Sanità, ovvero il modello di sviluppo che vogliamo

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Mai come in questo momento la questione sanitaria è diventata tema di discussione a livello mondiale e io penso che noi, italiani ed europei, abbiamo qualcosa da dire, frutto di concrete esperienze storiche.

Le stesse riflessioni del senatore americano del Vermont Bernie Sanders, scritte oggi 2020 per il suo paese, gli Stati Uniti d’America, sono a tale riguardo significative di una precisa idea-forza che noi abbiamo cercato di realizzare al culmine del ciclo di lotte sociali degli anni ’70.

Ha detto Sanders: “Siamo il paese più ricco nella storia del mondo, ma in un momento di enormi disparità di reddito e ricchezza, quella ricchezza non riguarda quasi la metà degli americani che vive della propria busta paga, i 40 milioni che vivono in povertà, gli 87 milioni che non hanno un’assicurazione o se l’hanno è di scarso valore e il mezzo milione di senzatetto. Poiché decine di milioni di americani stanno perdendo il lavoro ed il proprio reddito a causa della pandemia, molti di loro stanno perdendo anche la loro assicurazione sanitaria. Questo è ciò che accade quando l’assistenza sanitaria è vista come un beneficio per i dipendenti, non un diritto garantito. Mentre superiamo la pandemia, dobbiamo approvare una legislazione che garantisca finalmente l’assistenza sanitaria a ogni uomo, donna e bambino, che sia disponibile sia per chi abbia un lavoro e per chi non lo abbia, di qualunque età”.

Il risveglio sindacale degli anni ’70, in Italia, poneva la centralità del lavoratore-persona in tutte le piattaforme rivendicative. Le lotte per le riforme si alimentavano di questa consapevolezza politica e ideale. Essa non si limitava d avanzare rivendicazioni, ma provava a sperimentare sul proprio campo, l’ambiente di lavoro, nuove forme organizzative. Da qui nacque il confronto più significativo con gli studenti, soprattutto delle facoltà di medicina, e con i futuri medici del lavoro. All’interno del sindacato si cominciava a superare la tendenza alla “monetizzazione della salute” sostituendola con l’elaborazione di proposte tese all’eliminazione dei fattori di rischio, cioè delle cause che provocavano malessere e malattie. Si arrivò anche ad intervenire nella fase di progettazione di nuovi impianti, affinché la macchina in costruzione assumesse la salute del lavoratore come condizione per il suo buon funzionamento. E ciò avveniva addirittura in un settore difficile come quello della siderurgia. All’Italsider di Genova Cornigliano i delegati di fabbrica si misurarono con la progettazione di una nuova acciaieria. Macchine, automazione industriale e nuove tecnologie erano pensate per liberare tempo e fatica dell’uomo. Anche i programmi di studio seguiti dai lavoratori e dalle lavoratrici attraverso l’uso delle 150 ore (conquista contrattuale che offriva loro la possibilità di ritagliarsi un tempo di studio pagato dal datore di lavoro) li aiutavano a collegare la medicina con le loro esperienze dirette. Molti corsi delle lavoratrici, svoltisi nelle sedi universitarie e nei territori, partivano proprio dall’analisi della soggettività femminile.

La legge 833 del 1978, che superava le mutue di categoria e istituiva il Servizio sanitario nazionale, fu il frutto di quelle lotte sindacali e della consapevolezza sociale acquisita da ampi strati della popolazione e delle forze politiche democratiche.

Quando parlavamo di salute comprendevamo tre aspetti fondamentali: la prevenzione negli ambienti di lavoro e di vita, le strutture ospedaliere e ambulatoriali, i servizi sociali territoriali. Allora il Ministro della sanità era una donna del valore di Tina Anselmi, la prima donna ad essere nominata ministro.

La legge 833 afferma: “La tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana.  Il servizio  sanitario nazionale è costituito dal complesso delle funzioni,  delle  strutture,  dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica  di  tutta  la  popolazione  senza distinzione di condizioni individuali   o   sociali   e   secondo   modalità   che  assicurino l’eguaglianza  dei cittadini nei confronti del servizio. Alla gestione unitaria della tutela della salute si provvede in modo  uniforme  sull’intero  territorio  nazionale  mediante una rete completa di unità sanitarie locali”.

 

Le proposte del sindacato tendevano ad andare anche oltre e cioè a ipotizzare la costituzione delle Unità Locali e dei Servizi Socio Sanitari, per unire, sul territorio, i servizi più strettamente sanitari a quelli si natura anche sociale. L’ospedale non era visto come elemento centrale del sistema sanitario, come invece diventerà poi con l’affermazione ideologica del neoliberismo, che tenderà a organizzarlo sul modello aziendale. A monte dell’ospedale si prevedeva la diffusione nel territorio dei servizi di prevenzione e di strutture ambulatoriali capaci di fare da filtro rispetto alla spinta al ricovero ospedaliero. A valle si proponeva la diffusione e la qualificazione dei servizi di riabilitazione e dell’assistenza domiciliare medico infermieristica.

L’azione sindacale di difesa dei diritti si trasformava in cultura sociale di tutta la popolazione; ed è proprio in questo clima che si produsse una legislazione sociale avanzata:

  • la legge 300/1970, detta “Statuto dei lavoratori” affermava il diritto dei lavoratori a controllare l’applicazione delle norme sulla tutela della salute e della prevenzione;
  • la legge 495/1975 istituiva i consultori familiari con finalità di prevenzione e di educazione;
  • la legge 161/1975 disegnava il nuovo diritto di famiglia;
  • la legge 903/1977 stabiliva la parità di trattamento uomo/donna in materia di lavoro;
  • la legge 194/1978 interveniva per la tutela sociale della maternità e dettava le norme per l’interruzione volontaria della gravidanza (“lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”);
  • la legge 180/1978 avviava il superamento del manicomio.

Un esempio ancora più concreto dell’azione sindacale sul territorio l’abbiamo con l’uso del salario sociale (una percentuale del monte-salari), previsto da diversi contratti di fabbrica e di settore produttivo, destinato alla costituzione di servizi socio sanitari sul territorio.

Nei processi di riforma veniva ad assumere un ruolo determinante la partecipazione dei cittadini, singoli e associati nelle organizzazione del volontariato sociale a livello territoriale. Il tema della salute diventava così parte integrante e qualificante del complessivo modello di sviluppo a cui guardare: cosa, dove e come produrre. Il sindacato si proponeva come soggetto politico di trasformazione sociale. Tutto era collegato, non ci potevano essere compartimenti stagni. Questo, però, è poi risultato un punto debole dell’azione sindacale, perché l’inevitabile impatto col sistema politico ha creato molti problemi.

Da qui bisogna comunque ripartire, tenendo presente, come suggeriva Romano Guardini, che l’unico criterio per valutare un’epoca è domandare fino a che punto si sviluppa in essa, e raggiunge un’autentica ragion d’essere, la pienezza dell’esistenza umana, in accordo con il carattere peculiare dell’epoca medesima.

Nel frattempo molto lavoro è stato fatto, anche a livello mondiale, basti pensare all’Agenda ONU 2030 per lo viluppo sostenibile e agli indici di sviluppo di benessere equo e sostenibile (BES) che segnano un passo significativo verso il superamento del paradigma unico del Pil. Anche qui le elaborazioni vengono da lontano. Ricordo che nel 1972 il biologo statunitense Garrett Hardin diceva: sono sicuro che arriverà il momento in cui lo psicologo, il poeta e il filosofo parleranno tutti la stessa lingua e si comprenderanno a vicenda. Era la lingua dell’ecologia integrale. La tragedia planetaria del Coronavirus è una conferma inequivocabile della prima legge dell’ecologia: ogni cosa è legata a tutte le altre. E questo è anche l’insegnamento che ci viene da apa Francesco con la sua profetica enciclica sulla casa comune, la Laudato si’.

Salvatore Vento

Post scriptum

Dalla fonte ufficiale del Ministero della salute riferite ricavo i seguenti dati sulle strutture sanitarie esistenti nel nostro paese, suddivise tra strutture pubbliche e strutture private accreditate:

Per l’assistenza ospedaliera il 51,8% sono strutture pubbliche e per il 48,2% private

Per l’assistenza specialistica il rapporto si capovolge: 60,4% sono strutture private accreditate e il 39,6% pubbliche

Per l’assistenza territoriale residenziale le strutture private accreditate sono 82,3% e quelle pubbliche 17,7%

Per l’assistenza territoriale semiresidenziale il pubblico è del 31,4% e il privato del 68,6

Per la riabilitazione le strutture pubbliche sono il 22,1%  e quelle private il 77,9%

Da questi dati si deduce che le ormai molto note RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali), sono, per oltre l’80%, strutture private accreditate e costituiscono, come la realtà sta purtroppo dimostrando con l’ecatombe da Covid 19, il punto più critico di tutte le strutture sanitarie. La tragica situazione è talmente evidente che non aggiungo nessun commento. Speriamo che le indagini in corso siano effettuate con serietà e severità.

 

 

 

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One Comment

  1. Nessun commento.
    Ma un grazie per questo dimenticato pezzo di storia sindacale italiana cosi ben riassunto.

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