Un concilio nel cuore della storia

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Giovanni Turbanti, ricercatore di Storia religiosa a Bologna e autore di importanti studi sul Vaticano II, è relatore sabato 15 settembre al convegno romano “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” sul tema “La Chiesa e il mondo all’avvento del Concilio”. Gli abbiamo chiesto – alla vigilia del convegno – di provare a tracciare un paragone, rispetto alla relazione chiesa-mondo, tra gli anni del Concilio e i nostri giorni

Il rapporto tra chiesa e mondo è stato uno dei temi centrali del concilio Vaticano II. Il rinnovamento della chiesa infatti aveva un riflesso necessario anche nel suo atteggiamento verso l’esterno. E viceversa: proprio la percezione di una crescente distanza tra la chiesa e il mondo portò alla consapevolezza che qualcosa doveva cambiare nella chiesa. Nelle intenzioni di Giovanni XXIII il concilio avrebbe dovuto venire incontro ai bisogni del mondo moderno, la chiesa avrebbe dovuto vivificare con le energie vitali del vangelo e della sua grazia il mondo, che si trovava al culmine di un’era di cambiamento.

Nella riflessione conciliare questo tema è stato oggetto di una lenta e complessa maturazione nel corso della redazione della costituzione pastorale Gaudium et Spes. Negli ambienti della teologia tradizionale, quelli che avevano dominato la preparazione conciliare, l’atteggiamento verso il mondo moderno era di contrapposizione: prevaleva la considerazione tipica dell’intransigentismo e dominavano le categorie della lotta antimodernista dell’inizio del secolo. Ma questo atteggiamento ideologico venne sostanzialmente rivisto durante il concilio: il mondo non era solo il teatro di uno scontro tra le potenze del bene e quelle del male, la chiesa non era solo una fortezza assediata, posta a difesa della verità soprannaturale. Ci si rese conto che gli uomini avevano bisogno della parola della chiesa; Paolo VI parlò anzi della necessità di un «dialogo» con il mondo moderno e più in profondità si comprese come nella storia ci fossero elementi di grazia che la chiesa doveva imparare a riconoscere (i «segni dei tempi») per farne tesoro.

Probabilmente la novità più significativa a questo riguardo fu la ridefinizione del rapporto tra la grazia e la storia, sulla base della teologia francese degli anni precedenti: l’incarnazione significava anche una partecipazione della grazia alla storia degli uomini e il suo sottomettersi al progresso che la caratterizzava. Il cristianesimo non consisteva tanto in una serie di verità date da credere al di fuori del tempo, ma era una storia di salvezza per tutti gli uomini che cresceva nel tempo.

Questa maturazione presupponeva una comprensione sostanzialmente positiva della storia degli uomini e del suo progresso. C’era in quegli anni un bisogno diffuso di partecipazione, di uscire dagli steccati, di riconoscersi partecipi del medesimo destino. E questo era particolarmente vivo nella chiesa, tra i fedeli, che invece sino ad allora erano sempre stati messi in guardia dai pericoli del mondo, dalle insidie della storia. Da questo punto di vista l’incipit della costituzione Gaudium et spes suonava con accenti davvero nuovi, quando diceva che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore»; e ne dava una motivazione nello stesso tempo banale e sconcertante: «la loro comunità, infatti è composta di uomini, i quali riuniti insieme nel Cristo …». Un medesimo destino perché anche i cristiani sono prima di tutto degli uomini.

Cosa è rimasto di questa maturazione a distanza di cinquanta anni? Come sono cambiati i rapporti tra chiesa e mondo oggi? Come ne è cambiata la comprensione? L’esperienza del concilio appartiene essa stessa alla storia e costituisce un riferimento inevitabile anche per interpretare la chiesa di oggi. Costituzioni e decreti conciliari si riferiscono a quella esperienza, ne mantengono la memoria e il valore. Come ogni evento della storia anche il concilio è sottoposto, nella sua interpretazione, alla dinamica della continutà e del cambiamento.

Ma se guardiamo oggi alla vita della chiesa è difficile dire cosa veramente sia cambiato e cosa invece sia restato uguale. Per certi aspetti della vita istituzionale, della liturgia, della stessa spiritualità i cambiamenti sembrano essere stati pochi, sembra di essere tornati ad una prospettiva preconciliare. La cifra è quella del principe Salina: «tutto è cambiato per far restare tutto come prima». Il ritualismo di certe liturgie, benché in italiano, magari animate dai giovani, segnate però da una partecipazione che è tornata ad irrigidirsi in schemi prefissati, soprattutto nei ruoli prestabiliti tra il sacerdote e i popolo discente dei fedeli, non sembra molto lontano dal ritualismo predominante nella chiesa prima del concilio. Il riapparire di una distanza crescente tra il sacerdote e i fedeli, la riattribuzione al prete del ruolo, socialmente rilevante, dei servizi e delle pratiche religiose, il carrierismo che si riconosce diffuso tra preti e vescovi fino ai vertici della curia romana, tutto questo sembra marcare una distanza grandissima da quel clima di partecipazione e di responsabilità comunitaria che aveva caratterizzato gli anni appena successivi al concilio.

Non tutto è così semplice e chiaro. Molte cose sono cambiate, il mondo di oggi non è più quello degli anni sessanta e settanta, i problemi e le attese di oggi non sono le stesse. C’è stato un percorso storico di cui anche questi cambiamenti fanno parte. Il successo delle messe in latino vuol dire qualcosa: forse oggi è vivo il bisogno di una religione fatta di pratiche e riti, una religione che dia delle sicurezze attraverso di essi, di una chiesa che dica con precisione ciò che giusto e ciò che è sbagliato, che rassicuri sul fatto che esiste una verità a cui potersi conformare. Per molti versi si può dire che certi atteggiamenti della chiesa, per quanto possano apparire come un ritorno al passato, sono in realtà lo specchio di un cambiamento. Si tratta però di un cambiamento che investe tutta la società prima ancora della chiesa, che riguarda la cultura e il nostro vivere civile.

Altri problemi sono all’ordine del giorno, derivati dalle nuove conoscenze e dalle nuove tecnologie. Allo scontro ideologico tra comunismo e capitalismo si è sostituito il rischio di uno scontro tra culture diverse. La globalizzazione delle informazioni, dell’economia e della politica ha trasformato la nostra società in un mondo multiculturale e multireligioso. Strutture di potere economico, più forti degli stessi stati nazionali, fanno apparire inutile ogni sforzo di partecipazione politica. La capacità di agire sui meccanismi più profondi della vita umana impone sfide inedite alla nostra storia. La distruzione delle risorse naturali e la devastazione del nostro ambiente vitale pone interrogativi sempre più drammatici e urgenti.

In questo contesto la vita religiosa sembra confinata in una sfera privata che poco ha a che fare con la forma ecclesiale. Eppure la chiesa conserva ancora la sua responsabilità nei confronti del mondo e della storia. Non nel senso di una parola di magistero e dottrina, la cui eco nella società di oggi sembra essere ben poco rilevante. Ma nel senso della condivisione di un medesimo destino, della ricerca di un cammino comune da portare avanti, della consegna di una speranza sempre viva. Una responsabilità che non riguarda tanto i pastori, ma prima ancora le comunità dei fedeli, che sono poi quelle degli uomini del nostro tempo. Ecco, mi sembra che il richiamo al concilio possa oggi significare anche questo: immaginare comunità capaci di interrogarsi, di riflettere sul significato di una esperienza di fede comune, di partecipare ad un mondo che sembra negare proprio il valore di questa partecipazione. La prevalenza della realtà umana, la consistenza della salvezza nella stessa storia dell’uomo, così come ce le ha insegnate il concilio, non significano negare il senso della chiesa, ma cercarlo in una dimensione più propria. Né escludono la responsabilità della comunità ecclesiale, ma anzi la rafforzano di un significato ulteriore.

(11 settembre 2012)

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