La politica come libertà di tutti. Un piccolo libro di Giuseppe Cotturri

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Giuseppe Cotturri ha scritto un prezioso libricino, pubblicato dalla casa editrice Ediesse e dal CRS, il Centro per la Riforma dello Stato, di cui Cotturri è stato per molti anni direttore, quando presidente era Pietro Ingrao. Il libro si intitola Declino di partito. Sottotitolo: Il PCI negli anni Ottanta visto da un suo centro studi. In realtà si tratta di un libro composito. La parte più consistente è uno scritto di Cotturri che risale al 2007, Ingrao e il CRS (1979-1993). Ricerca di autonomia e processo costituente, uscito all’interno del secondo volume dell’Archivio dedicato a Ingrao da Mario Tronti, in quegli anni presidente del CRS. Questo volume non uscì in libreria perché era in gran parte un catalogo di documenti d’archivi; e lo stesso testo di Cotturri era nato come una serie di schede sui quindici anni, appunto dal 1979 al 1993, che egli passò al fianco di Ingrao (all’origine, le schede dovevano servire a Ingrao, ormai assai vecchio, per orientarsi per un’intervista che gli avrebbe fatto il curatore di quel volume). Si dirà: un materiale poco attraente, se non per gli storiografi del Pci. Invece no. Quelle settanta pagine scritte nel 2007 raccontano qualcosa che riguarda tutti. Riguarda, in primis, la sinistra, certamente; ma riguarda anche, più in generale, la questione della democrazia possibile in questo nostro tempo. La questione della crisi dei partiti politici, la difficoltà della partecipazione, l’emergere di nuove soggettività politiche e i percorsi possibili di effettivo allargamento del sistema politico. Cotturri, a dieci anni di distanza, ha ripreso in mano quel suo testo, praticamente inedito, e lo ha riproposto facendolo precedere da una Premessa di poche pagine e da un Postscriptum ancora più breve, ma sia l’una che l’altro assai densi e ricchi di interesse. Maria Luisa Boccia, attuale presidente del CRS, ha scritto una circostanziata Prefazione.

Dirò subito perché mi sembra prezioso il libro (in tutto centoventi pagine). Intanto per l’autore. Peppino Cotturri, dopo i 15 anni trascorsi alla direzione del CRS in stretta collaborazione con Ingrao e dopo essere stato nel Comitato centrale del Pci negli anni Ottanta, in seguito ha presieduto Cittadinanzattiva, il movimento fondato da Giovanni Moro, e ha continuato fino ad oggi a riflettere, a scrivere e ad insegnare (all’Università di Bari) sui temi della riforma delle istituzioni politiche, del federalismo, della sussidiarietà, del volontariato, e cioè della politica come esperienza diffusa, diritto e dovere di tutti. Si deve a lui l’introduzione, nel 2001, del quarto comma dell’art. 118 della Costituzione, quello che recita “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Sul significato e le potenzialità di questo elemento innovativo nel sistema politico ha poi scritto nel suo ultimo libro, La forza trasformatrice della cittadinanza attiva, edito nel 2013 da Carocci. Ed è lui che la nostra rete c3dem ha chiamato a tirare le fila del convegno organizzato a Paestum nel settembre del 2015 sul tema “Cittadinanza attiva e rinnovamento della politica nel Sud”. Si può vedere la sintesi di quel convegno su questo sito (“La politica di tutti”), come pure un’intervista che gli facemmo per un quaderno del Movimento del Volontariato italiano (Mo.V.I.) pochi mesi prima (“La forza trasformatrice della cittadinanza. Colloquio con Giuseppe Cotturri”). Dei punti di contatto del pensare politico di Cotturri con quello dell’area del cattolicesimo democratico è segno anche un’annotazione che egli fa nella Premessa a questo testo sul declino del Pci, là dove dice che sarebbe utile estendere la ricerca anche all’analogo percorso seguito dagli altri partiti, e in particolare dalla Dc: scrive che, in questo ambito, sente affine “la densa e meditata riflessione di Guido Formigoni” contenuta nel libro edito dalla Cittadella lo scorso anno, e curato da Sandro Antoniazzi, Passato e futuro del cattolicesimo democratico (il capitolo redatto da Formigoni si intitola Il cattolicesimo democratico nella politica italiana. Dal delitto Moro alla crisi attuale).

Ma è tutta l’esperienza del Centro per la Riforma dello Stato (CRS) che è stata preziosa e che è molto interessante ripercorrere. Il CRS ha avuto una storia particolare. Un ruolo particolare. Molto, naturalmente, è dovuto alla figura di Ingrao, scomparso lo scorso anno, che Cotturri considera “uno dei più grandi uomini del Novecento italiano”, il dirigente comunista “forse più inquieto e libero nel pensiero”. Concluso il mandato di presidente della Camera, Ingrao, nel 1979, riprese la presidenza del CRS , che era il più piccolo dei vari centri studi del Pci, e rivendicò per esso uno spazio di autonomia intellettuale, di libertà di ricerca politica. Era una cosa inusitata, all’epoca, e incontrò una forte resistenza. La questione dell’autonomia, così come venne posta nell’ambito del ruolo di ricerca del CRS, venne anche posta sul piano più generale della società italiana. Questo voleva dire considerare la politica come esperienza diffusa, come terreno di incontro di forme organizzative diverse, come elaborazione che si arricchisce per la pluralità dei soggetti e dei modi di espressione e di partecipazione. Tanto è vero che, al centro del lavoro dei tanti gruppi di studio e di ricerca che si andarono formando nel CRS e nei numerosissimi seminari e convegni organizzati nel corso degli anni Ottanta, ci furono il tema della riforma del partito e quello, più radicale, della riforma del sistema politico italiano. Dunque della riforma costituzionale. Ingrao e Cotturri sostennero la necessità di dar vita a un “processo costituente”, a un “governo costituente”. La riforma dello Stato avrebbe dovuto consentire forme di socializzazione del potere, di partecipazione dei cittadini alle scelte di fondo della società italiana. Ad esempio sul tema dei trattati internazionali e della difesa della pace, introducendo la possibilità di referendum popolari. Per difendere la Costituzione, si diceva nel CRS, occorreva svilupparla. Dunque riformarla. Garantire un nuovo sistema dei poteri.

Di fronte al lavorio del CRS, una vera “pentola in ebollizione”, la direzione del partito si irrigidì. L’apparato del partito si ripiegò su se stesso. La morte di Berlinguer nel 1984 rese ancora più difficile il percorso.  Per poter continuare il suo impegno e garantirsi autonomia di ricerca il CRS si costituì come associazione. In questo modo divenne una pratica effettiva il fatto che un vasto gruppo di intellettuali e ricercatori, giovani e meno giovani, interni ed esterni al partito, si costituisse come soggetto autonomo, distinto dal partito e dal sindacato, cioè dalle forme storiche di espressione della sinistra, e però pronto a schierarsi al loro fianco, per costituire un più ampio movimento democratico impegnato nel costruire un’alternativa politica al paese. In quegli anni il CRS ebbe una consistente rete di rapporti con il socialismo e la socialdemocrazia europea e un’altrettanto ricca trama di rapporti con il variegato mondo politico e culturale italiano: la Sinistra Indipendente, studiosi e dirigenti del Partito socialista, intellettuali repubblicani, i cattolici democratici, l’area del “Manifesto”, ambienti del mondo universitario, del movimento ecologista, di quello pacifista, del femminismo.

Racconta Cotturri che il partito rifiutò di porre all’ordine del giorno la riforma costituzionale, insistendo che rispetto alla carta costituzionale poteva porsi solo un problema di attuazione. “Si rifiutava l’idea e la parola stessa di riforma”, ricorda Cotturri. Mentre era proprio l’istanza di un diverso bilanciamento di poteri e di nuovi contrappesi che il CRS avanzava. La proposta di “governo costituente”, riformando innanzitutto l’art. 138, quello che stabilisce il come e il quando di una possibile revisione costituzionale, cadde dunque nel vuoto. Il Pci riteneva che fosse ancora possibile un recupero del ruolo dei partiti, senza toccare la Costituzione. Ma, in realtà, come Cotturri sostiene, il declino dei partiti, e del Pci, era già in atto almeno dalla fine degli anni Settanta, dall’uccisione di Moro. Già allora si era dimostrata la sclerotizzazione del partito. Ben prima dell’89, della caduta del Muro, e del successivo scioglimento del partito. Quella linea difensiva e attendista del Pci, sordo ai richiami di un rinnovamento dei poteri dello Stato e di un nuovo coinvolgimento dei cittadini nella politica e nell’esercizio del potere, lascerà poi aperto il varco alle ondate antipartitiche che seguirono sempre più impetuose negli anni a venire. Scrive Cotturri che si ebbe conferma che “la cultura del potere delegato e del professionismo politico non consentiva di fronteggiare problemi di mutamento, nella pur evidente crisi epocale che si stava dispiegando”. Quando si arrivò alla segreteria di Achille Occhetto, che pose finalmente la questione di un nuovo sistema politico istituzionale e di una riforma del partito, il clima politico-culturale spingeva ormai verso le istanze della leadership personale, del principio maggioritario, della governabilità, dell’uso dirompente del referendum. Se con Occhetto fu battuta la cultura partitocratica del centralismo democratico, non venne però tematizzata l’esigenza di portare nuove soggettività al potere; non si valorizzarono le autonomie e le competenze. “Il suo leaderismo ha portato – annota Cotturri – non allargamento ma restrizione dell’area effettiva in cui si prendono decisioni”. Si sviluppava di fatto una politica populistica.

Nelle ultime pagine delle sue note sul quindicennio 1979-1993 Cotturri osserva che l’idea di “restituire lo scettro al principe”, che fu di Scoppola e di altri, e che Occhetto fece sua, aveva ed ha bisogno, per realizzarsi, di competenze diffuse, di informazioni corrette, di saper evitare il condizionamento di interessi corporativi. Cioè ha bisogno della costruzione di una cittadinanza matura e responsabile. Come ci si arriva? Non c’è che una via, dice Cotturri: quella di “un processo di acculturazione politica e di empowerment della cittadinanza”. Che è cosa lunga e difficile. Fuori di questo c’è solo una sorta di “radicalismo democratico-populista”. E a questo finì per ridursi la politica di Occhetto. Nel 1993, due anni dopo la fine dell’esperienza del Pci, Ingrao  si dimise dal Pds; e lasciò anche il CRS.

Oggi, a dieci anni di distanza dalla ricostruzione del quindicennio di ricerche e di interventi promossi dal CRS, Cotturri, nel suo Postscriptum, offre un’ulteriore chiave di lettura del nodo politico esaminato. Che egli rilegge così: una questione basilare delle democrazie è “come mettere a valore la ricchezza di competenze e l’impegno civile di ciascun uomo e ciascuna donna”. Non regge più, dice, la sola distinzione Stato/società. Tutto è in movimento, e tutto – secondo Cotturri – ruota attorno a “un nuovo fulcro strategico: il valore delle persone, non dell’individuo come tale, isolato e ripiegato su se stesso”. Non il valore dell’individuo, ma “il valore della crescita umana in ciascuna persona, che a ogni singolo dà un patrimonio nuovo di intelligenza-relazioni-competenze”. Cotturri, con questo punto di vista, raccoglie ed esprime l’esperienza che egli ha condotto negli anni in cui è stato a contatto diretto con il mondo del volontariato e della cittadinanza attiva. Qui ha verificato lo spazio della libertà personale, l’autonomia delle iniziative, prese pur sempre “per l’interesse generale”. Quello spazio che il codice genetico dei partiti non offriva. E’ questa ricchezza delle persone, del loro libero impegno che – per Cotturri – è cruciale, è irrinunciabile; e questa ricchezza rischia di perdersi se si consegna senza riserve alla delega politica. L’idea di “massa”, radicata e difesa a lungo nella cultura e nell’esperienza del Movimento operaio, in quanto percepita come base della sua forza collettiva, ha condotto di fatto a una configurazione piatta, “nebulosa”, della società, “senza cura per la crescita delle persone”. E così, quando a partire dalla fine degli anni Sessanta la politica ha preso ad allargarsi e a camminare sulle gambe di diverse soggettività, il potere organizzato dei partiti si è sentito messo ai margini; e, per difendersi, si è andato sempre più separando e richiudendo su se stesso. Questa, a suo avviso, la contraddizione a cui si è giunti. E per farvi fronte servono, ora, nuove strategie. Cotturri dice: serve una riforma delle istituzioni di governo. Ma questo significa – qui è il punto, arduo, e Cotturri lo segnala – che è tutto l’ambiente, sociale e istituzionale, che deve comprendere, assorbire e poi restituire una “cultura dell’autonomia delle persone”; e solo così la politica può essere libertà e diritto di tutti.

 

Giampiero Forcesi

 

http://www.c3dem.it/la-politica-di-tutti/

 

http://www.c3dem.it/?s=cotturri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’autore utilizza il suo punto di osservazione privilegiato per raccontare i travagliati anni Ottanta del Partito comunista italiano.

In quel decennio si manifestarono nuove soggettività politiche, inedite forme di partecipazione da parte di cittadini autonomi e competenti, nuovi bisogni e un allargamento dei sistemi politici. Tuttavia il partito non mostrò grande attenzione a questi processi, chiudendosi piuttosto in se stesso.

Questi temi furono colti e segnalati con grande anticipo in una singolare esperienza di ricerca promossa dal CRS, Centro Studi del PCI, che provò a orientare il partito verso riforme del sistema politico e a contribuire da sinistra alla costruzione europea. La chiusura del partito a quei temi e a quelle proposte è un aspetto particolare del suo declino.

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