Ma noi vogliamo vivere insieme?

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Il testo dell’intervento che l’autore – economista d’impresa, scrittore ed editorialista – ha predisposto per il convegno di c3dem del 29 novembre a Milano, poi non pronunciato per motivi organizzativi

 

“A trent’anni precisi dalla firma della Carta Costituzionale, si può chiedere ai responsabili della politica economica che, nelle loro scelte quotidiane, ricordino più spesso (in verità, imparino a ricordare) che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” (Federico Caffè).

A metà degli anni ’70 l’Italia si trovava in una fase di sbandamento non dissimile da quella attuale. Eravamo tutti alla ricerca di una bussola. Dagli ambienti imprenditoriali si lanciò lo slogan: al Centro l’impresa. Si trattava di uno sforzo di rilanciare il ruolo dell’impresa dopo la forsennata campagna contro l’impresa e contro il lavoro imprenditoriale e le violenze sindacali che avevano reso ingestibili molte imprese. Nonostante avessi sofferto e cercato di contrastare questa campagna contro l’impresa e le violenze sindacali, tuttavia io sostenni e scrissi, nel settembre 1978, che al centro non ci poteva stare l’impresa ma che ci doveva stare la Costituzione.

Questo pensiero è sempre stata la mia bussola. E quando nel 2013 partecipai ad un bellissimo incontro con i liceali di Roma, al Teatro Argentina, stracolmo di giovani, sui temi della Costituzione, conclusi il mio intervento, il cui testo pure allego, con queste parole: “Quindi ai giovani io dico, e lo dicevo sin dal 1978: Al centro la Costituzione. Essa è la parte migliore del nostro passato e contiene il seme del Vostro futuro. Impegnarsi per difenderla e attuarla è una grande, bella, fruttuosa sfida”.

Enrico Galli della Loggia, in un forte editoriale del 2013 del Corriere della Sera pose la domanda cruciale: ma se dite che la nostra Costituzione è così bella, perché le cose vanno così male?

La domanda è penetrante ma la risposta non è difficile e mi meravigliai che nessuno, a mia conoscenza, la formulò: perché la nostra Costituzione in parte è inattuata,  in parte è violata, in parte è, di fatto, abrogata. Ma, certamente, la questione si va sempre più complicando per tre motivi.

Il primo motivo è che la nostra Costituzione è  in  parte, abrogata o inattuata. Lo è certamente per gran parte della norme economico-sociali. La nostra Costituzione pone in posizione chiave il lavoro e la dignità del lavoro, come un grande maestro come Federico Caffè ha sempre sostenuto[1], mentre attualmente il lavoro, in tutte le sue forme e manifestazioni, il lavoro come diritto e dovere e fonte di libertà e dignità, è stato schiacciato all’ultimo posto. Certamente il ruolo del lavoro, la sua composizione, il suo inserimento nella capacità di produrre beni utili e ben distribuiti va profondamente ripensato, con tutto ciò che a questa evoluzione si riconnette, ma esso  oggi è semplicemente umiliato e schiacciato, anche sul piano concettuale e morale.

La nostra Costituzione prevede un sistema fiscale basato sulla riserva di legge (art. 23), sulla generalità del dovere fiscale e su un sistema informato a criteri di progressività (art.53), mentre il nostro ordinamento effettivo è basato sull’arbitrio, ed accanto ai tributi regolati dalla legge vi è un crescente numero di balzelli, che rappresentano tasse mascherate, tollera l’evasione di massa e, talora, sembra favorirla, ed è platealmente regressivo.

La nostra Costituzione è basata sull’iniziativa economica libera operante in un sistema di mercato, ma pone dei limiti precisi e giusti a questa libertà, che non può svolgersi a danno degli altri e dell’utilità sociale (art.41),  come già stabiliva il liberale Statuto della Città di Milano nel XV secolo, mentre il nostro sistema effettivo tollera e legittima una visione talebana e senza limiti dell’impresa e del mercato, soprattutto dell’impresa più forte e di maggiori dimensioni.

L’articolo 3, cardine dei diritti costituzionali è (soprattutto nel secondo paragrafo, rimozione degli ostacoli di ordine economico-sociale) abrogato; l’art. 31 (misure economiche a favore della famiglia) non è mai entrato in vigore, l’art.32 (diritto alla salute) è in corso di abrogazione; la Costituzione incoraggia e tutela il risparmio (art.47) mentre nei fatti esso è stato ed è massacrato; l’art. 9 sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici è abrogato; l’art.  34, secondo e terzo paragrafo (diritto allo studio) sono ignorati.

Il secondo motivo è che lo svuotamento di fatto della nostra Costituzione non è un fatto solo italiano. Fa parte di un processo mondiale che chiamiamo finanziarizzazione dell’economia. La nostra Costituzione è stata un miracolo di equilibrio tra iniziativa personale e solidarietà sociale. La finanziarizzazione dell’economia, che è anche finanziarizzazione del pensiero, della scala di valori, della politica e che è oggi, nonostante la crisi, paradigma dominante, ha cancellato dalla lavagna le parole solidarietà, equilibrio, comunità, bene comune, ed ha avviato la più grande concentrazione di ricchezza economica di tutti i tempi, con conseguente crescita delle diseguaglianze di ogni tipo, materiali, immateriali e culturali. E’ questo il cancro del nostro tempo, ed è anche quello che sta divorando le radici della nostra Costituzione, e mette in pericolo le democrazie del mondo, compresa, ed in primo luogo, quella americana[2]. Non posso sviluppare qui appieno questo tema decisivo sul quale rinvio alla lettura obbligatoria dei recenti libri di Luciano Gallino ma anche al mio libro: “Passaggio al futuro. Oltre la crisi attraverso la crisi”. Lo illustrerò qui con le parole di uno studioso americano molto serio, profondo, documentatissimo, conservatore, repubblicano, consulente di presidenti repubblicani, da Nixon a Bush padre, come Kevin Phillips che, in un poderoso libro dal titolo. “Wealth and Democracy, Broadway Books, 2002[3], afferma: “A mano a mano che avanziamo nel XXI secolo, lo squilibrio tra ricchezza e democrazia negli Stati Uniti, appare sempre più insostenibile, quanto meno in base ai parametri tradizionali. La teologia del mercato e una leadership non elettiva hanno relegato in secondo piano la politica e le consultazioni elettorali. La democrazia dev’essere rinnovata, con una decisa rivitalizzazione della politica; oppure la ricchezza finirà per cementare un regime nuovo e meno democratico, che possiamo tranquillamente definire plutocrazia”. Ed assistiamo con orrore al diffondersi della giustizia a pagamento. Recentemente sei banche globali hanno raggiunto un accordo per pagare una multa di 4.3. miliardi di dollari per manipolazioni sui cambi. La contropartita è la cancellazione di ogni altra responsabilità, soprattutto penale. E’ un ennesimo accordo in questo senso con le grandi banche che comprano, così, l’impunità al malfare.

La sconfitta di Obama, che ha tentato invano di reagire contro questa tendenza senza strumenti e persone adeguate, è anche la nostra sconfitta. La finanziarizzazione del mondo è il grande nemico da combattere. E con essa, l’ossessione contabile come la definiva il professor Caffè, un grande maestro italiano, che ha contagiato tutti, anche molti allievi dello stesso Caffè, che non sembrano più tali. Diceva Caffè:  “Sciaguratamente al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo degli equilibri contabili”. Il potere finanziario è diventato il vero potere e conduce i governi e il mondo verso le sue mete, che non coincidono con quelle della maggioranza degli abitanti del pianeta. L’impresa produttiva,  è vittima e non artefice della finanziarizzazione del mondo. Ed è un soggetto troppo debole per resistere da solo. E’ una trincea,  ma ha bisogno di altri contributi, di altre difese, di altri incroci, di altre culture, di altre trincee. Ecco, ancora una volta, riapparire la necessità di ponti, di convergenze, di reciproci aiuti. Oggi le culture politiche che potevano e, forse, dovevano opporsi a questa degenerazione si sono squagliate come neve al sole (penso ad una cultura autentica e moderna di sinistra, penso ad una cultura sindacale contemporanea, penso a grandi scuole indipendenti che, quasi, non esistono più, penso ad una stampa non asservita).  Sono tutti diventati neoliberisti, neocontabili, neofinanzieri o retrogradi urlatori in difesa di posizioni ottocentesche. Deve essere ancora analizzato perché e come sia avvenuto questo squagliamento e perché il sindacato da forza propulsiva si sia trasformato in forza conservatrice se non retriva. Le prospettive sono molto preoccupanti. L’unica forza culturale significativa che svolge, in modo vigoroso, il ruolo di controcanto al potere finanziario è quella di Papa Francesco, forte anche della Dottrina Sociale della Chiesa, che è l’unico pensiero alternativo e con  radici profonde, al neoliberismo finanziario dominante.

E mentre la storia, attraverso la crisi profonda della democrazia e della civiltà americana, chiama l’Europa ad assumere un ruolo costruttivo e decisivo per la creazione di nuovi equilibri e di nuovi paradigmi, questa sembra voler sfuggire alla chiamata e si rifugia dietro a formule contabili proprie della peggiore finanziarizzazione ed a burocraticismi demoralizzanti. E nel mezzo dell’Europa c’è l’enigmatica Germania che, all’interno, si basa su una concezione avanzata e solidale come l’Economia sociale di mercato, mentre all’esterno si muove con un approccio contabile, cieco, ottuso, tribale ed incapace di leadership. E in tanti ci troviamo a ripensare ad una Germania che ha vinto tante battaglie, ma ha perso tutte le guerre, ed alla ragione di ciò.

La sfida è perciò durissima, difficilissima, internazionale e, per ora, gli indizi non sono favorevoli. La nostra Costituzione non si salverà da sola. Questo non vuol dire che noi non possiamo contribuire alla correzione di rotta. Al contrario serve solo a sottolineare l’entità dell’impegno che a tutti noi, collettivamente e individualmente è richiesto dall’evolvere della storia, e come la nostra Costituzione sia una base indispensabile da cui ripartire. Ed a chi dice che la nostra Costituzione riflette una Paese antico, rurale e che non esiste più, diciamo che i principi fondamentali della Costituzione sono eterni e universali per chi crede in una società civile democratica e pacifica. E ricordiamo loro che la Costituzione americana ha 225 anni di vita e che quando George Washington prestò il giuramento nelle mani del cancelliere di New York il 30 aprile 1789, l’America contava quattro milioni di abitanti, popolazione quasi tutta rurale.

Il terzo motivo è più che altro una domanda che rivolgo in primo luogo a me stesso, una domanda che esprime un timore profondo.

Ogni Costituzione si basa su una norma primordiale non scritta, quasi una premessa alla Costituzione, che recita: “Noi vogliamo vivere insieme e, per questo, ci diamo questa Costituzione che regola il modo con cui vogliamo vivere insieme”. Io temo che la cancellazione di ogni sentimento di solidarietà, la finanziarizzaizone di ogni cosa, la caduta del senso comunitario, l’egoismo e l’individualismo come unica bussola, la difesa esasperata degli interessi precostituiti, la lotta feroce per bande, la corruzione, la mancanza di giustizia, siano ormai tanto diffusi tra noi e siano scesi così in profondità, da porre in dubbio la sopravvivenza della norma primordiale che dice: “Noi vogliamo vivere insieme e, per questo, ci diamo questa Costituzione”.

Marco Vitale

www.marcovitale.it

www.reset.it

(blog Marco Vitale Mala tempora)

 

 

[1] Vedasi Federico Caffè, La dignità del lavoro, a cura di Giuseppe Amari, Castelvecchi editore 2014

[2] Nelle recenti elezioni USA ha votato il 36,6% dei possibili elettori, la percentuale più bassa dal 1940, nonostante i 3 milioni spesi per la campagna elettorale

[3] Edizione italiana del 2015: Ricchezza e Democrazia, Garzanti.

One Comment

  1. Un bel contributo. E la domanda finale sottolinea che gli italiani, forse non vogliono più vivere insieme come comunità che ha come riferimento questa Costituzione: il perchè lo spiega bene il Professore. Per quanto riguarda la Dottrina Sociale e le parole (e i gesti) di Papa Francesco concordo; ma aggiungo che da quegli insegnamenti nessuno, neanche i credenti, sanno (o vogliono) trarre le linee e i programmi per progetti che non possono che essere “rivoluzionari”, nel senso di profondamente alternativi alle scelte etiche, finanziarie, sociali, civili, culturali di questi ultimi decenni. Il “mondo vitale” che dovrebbe essere a capo di questa svolta alternativa, chi ha ancora radici nel solidarismo cristiano e nel personalismo comunitario, a cominciare da tanta parte di associazionismo cattolico, rappresenta invece il freno a mano: gli elettori e conseguentemente gli eletti, i politici di quel mondo sono (siamo?) di fatto moderati e a volte compromessi con il comodo andazzo generale. Speriamo che quanto avviene a Roma in questi giorni non inquini ulteriormente spezzoni di questo nostro “mondo”, e si abbia il coraggio di essere davvero “rivoluzionari” per applicare con radicalità le parti significative della Costituzione, mandando a casa banchieri, manager, uomini di sottogoverno, magari monsignori, ecc. che gestiscono il grigiume.

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