La cultura della violenza che si impone tra noi

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La cultura della violenza ha radici profonde, secolari e ancestrali. Ci dobbiamo convivere ogni giorno ed ognuno di noi ha fatto e ne dovrà fare in conti nella propria esistenza. Gli ultimi eventi luttuosi, le tragedie che hanno colpito il nostro Paese non sono figli del caso o di culture post-moderne, della cultura della forza e della violenza come paradigma di una generazione. Lo sono stati in molta parte del Novecento, con le culture fasciste e del superomismo del pensiero nietzschiano, ma c‘è qualcosa di più. La cultura della violenza, o meglio la sua presenza permanente nella storia è il retaggio primordiale di una presenza sempre attiva e operante nel contesto umano, il risvolto bestiale dell’azione dell’uomo e la presenza in ognuno di noi di una parte che, se non curata e frenata, scatena istinti di distruzione dell’altro.

Non bisogna fermarsi alle analisi psicologiche e sociologiche e neppure a omelie morali che se da un lato ci autogiustificano dall’altro non ci permettono di fare un passo avanti nella necessaria umanizzazione delle relazioni interpersonali. La storia dell’uomo è dentro il paradosso del bene e del male, non esiste epoca in cui l’uomo non sopprima il suo simile, ma è anche vero che nel secolo delle più abbiette e aberranti tragedie, dalla Shoah alle Guerre mondiali e ai tanti conflitti che hanno macchiato e macchiano il pianeta nel mondo contemporaneo, la crescita di un rifiuto della violenza come mezzo per la risoluzioni dei conflitti, tutti i conflitti, ha fatto passi da gigante.

C’è un passaggio da fare tremare i polsi, ma che mette a nudo tutte le nostre esistenze. Lo ha scritto Jean-Paul Sartre:

Svegliarsi al mattino e uscire dalle calde e rassicuranti coperte per gettarsi tra la gente, guardarsi allo specchio e non riconoscersi in questo corpo, ma con questo corpo uscire, mostrarsi, parlare e agire. Essere spinto a destra e a manca da persone sconosciute sull’autobus, dover incontrare persone con le quali non si ha voglia di parlare, sentirsi continuamente giudicato e desiderare di essere solo. Ogni giorno della nostra esistenza sembra un inferno.

Ha un senso questa affermazione? Si potrebbe rispondere affermativamente, nella misura in cui oggi il nulla pervade molte menti, alla ricerca di un senso del vivere.

Esiste oggi, soprattutto nelle giovani generazioni, ma non solo, una cultura sdoppiata, una farraginosa e debole affermazione della sacralità della vita, una affermazione sempre più ampia e pericolosa di una individualizzazione delle esistenze, in cui la relazione resta solo funzionale alla soddisfazione di bisogni personali. In questo contesto, la cultura della violenza, che abbrevia e accorcia tutte le difficoltà di costruzione dell’Io e del Noi, del rapporto tra i molti, ha un terreno fertile; e, se la violenza nei decenni passati era caratteristica di movimenti politici rivoluzionari o tribù mafiose e criminali che disprezzavano la vita degli altri, cercando di eliminarla come se fosse un oggetto da rimuovere, oggi la violenza si annida nel nichilismo di una cultura che ha paura del futuro, è terrorizzata dal presente e rimuove il passato.

Non convincono le ricostruzioni che gettano fango sulle giovani generazioni, che frettolosamente identificano in uno sport marziale o nella movida dei fine settimana una cultura di sballo e di violenza che può portare anche alle tragedie di questi giorni. Al contrario, molto più subdolo e profondo è il disagio di vite oppresse e represse, di disuguaglianze sempre più laceranti, di mancanza di narrazioni liberanti e nonviolente che possano fare cambiare l’orizzonte di un senso comune costruito sulle macerie e sui lutti del passato. In questo senso ritorna la lezione di Aldo Capitini, il profeta della nonviolenza italiana, un pensatore troppo dimenticato e annoverato tra gli utopisti del secolo breve.

Capitini scrive:

Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà stanchezza e disgusto; e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione salirà l’ansia di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con quell’errore, e di instaurare subito, a cominciare dal proprio animo (che è il primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un’apertura infinita dell’uno verso l’altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia.

Senza farne un feticcio o una riflessione alta per minoranze di sognatori, il valore della nonviolenza e della risoluzione dei conflitti in modo diverso è una necessità storica e antropologica. Costruire un percorso educativo nel quale il ripudio del male, non la sua negazione, è un processo maieutico e formativo indispensabile per tutti. Provare a trovare nuovi paradigmi per scaricare il male che è dentro di noi, e superare in conflitti in mondo nonviolento: tutto questo è fondamento della vita di relazione, con i nostri simili, fratelli e compagni di strada, che supera, o tenta di farlo, la rappresentazione dell’inferno sartriano, il quale si plasma nella paura del futuro, nell’incertezza del presente e nell’invidia e nell’angoscia di molti, e che oggi consuma e travaglia le menti e, nella sua vacuità di pensiero, può portare ad atti di distruzione e autodistruzione.

 

Luca Rolandi

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