La Resistenza: un movimento plurale

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Il 25 Aprile è il giorno ufficiale e simbolico scelto per celebrare la liberazione dall’occupazione nazista e dal regime fascista italiano. In quel giorno, infatti, il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) proclamò l’insurrezione generale dei patrioti nei territori occupati dai tedeschi. Ma in tutto il paese il processo verso la libertà non fu omogeneo e lineare e mi sembra perciò utile ricordare la cronologia essenziale.

Roma venne liberata dagli alleati il 4 giugno 1944, il mese dopo vi si trasferisce il governo, e Umberto II di Savoia, Luogotenente del Regno, s’insedia al Quirinale. L’11 agosto 1944 venne liberata Firenze dopo una cruenta lotta strada per strada e il 21 aprile 1945 toccò a Bologna. Le formazioni partigiane del triangolo industriale continuavano a combattere e gli operai compivano sforzi enormi per impedire che i macchinari delle loro fabbriche venissero trasferite in Germania. A Genova, medaglia d’oro al valor militare, l’atto di resa dei tedeschi, per la parte italiana, venne firmato da un operaio, Remo Scappini, e la liberazione avvenne prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Il periodo 1943-1945 fu davvero drammatico, l’Italia era divisa in due: il Nord sotto il dominio nazifascista della Repubblica sociale italiana costituita a Salò, cittadina sul lago di Garda e il Sud sotto la protezione degli eserciti alleati. Il 10 luglio 1943 lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia aveva segnato una svolta nella guerra e quindici giorni dopo il Gran Consiglio del fascismo approvava un ordine del giorno contro Mussolini, che veniva destituito e arrestato. Il Re Vittorio Emanuele III, e tutto il governo Badoglio, mentre un gruppo di militari e civili a Porta San Paolo combattevano contro i nazisti, scapparono da Roma per raggiungere Brindisi. Il Re aveva così giustificato il suo comportamento: “per la salvezza della capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col governo e con le Autorità militari, mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo italiano.” Il 3 settembre 1943 a Cassibile in Sicilia era già stato firmato l’Armistizio che sarà annunciato l’8 settembre. A questo punto l’esercito italiano (presente anche in altri territori dove aveva combattuto, come in Francia, Grecia, Albania, i Balcani) è completamente allo sbando.

Intanto i partiti antifascisti si uniscono nel CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) e per coordinare le azioni militari delle formazioni partigiane formano il Corpo Volontari della libertà (CVL) designando come presidente il generale Raffaele Cadorna (figlio del maresciallo Luigi) e vice presidenti Ferruccio Parri del Partito d’Azione e Luigi Longo del Pci. Anche le forze sindacali si riorganizzano in maniera unitaria e sottoscrivono un Patto per costituire la Cgil unitaria composta da rappresentanti dei comunisti (Giuseppe Di Vittorio), socialisti (Emilio Canevari, in sostituzione del capo storico Bruno Buozzi ucciso dai nazisti) e democristiani (Achille Grandi).

La Resistenza fu un movimento plurale nel quale confluirono motivazioni diverse: i militanti antifascisti attivi nella clandestinità e quelli dell’esilio, delle carceri e del confino di polizia; i giovani che non vollero arruolarsi nella Repubblica sociale di Salò e preferirono unirsi alla formazioni partigiane; le tante donne che svolgevano funzioni di assistenza (le famose “staffette”) ai combattenti in armi e col passare del tempo anch’esse combattenti; le popolazioni esauste dalla guerra e dai bombardamenti; i lavoratori delle fabbriche che scioperarono in diversi momenti; i militari che non accettarono di confluire nelle forze armate nazifasciste. Su quest’insieme di motivazioni nel 1991 Claudio Pavone pubblicò una ricerca approfondita che poneva all’attenzione anche il discusso concetto di “guerra civile” tra italiani, accanto a quello di “lotta di liberazione nazionale”.

Sul contributo dei militari alla lotta contro i tedeschi soltanto negli ultimi anni, grazie anche all’azione del presidente Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), si è fatta luce. Quando Ciampi nel 2001 si recò a Cefalonia (isola greca dell’Egeo) ricordò il dilemma dei soldati italiani della Divisione Acqui che risposero alla domanda del loro generale Gandini scegliendo, all’unanimità, di non schierarsi con i tedeschi e scrivendo così la prima pagina della Resistenza. La risposta dei nazisti fu l’eccidio di massa. Interessante anche la testimonianza di Alessandro Natta (segretario del Pci dal 1984 al 1988) sui militari internati dai tedeschi, pubblicata con il titolo “L’altra resistenza”. E a chi sosteneva che nel periodo 1943-45 si ebbe “la morte della Patria”, Ciampi rispondeva che la scelta dei diecimila militari italiani a Cefalonia fu, invece, la via maestra per la salvezza della patria, come lo è stato tutto il movimento della Resistenza.

Nel 1996 Luciano Violante, all’atto del suo insediamento a presidente della Camera dei deputati, poneva l’interrogativo sul che fare affinché la lotta di liberazione dal nazifascismo diventasse davvero un valore nazionale, per superare le lacerazioni di ieri e avviare la “riconciliazione”. Un primo elemento da lui indicato riguardava la necessità di arrivare a una comprensione dei motivi che portarono molti giovani ad aderire alla Repubblica di Salò (tema questo molto controverso, perché la giusta esigenza di capire la soggettività di ogni scelta deve partire dalla condivisione che la Costituzione italiana è figlia della Resistenza; un politico che giura fedeltà alla Costituzione non può ignorare questa verità storica; la pietas sui morti di tutti i fronti non può confondersi col giudizio storico necessario per la formazione di una memoria collettiva, che va sempre coltivata). L’altro aspetto riguarda le regioni del Sud d’Italia, la cui vicenda, come noto, è stata diversa, ma, in realtà, non per questo meno lacerante e meno violenta. I bombardamenti tra il 1940 e il 1943 non hanno dato tregua a nessun luogo considerato per gli anglo-americani d’importanza strategica, come i porti e le isole di Sardegna e Sicilia, avamposto del Mediterraneo. Ci furono inoltre episodi significativi come “le quattro giornate di Napoli”, città che i combattenti riuscirono a liberare prima dell’arrivo degli alleati il primo ottobre 1943. O, in Abruzzo, la Brigata Maiella, di profonda fede repubblicana, aggregata all’esercito alleato, che contribuì allo sfondamento della linea Gustav, eretta dai tedeschi nell’Italia centrale. Per alcuni mesi il governo del Regno si trasferì a Salerno dove Togliatti proclamò l’omonima “svolta”, cioè il sostegno a Badoglio da parte dei sei partiti antifascisti del CLN.

Termino questo intervento con la citazione delle parole del presidente Sergio Mattarella pronunciate in occasione del “Giorno della memoria” del 2018:

“Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza”.

 

Salvatore Vento

*L’articolo è uscito oggi su Via Po, inserto culturale del quotidiano Conquiste del lavoro.

 

*Segnaliamo la riedizione, sulla rivista Vita e pensiero, di uno scritto dello storico Cinzio Violante del 1995: Ricordi e testimonianze sugli Internati Militari Italiani in Germania (1943-1945)

 

 

 

 

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