L’Amministrazione Condivisa non è un’utopia, ma una via praticabile per la ricostruzione

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«Quando all’inizio del 2020 l’intero mondo è stato travolto dal Covid19 c’era un forte timore che le esperienze di cittadinanza attiva potessero subire un arresto», scrive Fabio Giglioni, membro del consiglio direttivo di Labsus e docente di Diritto amministrativo all’Università La Sapienza di Roma, nell’introduzione del Rapporto 2020 sull’Amministrazione condivisa dal titolo “L’interesse generale, i patti e le nostre vite durante la pandemia”. Il fatto che il contrasto alla pandemia sia «fondato principalmente sull’isolamento, sulla separazione e sulla lontananza – aggiungeva Giglioni -, restituiva come centrali concetti e comportamenti che sono l’opposto di quelli su cui si basa l’Amministrazione condivisa». E concludeva invece: «Questo Rapporto prova che le preoccupazioni – sebbene legittime – sono state eccessive: a dimostrarlo sono le testimonianze, l’elencazione e la presentazione di alcuni patti stipulati nel 2020. L’Amministrazione condivisa è stata considerata un’opzione praticabile anche durante la pandemia». Sorpresa? Ottimismo eccessivo? Non proprio.

La cura collettiva come “sostenibilità sociale”

Per questo, quello che già prima della tremenda pandemia, per molti amministratori risultava una sorta di concessione benevola alla teoria della partecipazione del cittadino alla Cosa pubblica, con la complicatissima esperienza della emergenza sanitaria, per alcuni sembrava persino una pericolosa utopia: ma come può funzionare – si sentiva dire – “condividendo” in presenza la cura dei beni comuni in una situazione siffatta?

Perplessità e difficoltà restano, certo, ma i fatti (affermano i curatori del Rapporto Labsus) hanno dimostrato che, laddove c’è una esperienza radicata da tempo sulla corresponsabilità condivisa di beni, culture, esigenze, competenze, passioni e desideri, si crea comunità, si alimentano relazioni durature, basate su principi fondamentali in grado di ridare fiato, dopo il tempo del distanziamento sociale, a modelli di vita non solo sostenibili, ma persino desiderabili. E ci si ingegna, facendo forza sui principi basilari dell’Amministrazione condivisa: fiducia reciproca, pubblicità e trasparenza, responsabilità, inclusività e apertura, pari opportunità e contrasto delle discriminazioni, partecipazione dei bambini, sostenibilità, proporzionalità, adeguatezza e differenziazione, informalità, autonomia civica, prossimità e territorialità. Principi che, in diversa misura, sono già inscritti nel codice genetico dei 236 comuni che hanno finora adottato il Regolamento dell’amministrazione condivisa, che ne è l’atto costitutivo di base e che rende possibili e inquadra i singoli patti per la gestione di ben comuni, i quali non solo creano un altro modo di pensare e di fare politica (nell’interesse generale), ma persino fanno sì che le persone che partecipano agli interventi di cura di tali beni, sviluppino le proprie “capacitazioni” (per dirla alla Sen), le proprie umane abilità, e dunque realizzino «sé stesse mentre partecipano, grazie al fatto stesso che partecipano, mettendo a frutto nella cura dei beni comuni le proprie capacità e quindi crescendo come essere umani» (così Gregorio Arena, ideatore di Labsus, nel libro “I custodi della bellezza”, edito da Touring nel 2020).

Messo a nudo il rapporto tra vite, politiche e crisi

«La cura dei beni comuni “è un’azione politica”: ce lo dicono in molti», scrivono con chiarezza Daniela Ciaffi e Alessandra Valastro nel saggio Non solo Arancione. I risultati della nostra indagine per capire come la pandemia ha impattato sulle nostre vite. E spiegano che i racconti che delle esperienze da loro indagate “mettono a nudo il tema del rapporto fra vite, politiche e crisi: smascherano la tendenza di un certo tipo di politiche ad alimentare la violenza fagocitante dell’emergenza, laddove le vite dicono altro e chiedono altro, guardano e agiscono l’emergenza anche in modi diversi, danno indicazioni dissonanti. Indicazioni difficilmente prescindibili perché emergenti dai bisogni reali».

I contenuti del Rapporto (scaricabile su https://www.labsus.org/rapporto-labsus-2020/) dimostrano, quindi, la possibilità di evitare quel circuito negativo che porta al declino della nostra società. Circuito fatto di una matrice di pensiero molto semplice: l’individualismo esasperato ha ormai condizionato tutti; nessuno è disposto più a mettere in primo piano la cultura del Noi; anche le singole azioni collettive hanno una matrice di interesse particolaristico. Ergo: il nostro Paese è in qualche modo condannato alla lenta, ma inesorabile “legge del più forte”. Effetti aggravati ora dalle conseguenze della pandemia. Già i titoli dei singoli capitoli, invece, lasciano intravedere una strada diversa: “L’amministrazione condivisa alla prova dell’emergenza” di Fabio Giglioni; “Condividere per vincere la paura da pandemia?”, di Pasquale Bonasora; “Patti di collaborazione e Covid-19: quale valore aggiunto?”, di Chiara Salati; “L’amministrazione condivisa a Roma”, di Gregorio Arena; “Sussidiarietà ed Europa”, di Filippo Maria Giordano; “La svolta della Corte Costituzionale”, di Laura Galassi.

Un Patto per l’Italia, che può aver posto nel PNRR

Insomma, è una strada da prendere in seria considerazione, per costruire un vero e proprio “Patto per l’Italia fra cittadini e istituzioni”, come scrive Arena. Perché la presa in carico dei beni comuni mette in gioco tante e significative risorse: la possibilità di mettere insieme soggetti diversi in un mix non rigido ma ordinato secondo codici definiti; l’incentivo ad una comunicazione sinceramente dialogante; una prospettiva intergenerazionale non limitata nel tempo; un tendenziale reciproco riconoscimento di ruoli e funzioni; e, allo stesso tempo, ruoli e funzioni non spesi su schematici precedenti appartenenze, ma disegnate sull’effettivo interesse comune; l’accettazione (benché faticosa, ma proprio per questo ancor più importante) di un linguaggio comune; la consapevolezza “programmata” che da eventuali conflitti si esce grazie a percorsi di mediazione che non prevedano vincenti e sconfitti, ma accordi solidi e duraturi; l’ascolto reciproco come metodo e risorsa. Ultimo, ma non meno importante: un quadro riconosciuto e condiviso di regole e convenzioni.

Cosa ci ha dimostrato la pandemia

E ciò vale anche in questi tempi forzatamente “precari” per colpa di un pesante e devastante “ospite inatteso e sgradito” che ha complicato le nostre fragili esistenze. Sì, proprio oggi, ancor più oggi. Perché «il magistero del Covid ha mostrato invece che l’Altro non è solo il mio limite, ma anche la mia possibilità di salvezza», scrive Massimo Recalcati su Repubblica, che aggiunge: «Spieghiamo questo ai nostri figli. Spieghiamo che a volte l’esperienza del limite imposto non è solo una esperienza di repressione della libertà ma la sua massima espressione».

Quindi regole, limiti, vincoli, ma anche – insieme – strade indicate, direzioni, strutture, mete, obiettivi, sono ciò che rende una “amministrazione condivisa” ancora più culturalmente e socialmente utile in tempi di rischi e “tragedie”. E’ quello che conferma l’indiscutibile faro sul tema, nonché premio Nobel 2009 per l’economia, Elinor Ostrom con i suoi studi pluridecennali che alla fine portano ad una precisa conclusione: «E’ possibile verificare che gli esseri umani non cercano sempre la massimizzazione dei benefici immediati ma sono anche disponibili a cooperare per produrre benefici comuni a lungo termine». A patto, però, aggiunge, che la capacità collettiva di accettare regole e modalità condivise, e non un atteggiamento individualista e indipendente, sia il filo conduttore della cooperazione.

 

Vittorio Sammarco

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