Giorgio Maran: “Perché la settimana di quattro giorni di lavoro oggi è necessaria”

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Ripartire con il lavoro, ripartire in condizioni di sicurezza, in dignità, garantendo sviluppo e un nuovo modello di dinamiche di conciliazione tra vita e lavoro. Difficile, ma non impossibile. Ne parla Giorgio Maran, classe 1985, di Ponte dell’Olio (Piacenza), laureato in Economia e Scienze Politiche all’università di Pavia. Vive a Varese e lavora a Milano nel settore finanziario. Consigliere comunale, attivista politico e sociale, ha fatto del lavoro, dell’uguaglianza e della giustizia sociale il proprio terreno d’impegno politico e di studio. Nel suo primo libro, che s’intitola “Il tempo non è denaro. Perché la settimana corta è urgente e necessaria” (pubblicato nella collana “Tempi moderni” di Altrimedia edizioni, 2020, pp. 168), Maran lancia con sostegno di dati e proposte una provocazione che, seppure venga da lontano, in tempi in cui (si pensi alle battaglie di Pierre Carniti) sembravano aprirsi spiragli di consenso, oggi, dopo il tracollo da lockdown, sembra ancora più problematica. Abbiamo intervistato l’autore.

Maran, cominciamo proprio dal sottotitolo: “Perché la settimana di quattro giorni è urgente e necessaria”?

L’idea alla base del libro è molto semplice: passare alla settimana di quattro giorni sarebbe benefico per tutta quanta la nostra società. Ne beneficerebbero l’economia, che crescerebbe più sana e più giusta, e l’ambiente, che verrebbe sfruttato meno intensamente. Non solo, ci consentirebbe di andare verso un’effettiva parità di genere e di avere un miglioramento per la nostra stessa salute. In definitiva la settimana di quattro giorni è l’occasione per rispondere ai cambiamenti sociali e tecnologici e di gettare il seme di una società nuova, meno dominata dalla dimensione economica e dal consumo. È l’occasione di aprire una riflessione sui nostri bisogni, su ciò che ci serve e cosa no, su quello che è importante e quello che non lo è, su cosa ci rende felici e cosa invece è fonte di infelicità.

Le reazioni degli imprenditori (soprattutto della Confindustria) sono fermamente contrarie…

Alcune obiezioni sono quelle di sempre. Nel 1906, di fronte alla richiesta delle 10 ore di lavoro al giorno, il presidente degli industriali cotonieri sosteneva che le imprese “avrebbero arrestato il proprio sviluppo” compromettendo l’interesse generale. Si sono fatte le 10 ore, poi le 8 ore, poi il sabato festivo e non è andata così. Oggi la produttività italiana è frenata da scarsa ricerca e sviluppo, dai limiti dimensionali delle imprese, dalla specializzazione produttiva in settori maturi e a basso valore aggiunto. Ma anche dall’utilizzo sconsiderato di flessibilità e precarietà. Ridurre l’orario di lavoro a parità di salario avrebbe un impatto positivo sulla produttività, e quindi sulla competitività di tutto il sistema: sosterrebbe la domanda interna, spingerebbe le imprese a investire in tecnologia, ci farebbe essere più riposati e produttivi quando siamo sul posto di lavoro. In questo senso è una vera misura di politica industriale di cui beneficerebbe tutto il sistema produttivo. Insomma, non bisogna rinunciare a cercare quell’alleanza, evocata da Claudio Napoleoni (un grande studioso, e critico, dell’economia politica, morto nel 1988, red.), tra salari e profitti contro la rendita.

Nell’introduzione si legge che questa, diciamo, campagna per la riduzione della settimana lavorativa “richiederà tempo per attenuare i timori e aiutare la società a comprendere le opportunità, e coloro che intendono promuovere quest’idea dovranno coinvolgere il pubblico nel dibattito per assicurarsi il supporto popolare”. In realtà, di questo tema si parla da anni, ma anche una parte della sinistra (teoricamente più sensibile al tema) non sembra crederci fino in fondo. Perché? Quali sono gli ostacoli?

Ci sono diversi ordini di ostacoli. Da un lato, le già ricordate resistenze della parte più arretrata del mondo imprenditoriale. Dall’altro, l’incapacità degli attori potenzialmente favorevoli nel trovare una strategia complessiva per cambiare e trasformare il mondo. Vedo grande disorientamento. La riduzione degli orari è uno dei punti da cui partire. Non è una rivendicazione esclusivamente sindacale: ha le potenzialità di trasformare tutta quanta la nostra società. Permette di entrare in relazione con chi vuole tutelare l’ambiente e con chi pretende più giustizia sociale, con chi vuole più tempo per la famiglia e con chi è stremato da un lavoro che odia. È come un fiume carsico che scorre sotto di noi pronto a riemergere. Credo che sia arrivato il momento per farlo.

Il “supporto popolare”, oggi potrebbe esserci, ma per arrivare ad una soluzione normativa occorre una vera e propria alleanza tra sindacati, associazioni del Terzo settore, movimenti di opinione, informazione…. Lo vede come un presupposto fattibile oggi?

Lo vedo come necessario. La riduzione dell’orario è tema che si presta a convergenze anche inaspettate. La storia di questo paese ci dice che l’avanzamento è sempre avvenuto quando ci sono state alleanze larghe: dalla Resistenza che attorno all’antifascismo mobilitò le forze migliori del paese, alla stagione delle lotte e dei diritti in cui si allearono lavoratori, studenti e intellettuali. Il mondo cattolico si è sempre dimostrato sensibile a questo tema, a cominciare da Pierre Carniti. E ancora, i ragazzi di Fridays for Future che nelle piazze chiedono un cambio di paradigma per salvare il pianeta, o i movimenti per la liberazione della donna: tutti questi attori hanno valide ragioni per convergere su questa proposta. Ciò che manca è un’interpretazione politica di una richiesta che è già, in maniera più o meno consapevole, presente nella società.

Non sarebbe il caso di pensare una strategia gradualista, applicabile di settore in settore o con accordi locali per poter impattare meglio su eventuali controindicazioni?

La storia dell’orario italiano è sempre stata regolata dai contratti nazionali, che poi permettono valutazioni settoriali, e va rispettata. Tuttavia, la riduzione deve essere un obiettivo unificante: deve essere una riduzione per tutti e di cui tutti possano sperimentare i benefici. Non dobbiamo creare lavoratori di serie A e altri di serie B. Lo Stato si deve incaricare di mitigare le difficoltà della transizione: formazione dei lavoratori e sostegno temporaneo per le imprese a più bassa marginalità, vincolato alla riconversione. Sono nodi che presto o tardi vanno affrontati, non possiamo continuare a mettere la testa sotto la sabbia. In questo la riduzione degli orari è un fattore di modernizzazione del paese.

Alcune esperienze straniere, esempio in Francia, sembravano (già prima del Covid-19) essere messe in discussione: ci può dire a che punto sono e qual è lo stato del dibattito in quei paesi?

In Francia per certi versi il dibattito è simile a quello italiano. Da noi, con la pandemia, il presidente di Confindustria ha chiesto di lavorare di più in deroga ai contratti nazionali, in Francia ci sono state pressioni per la definitiva archiviazione dell’esperienza delle 35 ore. Eppure, tutti gli studi empirici rilevano la relazione positiva tra diminuzione dell’orario e aumento dei tassi di occupazione. Attenzione non c’è solo la Francia: in Olanda c’è una riduzione di massa dell’orario di lavoro medio grazie all’uso del part-time. Chi ha un contratto part-time non viene ghettizzato come accade da noi e soprattutto ha un salario dignitoso. In Germania IG Metall, il più grande sindacato dei metalmeccanici, ha firmato un accordo che prevede di poter arrivare fino a 28 ore settimanali. In Inghilterra il Communication Workers Union ha negoziato con le Poste inglesi un accordo per le 35 ore entro il 2022 e il Labour ha messo la 4 day work week nel programma delle ultime elezioni. Insomma, come ovvio, non è un tema solo italiano.

Come si coniuga oggi la sua proposta con la recente esplosione dello smart working, dovute alla necessità della quarantena?

Per prima cosa lo smart working va riportato nell’alveo della contrattazione tra impresa e lavoratori. Durante l’emergenza ci siamo attivati senza un piano condiviso ma ora dobbiamo regolarlo con attenzione. Lo smart working può essere benefico perché riduce spostamenti e pendolarismo, ma può rivelarsi anche l’atomizzazione finale del lavoro. E poi dobbiamo pretendere il diritto alla disconnessione. Era un tema già presente ma che va affermato con più forza: lavorare da casa non deve mai diventare sinonimo di lavorare sempre. Lo smart working non è uno strumento di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Ridurre l’orario serve a stabilire quanto lavoriamo, la contrattazione sul lavoro da casa è utile a stabilire il come. Sono due piani differenti e tali devono rimanere.

Mi pare che di recente ci siano state seppure parziali aperture dal Pd nella direzione che lei indica: come le giudica?

Trovo interessante che uno dei partiti principali si ponga il tema dell’orario di lavoro, segno che la questione ha una sua centralità. All’interno della proposta ci sono misure condivisibili, come la penalizzazione degli straordinari che oggi sono usati in sostituzione di nuove assunzioni perché ingiustamente detassati e quindi più convenienti per le imprese. Ma nel complesso è una proposta che non va nella direzione corretta. La cosa più importante nella riduzione dell’orario è chi paga per le ore non lavorate. In questa proposta è lo Stato a farsi carico dei costi in più, nei fatti diminuendo il costo del lavoro. Ma finanziare la riduzione dell’orario attraverso la fiscalità generale significa spostare risorse da lavoratori (che sostengono in larghissima parte le finanze statali e soffrirebbero una riduzione di salario) a disoccupati (che troverebbero un lavoro). Sarebbe una sorta di contratto di solidarietà, ma non è ciò che serve oggi. La riduzione deve avvenire a parità di salario, solo così si aggredisce alla radice il cancro del nostro tempo: la diseguaglianza.

A cura di Vittorio Sammarco

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