“UCCIDERE SENZA ODIO”

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Francesco Piva

Uccidere senza odio. Pedagogia di guerra nella storia della Gioventù cattolica italiana (1868-1943)

Franco Angeli, 2015, pp. 315

 

di Giampiero Forcesi

 

Suscita molteplici emozioni, e pensieri, il libro che Francesco Piva ha dedicato alla storia della Gioventù cattolica italiana dal suo sorgere, nel 1968, al 1943. Una storia letta attraverso uno specifico filo conduttore: quello che Piva chiama la “pedagogia di guerra”. Cioè l’approccio che guidò l’educazione di quella importante parte della gioventù italiana (dai tre ai quattrocento mila giovani, solo maschi, nei primi decenni del secolo scorso) di fronte alle numerose situazioni di conflitto armato attraversate dall’Italia: dalle ultime battaglie interne del Risorgimento (Porta Pia, 1870) alle prime guerre coloniali tra fine Ottocento e inizi del Novecento, dalla prima guerra mondiale alla guerra d’Africa nel 1936 fino alla seconda guerra mondiale.

Piva ha dato al suo libro un titolo penetrante: “Uccidere senza odio”. Un titolo  che può essere letto con forte avversione, e con amara ironia, ma anche con un certo grado di comprensione. Nelle pagine dedicate alla guerra del ’15-18, l’autore scrive che, di fronte all’interrogativo di come conciliare il dovere, sentito come tale, di servire la patria con l’amore evangelico verso il nemico, “la soluzione fu individuata in un sillogismo presentato come molto semplice, scontato, immune da qualsivoglia inquietudine e contraddizione: il cattolico, il giovane cattolico, ha in guerra il dovere di uccidere ma deve uccidere senza odio”.  In una nota l’autore aggiunge che “l’idea di partecipare alla guerra senza odio verso il nemico – guerra considerata portatrice di giustizia e fondatrice di una nuova cristianità – era allora sostenuta anche da altre personalità cattoliche, ad esempio don Mazzolari”. Bastano, credo, queste due citazioni per far intravedere come fare memoria di quegli anni possa suscitare un’ampia gamma di emozioni, e di giudizi, anche opposti tra loro.

Il libro è di grande interesse perché attraversa in profondità settanta anni di vita italiana, e di vita in particolare del mondo cattolico in Italia, con la sua faticosa uscita dalla contrapposizione frontale allo Stato, durata a lungo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento, con la sua adesione prima critica e poi sempre più acritica allo Stato nell’epoca del regime fascista, con la sua subordinazione quasi cieca alla militarizzazione della società e alla cultura delirante che portò l’Italia a schierarsi nel secondo conflitto mondiale a fianco del nazismo. La storiografia italiana è ricca di studi sul ruolo dei cattolici nelle vicende del ‘900, sulle posizioni della Chiesa e dei pontefici, come anche anche sui percorsi seguiti dall’Azione cattolica e dai suoi vari rami e movimenti, e dalla Fuci, a livello sia nazionale che locale. Ma questo libro offre certamente uno spaccato per alcuni versi nuovo, in quanto segue le vicende di quegli anni situandosi all’interno di quel protagonista minore, parziale, ma assai significativo, che fu la Gioventù cattolica italiana (prima Società della Gioventù cattolica italiana, poi Gioventù italiana di azione cattolica), e le racconta attraverso le parole, il linguaggio, le idee che emergono dalle pubblicazioni di cui la Gioventù cattolica fu ricca: “Gioventù Italiana” (dal 1912), “L’Aspirante” (dal 1924), “Gioventù Nova” (dal 1925), “Credere” (dal 1938). Il racconto è naturalmente punteggiato da una serie di annotazioni critiche che utilizzano sia le fonti archivistiche della Gioventù italiana di azione cattolica e dell’Unione popolare cattolica, conservate presso l’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI, sia l’abbondante storiografia esistente, e che consentono di contestualizzare il racconto stesso. Ma l’analisi critica non soffoca minimamente il racconto così come emerge dalle voci dei dirigenti laici ed ecclesiastici della Gioventù cattolica, succedutisi negli anni, e dalle voci anche dei tanti giovani cattolici, militanti nei circoli, che trovano eco nelle pubblicazioni dell’associazione.

Più in particolare, l’originalità del libro di Francesco Piva (già docente di Storia contemporanea a Salerno e all’Università di Roma “Tor Vergata” e autore di saggi di storia sociale del movimento cattolico e del movimento operaio e socialista) sta, come si è detto, nella sua attenzione alla dimensione educativa, pedagogica. Scrive nella Introduzione che l’angolatura da lui scelta è stata quella “di analizzare se e come, nel periodo in esame, sia stata elaborata una strategia educativa che, in sintonia con le pubbliche istituzioni, abbia contribuito a trasformare il giovane cattolico da ‘civile’ in ‘soldato’, una persona disponibile a uccidere ed essere ucciso sui vari fronti in cui fu inviato a combattere contro altri giovani. Un passaggio che, per il cristiano, trascina da secoli il dilemma tra l’amore del prossimo e la violenza estrema contro il nemico”. La conclusione cui è giunto è che la preparazione dei giovani cattolici ad accettare di impegnarsi attivamente in guerra non fu in prima istanza influenzata dalle ideologie di quegli anni, che pure erano presenti nell’associazione (il nazionalismo, l’interventismo, il fascismo), “ma derivò principalmente dal nucleo centrale dell’educazione morale del maschio cattolico: l’incitamento alla purezza”. Alle soglie del Novecento l’ossessivo precetto della rinunzia a esperienze sessuali prima del matrimonio “fu inglobato in una teoria pedagogica volta a plasmare la personalità del militante: maschio, prestante, forte e coraggioso (…). Un’educazione della volontà fondata sull’autocontrollo repressivo degli istinti sessuali quale percorso indispensabile per sviluppare le virtù guerriere proprie degli uomini veri”.  Educazione alla virilità e educazione al patriottismo finirono per essere mescolate in un unico obiettivo formativo. Con esiti ambigui. Di fatto la coscienza nazionale dei giovani cattolici finì per essere ancorata alla cultura di guerra, e fu naturale per l’associazione – scrive Piva –  assecondare, poi, la deriva militarista della seconda metà degli anni Trenta. Solo con l’approssimarsi della sconfitta, e con l’ormai prevedibile uscita traumatica di scena del fascismo, dopo la ritirata di Russia, la debacle in Africa e lo sbarco anglo-americano in Sicilia, la retorica a lungo coltivata, e sempre più acriticamente, della “guerra di civiltà” e della “crociata della civiltà” venne improvvisamente meno, e la stessa parola “patria” sparì dai giornali della Gioventù cattolica. Senza, però, alcun cenno autocritico.

Anche le pagine che l’autore dedica alla educazione che in quei decenni venne data ai giovani in tema di sessualità, e al nesso che venne a stabilirsi tra rinuncia, autocontrollo, purezza, da una parte, e fermezza, coraggio, serenità d’animo, capacità di soffrire, fino alla virilità e alla “eccellenza nel combattimento”, dall’altra, possono essere lette con un duplice sentimento. Per un verso, fanno riflettere sui guasti di un atteggiamento repressivo e persino persecutorio, che coglieva in modo quasi maniacale, quell’aspetto dell’affacciarsi dei giovani alla vita adulta. Per un altro verso, spingono a interrogarsi su quali possano essere le vie di un percorso educativo che non disdegni di far maturare coraggio e serenità d’animo, capacità di soffrire e fermezza. Così come ci si può interrogare sullo stesso “amor di patria”, che il libro racconta come fu coltivato senza  alcun esercizio critico, e con grande retorica; e che però forse ha bisogno di rivivere nel tempo presente come sentimento di coesione sociale, come senso di appartenenza, come spirito di comunità.

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