Cattolici in politica, è ora di parlarsi

| 4 Comments

A vent’anni dall’epilogo della lunga stagione della Democrazia Cristiana, al di là delle diverse opzioni partitiche che ne sono seguite, non c’è più l’esigenza, per i cattolici riformisti/democratici/sociali impegnati in politica, di avere uno spazio di dialogo e di confronto?

 

 

In più occasioni, negli ultimi anni e anche recentemente (si veda ad esempio l’incontro di novembre del circolo “Il Borgo” di Parma), si è discusso sul ruolo dei cattolici in politica dopo la conclusione, nei primi anni ’90, della lunga stagione della Democrazia Cristiana.

Inizialmente, la maggior parte di chi proveniva da quella vicenda ha cercato di riprodurla, seppure in misura molto più ridotta, all’interno dei due grandi schieramenti che si erano formati col sistema maggioritario, mentre alcuni esponenti decisero di aderire da subito alle principali formazioni presenti nei due schieramenti. In seguito, le formazioni di ispirazione cristiana  si sono fuse in altri “contenitori” più ampi e attualmente, seppure probabilmente esistano ancora sigle e simboli che richiamano alcune di quelle esperienze, di fatto non vi sono “eredi” significativi dal punto di vista del consenso elettorale. Discorso a parte per Italia Viva, nata da una scissione dal Partito Democratico, che – considerata la provenienza culturale del suo leader e di diversi suoi esponenti – potrebbe assomigliare a un partito di centro di “area cattolica” ma di fatto non si presenta né si autodefinisce come tale (cfr. lo Statuto).

Negli ultimi anni, alcuni esponenti e gruppi hanno ritenuto fosse necessario rilanciare una presenza più esplicita e riconoscibile di gruppi cattolici: c’è stata la creazione di “Demos”, che ha raccolto qualche risultato positivo in alcune elezioni regionali e locali, ma che non ha, per ora, un peso e una struttura di livello nazionale che possa essere “competitiva”; e quella di “Insieme”, il partito fondato dal prof. Zamagni e altri che, però, non si è presentato ai vari turni elettorali regionali e locali che si sono succeduti e quindi è al momento difficilmente valutabile.

Ho ricostruito – molto sommariamente e certamente tralasciando tanti elementi – queste vicende perché il dibattito sulla presenza dei cattolici in politica – e in particolare dei cattolici di sensibilità riformista e democratico-sociale – si è spesso polarizzato attorno a due tendenze: la prima, già citata, che vede ancora la necessità e financo la possibilità di una (o anche più) formazioni che si richiamino esplicitamente alla dottrina sociale della Chiesa, seppure presentandosi in modo laico e con programmi potenzialmente attrattivi per tutti; la seconda, per la quale è molto difficile e persino poco auspicabile portare avanti un progetto del genere, e dunque (1) i cattolici – ormai minoranza nel Paese – devono spendere i loro “talenti” all’interno dei grandi partiti e lì far valere il loro “peso” culturale; (2) i cattolici dispersi nelle varie formazioni dovrebbero dialogare e ritrovarsi su alcuni temi e proposte comuni.

Chi scrive ritiene che in politica non si debba mai escludere a priori nulla, perché i contesti storici possono cambiare e richiedere scelte diverse da quelle ritenute valide in precedenza, ma è, non da oggi, convinto che la seconda tendenza sia preferibile (e più praticabile). C’è un però, ed è su questo che vorrei richiamare l’attenzione. Come ho personalmente provato a proporre in diverse occasioni e colloqui personali, mi sarei aspettato – e tuttora mi aspetto – che chi tra i cattolici riformisti/democratici/sociali ha un ruolo politico, soprattutto se di una certa importanza, si impegni  a creare occasioni di incontro e scambio con altri/e che militano nella sua stessa formazione e in altre, nonché nell’ambito associativo. Non per costituire correnti più o meno confessionali o eventi di facciata, ma per condividere esperienze, idee, proposte. In alcune occasioni e su alcuni temi specifici questo è avvenuto, ma soprattutto grazie alla spinta di alcuni movimenti cattolici e in modo episodico.

Tutto ciò fa sorgere due domande: 1. I cattolici impegnati in politica, che pure si dicono talvolta preoccupati per il rischio di una scarsa incidenza, sono disponibili a lavorare su questo fronte o tutto sommato lo ritengono un obiettivo secondario? 2. A quando una sede permanente di dialogo e confronto tra loro e anche con associazioni, gruppi, movimenti che fanno riferimento alle stesse radici culturali? Il 2022 potrebbe essere l’anno giusto per rispondere a queste due domande. Anche perché fra  qualche mese – salvo sorprese – non potremo nemmeno più dire “abbiamo Mattarella come Presidente della Repubblica…”

Sandro Campanini

4 Comments

  1. Ineccepibile

  2. Credo che uno dei compiti principali di C3dem dovrebbe essere proprio quello di promuovere il dialogo tra i soggetti che tu citi. Non possiamo aspettarcelo da chi è in prima linea nelle istituzioni e appartiene a partiti ben
    precisi e nemmeno da qualche associazione ecclesiale. Noi che stiamo “nel mezzo” tra l’appartenenza a una fede e la militanza partitica, possiamo avere l’autorevolezza e la credibilità per convocare incontri di questo genere tra persone che a vario titolo si riconoscono nel cattolicesimo democratico pur appartenendo a gruppi politici diversi. Scegliamo un tema e facciamolo!

    • Cara Carla,grazie del contributo, è una proposta da prendere assolutamente in considerazione e spero che gli amici che leggono se ne sentano interpellati. Forse in questo periodo di elezione del Presidente della Repubblica non sarebbe semplice, ma con tempistiche “medie” si potrebbe provare. Tieni conto, però, che in passato qualche tentativo è stato fatto ma con risultati non eccezionali, ciò non toglie che si debba riprovare. Credo però che, oltre a questo, dovremmo anche “esigere” da chi in qualche modo “ci” rappresenta “in alto” un po’ più di iniziativa.

  3. A mio parere occorre che ci convinciamo che i “cattolici” non possono e non devono costituire una entità separata e distinta nell’ambito sociale e politico del paese, una entità che si distingue e si contrappone alle altre componenti. Innanzitutto perchè è arduo identificare i “cattolici” – i battezzati?- poi perchè questa identificazione porterebbe ad una divisione fra gli stessi cattolici e contradirebbe la missione della Chiesa – che ne verrebbe inevitabilmente coinvolta – nel suo porsi non come entità separata dal mondo ma immersa nella quotidianità degli uomini per condividerne ” le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce”. E proprio questa condivisione porta ad un incontro e ad un cammino insieme con tutti gli uomini “di buona volontà” e “amati dal Signore”. Ciò che manca è una adeguata formazione nell’ambito ecclesiale, una sensibilizzazione alla realtà sociale e politica, dalla pastorale parrocchiale a quella diocesana, a quella nazionale: il costante magistero sociale della Chiesa- pensiamo all’attualissimo e quotidiano magistero di Papa Francesco – resta ambito riservato alla Gerarchia e, di fatto, considerato come esortazione, anche affascinante, ma lontana dalla concretezza della realtà, manca una traduzione che competerebbe ai cattolici laici. E quindi, si osserva giustamente, mancano luoghi d’incontro e di dialogo fra cattolici impegnati in ambito sociale e politico, anche militanti in diverse parti politiche. Ed è carente una presenza dei cattolici, come notava Giorgio Campanini nel Convegno citato da Sandro, nell’ambito sociale prepolitico, diciamo “culturale”, con una voce libera non condizionata da appartenenze a parti politiche, una presenza vivace destinata ad animare il contesto sociale: ha ragione Carla Mantelli a richiamare, a questo proposito, la “mission” del c3dem. L’indicazione proposta da Papa Francesco, di trovare nel “popolarismo” la chiave della ” politica migliore”, potrebbe rappresentare l’autentica identità dei credenti, una identità che ci potrebbe liberare dalla perenne e frustrante sensazione della scarsa presenza e rilevanza sociopolitica dei cattolici.

Lascia un commento

Required fields are marked *.