Letta ha ragione. È giusto spostare la tassazione dal lavoro al capitale

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L’imposizione fiscale deve essere orientata da un principio di equità sostanziale, per cui tassare in maniera rilevante il lavoro e non tassare pesantemente i patrimoni e la ricchezza oltre una certa soglia è sicuramente una violazione sostanziale, anche se non formale, del principio costituzionale.

 

È di pochi giorni fa la proposta fatta da Enrico Letta di appesantire la tassa di successione per usare il gettito per un fondo a sostegno dei giovani: “In Italia la tassa di successione ha un gettito minimale, è un regalo che si fa ai ricchi del nostro Paese. Non c’è nessun sudore a ereditare patrimoni milionari, uno dei capisaldi dello Stato liberale è partire dallo stesso punto […] non deve essere uno scandalo reintrodurre una tassa di successione sui patrimoni plurimilionari”.

Non c’è nulla di sbagliato o nulla di eversivo in questa dichiarazione!

“Chi più è stato baciato dalla fortuna e ha visto prosperare i propri affari deve sentire maggiormente la necessità di redistribuire questi beni a beneficio della collettività”. Queste parole ci riportano immediatamente ad una riflessione sul tema delle diseguaglianze che vengono inevitabilmente generate da un’economia di mercato e che lo Stato si deve fare carico di eleminare perché, dice bene Letta, l’equità sostanziale è uno dei capisaldi dello stato liberale e senza di essa anche lo stesso principio della democrazia intesa come potere del popolo viene svilito.

Bill Gates, terzo uomo più ricco al mondo, sul suo blog GatesNotes ha criticato fortemente il sistema fiscale americano. Qualcuno potrebbe pensare che si sia lamentato di pagare troppe tasse, sostenendo che le tasse troppo elevate sono un danno per l’economia. Niente di più sbagliato! Bill Gates si lamenta di pagare poche tasse dicendo: “Io credo che il ricco debba pagare più tasse di quanto non ne paghi attualmente […] Sono per un sistema fiscale in cui, se hai più soldi, devi pagare una percentuale più alta di tasse […] Dovremmo spostare una maggior parte del carico fiscale sul capitale, piuttosto che sul lavoro”. Nel febbraio del 2001, dopo dell’abolizione della tassa di successione decisa dal presidente Bush, 120 miliardari americani acquistarono, a loro spese, una pagina intera del New York Times per protestare contro questo regalo fiscale dicendo che: “Togliere la tassa sulla successione arricchirebbe gli eredi dei miliardari, mentre renderebbe la vita ancora più difficile alle famiglie che fanno fatica a sbarcare il lunario”, e sostenendo che “chi, senza merito, eredita una grande fortuna deve ridistribuire socialmente attraverso la tassazione una parte di quella ricchezza”. Anche Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008, ha sostenuto di essere disposto a pagare più tasse per avere una società più equa.

L’idea che aumentare le tasse ai più ricchi abbia una ricaduta negativa sull’economia è una fake news che viene raccontata dai moderni “Paperoni” per non pagare più tasse e che stranamente fa breccia su coloro che avrebbero tutto l’interesse ad un sistema fiscale più redistributivo.

L’art. 53 della Costituzione stabilisce che: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ciò significa che l’imposizione fiscale deve essere orientata da un principio di equità sostanziale per distribuire in maniera uguale i carichi fiscali fra i cittadini, per cui tassare in maniera rilevante il lavoro e non tassare pesantemente i patrimoni e la ricchezza oltre una certa soglia è sicuramente una violazione sostanziale, anche se non formale, del principio costituzionale.

Spostare la tassazione dal lavoro al capitale significa dare più reddito alle famiglie e ai lavoratori, diminuendo l’incidenza delle tasse per i soggetti deboli e finanziando questa operazione con una più alta tassazione del capitale. Operare in questo senso fa diminuire le diseguaglianze e la povertà. La legittimità della tassa di successione si basa sul principio del bene comune e della destinazione universale dei beni. La ricchezza accumulata non è un diritto assoluto, ma in ogni caso deve rispondere a logiche redistributive.

Queste affermazioni sono perfettamente in linea anche con gli insegnamenti della dottrina sociale della chiesa in tema di bene comune e di destinazione universale dei beni.

Nella Laudato Si’ papa Francesco scrive: “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata. San Giovanni Paolo II ha ricordato con molta enfasi questa dottrina, dicendo che ‘Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno’. Sono parole pregnanti e forti. […] E con grande chiarezza ha spiegato che ‘la Chiesa difende sì il legittimo diritto alla proprietà privata, ma insegna anche con non minor chiarezza che su ogni proprietà privata grava sempre un’ipoteca sociale, perché i beni servano alla destinazione generale che Dio ha loro dato’. Pertanto afferma che ‘non è secondo il disegno di Dio gestire questo dono in modo tale che i suoi benefici siano a vantaggio soltanto di alcuni pochi’” (Laudato Si’, 93).

 

Domenico Marino

(Professore di Politica Economica – Università Mediterranea di Reggio Calabria)

 

 

 

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