Popolo, democrazia, bene comune

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Riferendosi a uno scritto con il quale aveva recensito un libro recente (C. Danani, a cura di, Democrazia e verità. Tra degenerazione e rigenerazione, Morcelliana, Brescia 2020), l’autore è stato invitato da  Sandro Antoniazzi a riflettere su alcuni nodi  al centro del tema della democrazia e delle sue impasse: la nozione di popolo e quella di bene comune. Ne è scaturito questo breve ma ricco testo, presentato nell’intervento che l’autore ha tenuto nel convegno di c3dem dello scorso 26 novembre.

 

 

 

La perplessità e il disincanto riguardo alla democrazia si esprime oggi nel dubbio radicale che essa sia davvero capace di realizzare il fine proclamato nella sua stessa denominazione, cioè il “governo del popolo”. A voler essere spregiudicati, non si dovrebbe riconoscere che la democrazia reale è diventata sempre più palesemente un dispositivo utile a perpetuare il governo di élites che si avvicendano nei luoghi del comando sul popolo? E quest’ultimo non verrebbe ridotto a essere supporto strumentale delle strategie e delle tattiche di chi si attribuisce in esclusiva la “vocazione” o la “professione” del politico?

 

Un dualismo da evitare

Come è possibile, allora, evitare il dualismo tra la chiusura autoreferenziale dei rappresentanti del popolo “addetti” alla politica e l’esaltazione ingenua e controproducente dell’antipolitica che, di volta in volta, assume il profilo della fustigazione della casta, della protesta fine a se stessa, del lamento qualunquistico o, più semplicemente, della rinuncia all’esercizio del voto? Una rinuncia  praticata come delegittimazione totale di ogni mandato e di ogni dispositivo fiduciario?

Le tendenze di autoriproduzione incontrollata del personale politico, la rigidità dell’organizzazione burocratica in funzione del proprio incremento, il consenso manipolato dall’alto e la sua diffusione “in basso” con i mezzi più sofisticati della comunicazione tecnologica, in un gioco perverso di rinforzo reciproco, sono mostri che si sono venuti materializzando nel corpo della democrazia.

La conseguenza è spesso il discredito della politica da parte di chi si colloca nella società civile, anche quando non manca l’impegno nei settori del volontariato e delle relazioni orizzontali. Se la democrazia è governo del popolo, come combattere allora la sofferenza acuta derivante dal diaframma che si frappone tra popolo e governo? S’impone innanzi tutto un esame radicale dei fattori in gioco.

 

Una considerazione qualitativa del popolo

Guardando alla vicenda storica della modernità, si può distinguere tra il popolo come mera realtà fattuale e generica e il popolo come idea regolativa (un’idea non astratta, ma incarnata nella sua storia). Non si tratta di cadere in una visione dualistica, ma piuttosto di cogliere una dualità utile, per un verso, a non cadere in un deteriore populismo e, per altro verso, a valorizzare le energie costruttive del popolo. Infatti il popolo come realtà generica ha qualificato sé stesso in rapporto alla propria capacità di perseguire finalità e orientamenti che ne hanno fatto il propulsore e il custode di una razionalità pratica incarnata. Essa è consistita in un’acquisizione progressiva, pagata anche a caro prezzo, di principi, diritti, istituzioni, grazie al costituirsi di soggetti organizzati sia in formato grande sia in formato piccolo, dai partiti ai sindacati ai nuclei collettivi e comunitari presenti in vario modo su scala locale, nazionale e internazionale. Attraverso il suo protagonismo, il popolo come quantità si fa forma qualitativa.

 

Il declassamento quantitativo del popolo

Il declassamento del popolo a mera quantità avviene quando il popolo rimane o ritorna a essere massa amorfa, folla indistinta a uso e consumo di capi capaci di suscitare impulsi transeunti, o purtroppo anche duraturi, di aggregazione per scopi politicamente e storicamente regressivi. Questo sfruttamento del popolo fa leva su una certa tendenza autolesiva ad andare contro se stesso, imboccando strade non illuminate da un’autorappresentazione all’altezza delle proprie conquiste, le quali si sono espresse nelle assunzioni teoriche e nelle articolazioni pratiche della democrazia.

Il popolo è certamente alla base della democrazia. Questo riconoscimento basilare non dovrebbe però impedire di riconoscere altresì le linee di discontinuità e le regressioni in agguato negli episodi involutivi della espressione popolare, quando essa viene meno ai propri codici di razionalità pratica, nei quali la capacità di autonomia si è associata con il perseguimento di finalità universalistiche, che si compendiano nei principi di libertà, giustizia, eguaglianza, rispetto e valorizzazione della dignità di tutte le persone e di ogni persona.

 

Uno sdoppiamento virtuoso

Nella sua vicenda qualitativa, il popolo è stato protagonista di una sorta di dualità virtuosa, secernendo in sé stesso funzioni e organi a cui ha riconosciuto lo statuto di relativa autonomia e il ruolo di regolazione e disciplina del magma altrimenti caotico, e controproducente, della propria espressione. In seno all’autonomia del popolo si è sviluppata l’autonomia delle regole e delle istituzioni a vario titolo che esso stesso si è dato. In sostanza, la democrazia come autogoverno del popolo è stata possibile grazie all’autonomia delle istituzioni all’interno dell’autonomia del popolo.

 

L’intreccio buono tra popolo e decisori

Ci si chiederebbe però: la democrazia si può forse mettere pienamente nelle mani dei decisori, cioè dei soggetti dotati dell’abilità decisionale che sono i legislatori e i governanti? Si può cioè riporre nei rappresentanti della volontà popolare, in quanto affidatari della potestà decisionale, la titolarità esclusiva o privilegiata del funzionamento della democrazia?

Si diceva che la democrazia è un regime a struttura duale. La sua degenerazione consiste proprio, in uno dei suoi aspetti più vistosi, nel cattivo intreccio degli elementi che la costituiscono.

 

Il bene comune come orizzonte di una democrazia bene impostata

Nel dibattito attuale, la nozione di bene comune viene spesso introdotta come rimedio terapeutico alle tendenze dell’individualismo e alla chiusura negli interessi di parte. Affinché la nozione non si presti a rimanere formula generica, occorre però uscire il più possibile dalla vaghezza concettuale con la quale viene spesso evocata. Penso sia opportuno riferire il bene comune alla persona, definendolo come l’insieme delle condizioni senza le quali la persona, ciascuna persona, rischia di non poter tendere alla propria realizzazione e di venire quindi esclusa dalla possibilità di perseguimento del proprio bene in vista di una vita felice.

 

I beni comuni al plurale

Tali condizioni attengono primariamente alla gamma dei beni comuni al plurale, nel senso di beni di base, o di carattere elementare, di cui nessuno dovrebbe soffrire la privazione. Alcuni di essi, come l’aria e l’acqua, e più in generale i beni naturali e ambientali, o sono preservati per tutti oppure si corrompono e deperiscono per tutti. Altri riguardano le possibilità effettive per una esistenza decente. Sono i beni che definiscono la dotazione concreta di un equipaggiamento esistenziale che dia contenuto effettivo alla dignità-di-essere di ogni persona, quanto all’abitare, al vestire, alla salute, all’istruzione, al lavoro, al libero movimento, all’informazione e alla conoscenza, alla relazione con altri, in una elencazione che non è esaustiva perché evolve storicamente.

Una politica che operi per fornire i beni basilari, idonei cioè a dare opportunità e a fornire condizioni di esistenza decente per tutti, si qualifica complessivamente, nelle sue strategie e nell’apparato strumentale che organizza, come una politica la quale assume come meta il bene comune, inteso come l’insieme concreto dei beni che competono a tutti e come la disponibilità di tutti ad adoperarsi per raggiungerlo.

 

Bene comune e disposizione relazionale

Nella definizione del bene comune si intrecciano quindi una dimensione oggettiva, costituita dagli ingredienti che vanno a riempire un “paniere” di beni, e una disposizione soggettiva, costituita da intenzioni e da pratiche, nell’accesso ai beni, di tipo inclusivo. Per questa duplicità di aspetti è giusto sottolineare che il bene comune non è soltanto una sommatoria di beni, ma è anche un modo di intenderli e praticarli secondo una disposizione relazionale.

 

Carattere esigente del bene comune nella visione cristiana

Sul punto faccio solo alcuni richiami. Nel n. 26 della costituzione conciliare Gaudium et spes si dice del bene comune che è:

l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono, sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente.

 

A ridosso della citazione del documento conciliare il Compendio della dottrina sociale della chiesa continua, quasi a voler integrare:

Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro.

La visione più ricca del bene comune si trova più di recente nella Enciclica Fratelli tutti di papa Francesco. Il concetto di “carità politica” come ispirazione di un’azione politica buona e sana l’attraversa in particolare nei nn. 178-180.

 

Visioni plurali del bene comune e mediazione concreta

Occorre riconoscere che, senza pretenderne una versione monolitica, le visioni del bene comune possono essere plurali, in una scala crescente o decrescente di formulazioni. È inoltre importante, specialmente da parte di chi ne propone la versione più impegnativa, la ricerca di mediazioni ragionevoli tra la ricchezza di un bene comune esigente e le vie della sua traduzione storicamente possibile.

Diversamente la semplice e inoperosa declamazione del bene comune lo svilisce a ideologia edificante o lo snatura a copertura di decisioni e azioni politiche che lo proclamano ingannevolmente. Sono rischi dai quali stare in guardia.

 

Francesco Totaro

 

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