L’enfasi costituzionalista nuoce alla Costituzione

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Negli anni ’90, lasciato momentaneamente il suo ritiro monacale, Dossetti, preoccupato della situazione italiana e da ipotesi che circolavano inerenti modifiche costituzionali, prese con autorevolezza la parola in pubblico. In quell’occasione lanciò la proposta di costituire Comitati per la difesa della Costituzione e intervenne poi più volte per affermare i valori della stessa, sia nei suoi contenuti, sia nel suo significato più profondo per l’unità del paese.

Dossetti spiegò che la Costituzione non era nata dalla Resistenza (tanto meno in una visione di parte, diciamo di sinistra), ma dalla presa di coscienza di cosa avevano voluto dire sei anni di guerra e dalla volontà comune di superare quella tragedia, aprendo una diversa prospettiva umana e democratica. Insieme richiamava che la Costituzione aveva per così dire costituito il patto fondamentale tra le grandi tradizioni ideali e politiche del paese (la cattolica, la comunista, la socialista e quella laica), garantendo la possibilità di sviluppo della società italiana, pur nelle grandi differenze politiche.

Ma nei suoi interventi degli anni ’90 Dossetti aggiunse un argomento nuovo, volto a concorrere al sostegno della Costituzione, il “patriottismo costituzionale”. Ritengo che sia lecito a riguardo avanzare una rispettosa ipotesi. La guerra è lontana nel tempo e dunque poco presente alla coscienza civica attuale e il patto tra le grandi forze ideali e politiche ha ormai più solo un valore di memoria essendo quelle forze nel frattempo scomparse, così il “patriottismo costituzionale” rappresenta un input nuovo che viene a surrogare e integrare quanto rimane delle passate motivazioni storiche. Ma le prime motivazioni costituiscono due grandi fatti storico-politici, qui invece siamo di fronte a un richiamo alle coscienze individuali, che si auspica possano divenire coscienza collettiva.

Non ho né la competenza né la preparazione per discutere e approfondire il tema del “patriottismo costituzionale”, però una cosa mi sembra evidente. Se si vuole affermare una concezione nuova (del tutto al di fuori della nostra tradizione giuridico-politica) occorre dimostrarne il fondamento, la sua plausibilità, la sua reale possibilità di rappresentare un nuovo valido motivo a sostegno. Al momento questo compito è ancora tutto da svolgere.

Per altro la parola “patriottismo” ha in se stessa un senso “enfatico” che suscita passioni, appartenenze, identità, al di là penso delle intenzioni e del pensiero di Dossetti. Ma è pur vero che in questi anni, in materia costituzionale, i discorsi “enfatici” non sono certo mancati.

Qualche anno fa ho sentito Raniero La Valle a Milano che, parlando ad alcuni gruppi cattolici, sosteneva che ormai la situazione politica era disastrosa, che la democrazia era in serio pericolo, e che l’unica salvezza la potevamo trovare nel “patriottismo costituzionale”. Più o meno una parola magica, un toccasana.

Qualche preoccupazione la destano anche alcune espressioni di Zagrebelsky, ad esempio quelle contenute nel libretto “Fondata sul lavoro” dove si legge, fra l’altro, una frase come questa: “La Costituzione pone il lavoro a fondamento, come principio di ciò che segue e ne dipende: dal lavoro, le politiche economiche, dalle politiche economiche, l’economia. Oggi assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato. Dall’economia dipendono le politiche economiche, da queste i diritti e i doveri del lavoro”. Si tratta di un’affermazione che deve leggersi nel senso che, in un possibile contrasto tra la Costituzione e la realtà, è la Costituzione che va tenuta ferma, ed è la realtà che si deve adeguare. Tesi per lo meno sorprendente. Vi sono molte altre espressioni in quel volumetto che meriterebbero di essere riprese, ma possiamo riassumere l’istanza critica in un concetto riassuntivo: ritenere che la Costituzione del 1946 costituisca una risposta adeguata ai problemi del lavoro del 2016 è impensabile. Ci sono certo dei principi da salvaguardare, ma non si possono applicare dei principi senza conoscere la realtà (del lavoro).

In un altro senso di allargamento e di potenziamento della sfera di influenza della Costituzione, al di là del testo, si muovono contributi come quello di Filippo PIzzolato e di Stefano Rodotà, i quali trovano che la “fraternità” il primo, la “solidarietà” il secondo, rappresentano principi fondativi della Costituzione al di là dello scritto. Ogni opinione è legittima e il sostegno a valori quali la fraternità e la solidarietà è certamente lodevole. Ma, al di là delle pur evidenti forzature, ciò che appare discutibile è la scelta che questi “beni sociali” possano essere espressi e orientati dall’alto e non provenire dal basso, dalle concrete esperienze delle persone, dall’associazionismo, dalla società civile. Su questo asse verte la diversità di opinioni coi costituzionalisti: nella loro visione la Costituzione dovrebbe orientare la formazione della società sia sul piano ideale che sul piano concreto, coprendo una funzione che appare sempre più estesa. Leggendo il sito “costituzionalismo.it” risalta evidente questa posizione di forte valorizzazione “centrale” della Costituzione, con il rischio di una costante sopravalutazione. Non si può lasciarle la sua funzione seria e importante senza sottoporla a estensioni, sempre crescenti, che rischiano di sovraccaricarla e di snaturala?

Vi è infine, in questo mondo di enfasi costituzionalista, un altro fenomeno sociale e politico di rilievo, che non andrebbe trascurato. Esiste nel paese un’area importante della popolazione che, conclusasi l’esperienza del partito comunista e del partito socialista, conserva una cultura di sinistra necessariamente più indefinita di un tempo data la mancanza di un partito e anche di un orizzonte e di ideali politici di riferimento. Nell’assenza del “socialismo” è diffuso in quest’area un fenomeno di trasferimento ideale sulla Costituzione: in mancanza della prospettiva politica generale si è per così dire ripiegato sulla Costituzione considerata comunque un riferimento politico significativo (per la data di nascita, per la sua storia, per i valori che contiene).

Attribuisco a questo “transfert”, se così lo si può chiamare, sia la posizione dell’ANPI che espressioni presenti nella CGIL. La CGIL sta raccogliendo le firme per una proposta di legge che costituisce un nuovo “statuto dei lavoratori”, sia dipendenti che indipendenti. Questo pacchetto di modifiche, impegnative e gravose rispetto alla attuale legislazione, viene presentato con una proposta di legge, definita di “rango costituzionale”. (Apro una breve parentesi per ricordare che la proposta è accompagnata da tre referendum sul lavoro – Jobs Act, appalti, licenziamenti – che qualora fossero approvati dalla Corte e votati insieme, provocherebbero una frattura nel paese non inferiore a quella che si è verificata con il voto referendario sulla scala mobile).

Penso che sia bene concludere. Può darsi che le mie considerazioni attengano a una visione del tutto personale, però mi sembra che si stia diffondendo una cultura meta-politica, che in mancanza di una visione politica degna di questo nome tende a fare della Costituzione una bandiera al di là della sua natura.

Ciò ha indubbiamente la sua influenza sul prossimo referendum. Ma, molto più in là, a mio parere, sposta su un piano sbagliato la prospettiva politica. Le risposte ai problemi aperti in Italia e nel mondo, quelli economici, quelli del lavoro, quelli delle guerre e degli estremismi terroristici, quelli di una convivenza libera e giusta (di una “libertà sociale”, come scrive in un bel libro Axel Honneth, “L’idea di socialismo”, un socialismo nuovo che possiamo pienamente condividere) non possiamo trovarle nella Costituzione. La Costituzione rimane fondamentale per la vita pubblica e per lo Stato, ma tocca a noi e alla nostra responsabilità trovare risposte all’altezza dei problemi attuali.

 

Sandro Antoniazzi

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  1. A me sembra, peraltro, che ci sia una fortissima contraddizione interna: come si concilia una visione iper-giacobina della Prima Parte con una assemblearista della Seconda? Il giacobinismo (ammesso che sia giusto) deve potersi basare su Governi solidi, non è che si fa coi Governi balneari…

  2. E quale sarebbe la funzione della Costituzione? Antoniazzi, forse inconsapevolmente, riprende argomentazioni, sconfitte in Assemblea Costituente, di chi avrebbe voluto una Costituzione che non avviasse la trasformazione economica e sociale, e che si riducesse a norme già precettive. Una posizione insomma di un certo conservatorismo liberale, alla V.E. Orlando. E giunge quindi a screditare pure la prima parte della Costituzione, negando addirittura che la solidarietà vi svolga un ruolo di principio fondamentale. Quanto alla fraternità, non sarà sfuggito ad Antoniazzi, se davvero ha letto mio libro, che io faccio un lavoro ermeneutico per fondarla nel testo costituzionale, da cui non posso evidentemente prescindere, e per caratterizzare – proprio con il richiamo alla fraternità – la solidarietà aperta alla responsabilità dei cittadini e delle loro formazioni sociali. Non capisco poi davvero cosa significhi una visione ipergiacobina della prima parte della Costituzione. Ma forse, si sottintende che essa non significa nulla – al di là dei classici diritti liberali – e che dunque, nel ridisegno della seconda, si può fare un po’ come ci pare… Cosa che infatti si sta facendo…

  3. Fra il neutralizzare gli enunciati della Prima Parte riducendole a norme programmatiche senza effetto e trarne all’opposto l’idea che siano costituzionalmente possibili solo programmi politici di sinistra conservatrice ce ne corre.. Non è che chi critica la seconda scorciatoia può essere schiacciato sulla prima, Rinvio in generale a questo scritto di Barbera http://www.bovisiomagazine.it/files/unaeindivisibile.pdf
    Quanto poi alla revisione in corso per chi la condivide si tratta di una “manutenzione straordinaria” (Olivetti) che riprende intuizioni della Prima Parte dei lavori della Costituente. Rinvio per valutazioni puntuali al mio recente scritto “La transizione è (quasi) finita”, a quelli di Guzzetta, Vassallo nonché di Crainz e Fusaro (in particolare all’inquadramento storico di Crainz). Questo è un dibattito in parte diverso diverso dal primo, resta però il fatto che per chi la condivide il conservatorismo su assetti dati della Seconda Parte neutralizza proprio la forza degli enunciati della Prima.

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