle posizioni che meglio promuovano la funzione relazionale dell’uomo e privilegino le povertà, meglio se riconducendo politicamente le povertà emergenziali al quadro delle povertà strutturali da sanarsi.

Ma non possiamo alla fine non constatare che la politica europea troppo poco sta facendo per creare una governance autorevole e cede di fronte alle logiche mercantili e contabili, favorendo gli esiti più negativi degli inizi del XXI secolo: il cannibalismo della mondializzazione e il terrorismo delle identità chiuse. Questa impotenza dà a molti la fondata impressione che siano proprio e solo questi movimenti populisti a riportare alla ribalta le essenze tradìte dalla politica, sia pure con lo scandalo del loro disordinato e ruspante appello al sovranismo e di un approccio inusuale alle regole economiche. Ci chiediamo, insomma, con una punta di tristezza, se per contrastare un liberismo selvaggio e condizionarlo, per rendere insomma più popolare e meno mercantile l’Europa, non sia necessario ut scandala eveniant.

 

Luigi Franco Pizzolato

 

(1) D. Palano, Populismo, Editrice Bibliografica, Milano 2017.

(2) Mc 3, 24.

(3) M. Scheler, Il risentimento nell’edificazione delle morali, Vita e Pensiero, Milano 1975.

(4) Ap 16,16.

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