Sinodo: “Se non ora, quando?”

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Si potrebbe mutuare l’espressione forte del romanzo di Primo Levi: se non lo facciamo ora, un Sinodo della Chiesa italiana, non nonostante sia un tempo di grande crisi, ma proprio perché è un momento di tragica difficoltà, ebbene, quando dovremmo farlo? “Il tempo ormai è maturo”, ha scritto Fulvio De Giorgi sul sito dei viandanti il 2 febbraio scorso (“Verso il Sinodo della chiesa italiana“).

Qualcosa si muove e i vescovi alla testa della Chiesa italiana hanno accolto l’invito di papa Francesco ad avviare un percorso che porti alla celebrazione del Sinodo. Ricorda De Giorgi che il 30 gennaio il papa ha detto alla Cei: «Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare».

Ecco, si tratta proprio di incominciare a camminare, a tracciare e percorrere una strada insieme, accogliendo il più ampio numero di persone possibile, dandosi dei tempi, programmando il percorso, individuando soste e confronti, asperità e conforti, inciampi e riprese. E trovando gli strumenti migliori per farlo: perché, dice papa Francesco, «Non dobbiamo avere paura di elaborare strumenti nuovi […] i tempi attuali richiedono intelligenza e coraggio per elaborare strumenti aggiornati, che trasmettano all’uomo d’oggi la ricchezza e la gioia del kerygma, e la ricchezza e la gioia dell’appartenenza alla Chiesa». In Spirito Santo e fuoco, aggiunge de Giorgi. Insomma, fuor di metafora, provando a rigenerare il senso di una comunità smarrita e sfilacciata, sofferente e lesa da una pandemia che ha costretto all’isolamento guardingo, alla prudenza, all’indebolimento (proporzionato alla paura) del senso di comunità e di relazionalità fraterna.

E quindi, quale grande “farmaco” psicologico e spirituale può essere migliore di un grande progetto che coinvolga tutto il popolo di Dio in un grande appuntamento di confronto, ascolto, discussione e proposta che immaginiamo come un cammino? D’altra parte, nel senso etimologico, dal greco, proprio questo vuol dire la parola Sinodo.

Sì, ma per andare dove?

Ecco, la risposta non è facile, ma non può essere trascurata e disattesa. Avanzo allora alcuni obiettivi di fondo. Lungi da me, però, indicare metodi, modelli, meccanismi che adesso sarebbero inopportuni e prematuri. Li propongo soltanto per una discussione pacata e fraterna, in una sede semplice come questo sito.

Il primo, lo dice più volte Francesco: è importante consolidare intanto l’idea che è stato aperto un processo, e questo è già un frutto pregiato, per evitare di creare frustrazioni scontate, quando si individua un percorso (per rimanere in tema) il più diretto possibile per arrivare alla meta, e poi – capita – si scopre di aver sbagliato strada e di aver perso tempo. Non esistendo efficaci “algoritmi” per la guida, ma semplici umani intendimenti e fraintendimenti, succede di sbagliare e non si può mandare all’aria il viaggio perché si è sbagliato una volta. Bene, si ristudia il percorso e si ricomincia a camminare.

Secondo: programmare tempi e dinamiche. La programmazione collettiva non è cosa facile, si sa, anche nei processi laici di democrazia diffusa; metodi e sistemi vengono costantemente aggiornati e verificati per non condannarli, da una parte, ad un eccesso di ampliamento, difficile da gestire e spesso lacerante, e, dall’altra parte, ad un ristretto e oligarchico giro di influenti che dominano tempi, modalità e risultati. Mortificando la partecipazione. Se è vero, come è vero, che non c’è fretta e che (purtroppo) questi tempi ancora distanziati ci impongono confronti digitali, abbiamo l’occasione di studiare e valorizzare meccanismi di confronto (quindi anche a distanza) per attrezzare piazze, luoghi, bacheche, piattaforme, ecc. che esaltino la possibilità che tutti, dico tutti, in forma singola o associata dicano qualcosa di utile per questo cammino. Evitando gli estremi opposti e fallaci.

Ancora: ma su che cosa si dovrebbe discutere? Aspettiamo la domanda dei più incerti (e mettiamo tra questi anche i più ostili) sul Sinodo. La riposta – a me almeno – sembra facile: far sì che le due Encicliche, Laudato si’ e Fratelli tutti, e l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium diventino patrimonio comune, terreno fecondo per la semina, braccia gambe e sangue, sedimentino e siano feconde per un vero programma da qui a tre, quattro, cinque anni di impegno pastorale. Pensarle insieme e rispondere in modo concreto a una domanda: cosa si può e si deve fare nelle nostre parrocchie e diocesi per farle diventare operative? Per tutti e non solo per i nostri gruppi più fedeli.

Un processo, come si usa dire, che deve nascere dal basso, con le parrocchie in prima fila, il primo passo, per rianimarle dove sembra si stiano spegnendo, e diffonderne energie e forze laddove, invece (e non sono poche, fortunatamente), ancora lo Spirito si fa sentire con forza e significanza. E il loro lavoro si riversi, a cascata, sulle diocesi, che ne faranno sintesi, e poi – a loro volta – su tutta la comunità ecclesiale nazionale.

«Non abbiamo bisogno di esercizi, rinunciatari e banali, di cosmesi o di chirurgia estetica. Ci vuole il coraggio della radicalità evangelica», insiste De Giorgi nell’articolo citato. E il coraggio, si declina con due caratteristiche determinanti e combinate. La verità e la trasparenza: ossia, si dica tutto senza infingimenti, non si pensi che un Sinodo possa funzionare se si nasconde la polvere sotto il tappeto, nell’illusoria convinzione che è meglio tenere compatta una comunità (ma nell’ambiguità e nel “non detto”) che fecondarne una vera ma a rischio di frizioni e conflitti. E trasparenza vuol dire che si facciano conoscere a tutti (e qui gli strumenti digitali ci devono tornare utili) i risultati del confronto.

«Ovviamente se c’è parresia, c’è differenza, anche profonda, di punti di vista – dice ancora De Giorgi –: questo pluralismo è un bene, anche espresso in forma appassionata. Ma non deve scadere nella polemica rancorosa, fine a sé stessa. Il principio maggioritario è ovviamente irrinunciabile, ma deve contemperarsi con un “principio sanioritario”: maior et sanior pars. E la “sanior pars” è il papa, vescovo di Roma e Primate d’Italia: è lui che, se e quando e nelle forme che riterrà opportune, può esercitare la funzione “sanioritaria”».

I risultati finali di questo articolato percorso possono essere incerti (e persino precari e inconcludenti, come pensano alcuni nostalgici della Chiesa “verticale”), ma sarà senz’altro già di grande valore aver messo – per qualche anno – in presenza, viso a viso, corpo a corpo, i credenti cattolici di questa Chiesa, in questo tempo, di fronte a una domanda: noi, discepoli di Cristo, cui è dato il compito di pensare, volere e costruire la Chiesa di oggi e di domani, come la vogliamo? Soprattutto dopo questa grande tragedia storica che stiamo vivendo.

Consapevoli che la proposta lanciata da papa Francesco di indire un sinodo della Chiesa italiana non sarà un percorso facile (né – forse – indolore); tuttavia, come ha giustamente scritto Rocco D’Ambrosio su Solidarietà internazionale dell’aprile 2019, «sembra essere quanto mai urgente: è innegabile una sorta di “scisma sommerso” tra i cattolici italiani, specie sui temi sociali e politici. Abbiamo bisogno di riflettere tutti insieme sulla nostra testimonianza di fede nel mondo».

Ma c’è un grande vincolo che – credo – non deve essere superficialmente e colpevolmente trascurato se non si vuole che alla domanda sulla Chiesa che vogliamo si risponda con frasi fatte e pensieri banali, e alla fine improduttivi. Sterili. Il vincolo è che fin dal primo passo, per poi risalire a quello nazionale, ci sia una forte e influente presenza di giovani e di donne. Perché sono i veri, in tutti sensi, generatori di futuro. Una Chiesa maschilista e gerontocratica, davvero, non ha grandi prospettive.

 

Vittorio Sammarco

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7 Comments

  1. Vittorio, ottimo articolo.
    Mi auguro solo che mettendo al centro la spiritualità, il Sinodo , nella prospettiva del Futuro che ci attende, non trascuri – anzi riproponga – l’urgenza e l’attualità dell’Insegnamento Sociale e Politico della Chiesa.
    Una presenza delle parrocchie e delle diocesi in questo ambito che, complice il timore della secolarizzazione galoppante, si è fatto gradualmente sparire nel silenzio generale.

  2. Grazie Nino, e spero cha anche altri, in modo semplice e sintetico, possano intervenire: cominciamo anche da qui, da questo piccolo strumento, a preparare e alimentare lo “spirito sinodale”.

  3. Ciao, vorrei lanciare una proposta: abbinare il tifo per percorsi sinodali di qualità con l’impegno per la diffusione capillare nelle città di bei percorsi partecipativi. E’ una sfida intrigante? credo di Si.

  4. spero che il sinodo non si dimenticano degli adolescenti.Essi saranno il futuro del Paese. Saper dare.loro il cibo spirituale culturale e umano. Accompagnarli nel cammino evangelico in una società in cambiamento.

  5. Mi chiedo come, in una società in buona parte paganizzata o prevenuta, le persone possano cogliere il senso e il contenuto di un invito a cogliere la fonte cristiana che sottende una visione di valori condivisa ma paradossale e drammaticamente alternativa a quella mondana, sia naturalista, sia tecnocratica.

  6. Nella mia parrocchia, a Genova, priva attualmente di parroco e facente capo provvisoriamente al parroco di una parrocchia confinante, si nota nei laici un impegno che prima, in presenza del parroco, non si manifestava. Distribuiti i compiti e le diverse incombenze, si nota una assunzione di responsabilità che ci fa augurare di poter continuare così. E’ stato distribuito agli abitanti un questionario abbastanza complesso e stiamo avendo la sorpresa di un ritorno insperato. Vedremo poi i risultati.
    La prima impressione è che il monopolio dei preti ammazzi il popolo cristiano! Forse l’antico e scherzoso motto Facciamo Senza Preti aveva un suo fondo di verità.

    • Cara Maria Pia, so che la tua affermazione è “scherzosa”, ma sorge a margine di una bella esperienza. E indica proprio quello che ho voluto sostenere con l’articolo: coinvolgendosi nella responsabilità di gestione si incrementa il senso di appartenenza. Sono proprio questi i tempi – difficilissimi – nei quali dobbiamo preparare il terreno per un nuovo modo di intendere la parrocchia. Vedo che emerge nelle ultime giornate qualche segnale di speranza. Forza, discutiamone, e facciamoli conoscere!

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