Il tempo delle ciliegie: i diari di Bruno Trentin nell’eclisse della sinistra

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“Io che non che non ho paura del dolore crudele

non evito di vivere per non soffrire

amerò sempre il tempo delle ciliegie”.

 

E’ forse la strofa più bella della canzone simbolo della Comune di Parigi: “Il tempo delle ciliegie”. La stessa canzone che Marcelle Padovani (Marie), seguendo le volontà del marito, chiese a Giovanna Marini di cantare ai funerali laici di Bruno Trentin; un momento catartico e indimenticabile, celebrato all’aperto, davanti alla sede nazionale della Cgil, in una calda giornata di fine agosto 2007.

Fu un crescendo di commozione: a quelle note e a quelle parole seguirono, sempre per volere di Trentin, “We Shall Overcome” e “Bella Ciao”, in una versione in cui la Marini fondeva i versi partigiani con quelli nati dalla voglia di riscatto e di “lavorare in libertà” delle mondine della pianura padana.

Senza nulla togliere alle altre due immortali canzoni, è proprio con il canto della Comune di Parigi nell’anima che si possono riprendere tra le mani questi nuovi, straordinari, opportuni, interpellanti Diari di Bruno Trentin, curati da Andrea Ranieri e Ilaria Romeo per l’editore Castelvecchi.

A differenza dei precedenti, che tanto hanno fatto discutere e litigare, i diari del grande sindacalista italo-francese (o come qualche volta si definì, più cronologicamente, franco-italiano) non si riferiscono al periodo di guida della confederazione di Corso d’Italia (1988-1994), ma a quello successivo, di grande elaborazione e rielaborazione politica e culturale e di non poche amarezze e prigionie da isolamento (1995-2006).

I primi diari, curati nel 2017 per Ediesse da Iginio Ariemma, furono deflagranti, pieni di riflessioni durissime, a volte unilaterali e anche discutibili nei giudizi sul sindacato e su molti sindacalisti. Anche su coloro i quali insieme a Trentin avevano condiviso epiche battaglie e impegni decisivi nei difficili tornanti della storia del Paese.

I primi diari pubblicati quattro anni fa hanno però rappresentato uno scrigno aperto, ricco non solo di riflessione politica e filosofica, ma anche di momenti intimi, come quando il sindacalista si accorgeva delle piante germogliate nel suo ritiro di Amelia, o raccontava della rocambolesca fuga dal temporale che aveva sorpreso lui e Marie in Corsica.

Pagine in cui Trentin intervallava le sue, spesso amare, riflessioni sulla politica e sul sindacato o magari sulla natura del marxismo, con il racconto di una puntata fugace al mare di Sperlonga, senza dimenticare, ovviamente, le innumerevoli arrampicate in montagna, partendo dalla base prediletta di San Candido, che sarà anche il luogo della rovinosa caduta in bicicletta che ne determinerà la lunga agonia e poi la morte, a cavallo tra l’estate del 2006 e quella dell’anno successivo.

I primi testi integrali, oltre cinquecento pagine, hanno diviso i lettori: sono pagine ruvide e affascinanti la cui scrittura ha accompagnato Trentin, come ricordato, durante la sua guida della Cgil come segretario generale, in sei anni decisivi e turbinosi sul piano nazionale ed internazionale: dal 1988 al 1994.

Il volume pubblicato nel 2017 aveva raccolto solo una piccola parte dei manoscritti conservati, che vanno dal 1977 all’agosto del 2006 (il momento dell’incidente), con l’esclusione del periodo 1999-2001, poiché il quaderno che conteneva quei diari fu rubato a Trentin, allora europarlamentare, mentre era in viaggio tra Parigi e Bruxelles.

Questo secondo volume dei diari (1995-2006) ha provveduto a colmare un’altra parte dell’arco cronologico mancante ed è stato, per questo, molto atteso.

In ragione di ciò quando lo si prende in mano si rimane, in un primo momento, disorientati, superficialmente delusi.

Il volume è più piccolo del precedente e il lettore non vi ritrova l’enorme ventaglio di temi e registri, ma, superato un primo smarrimento, si immerge in una sofferta coerenza e in una profonda linea di analisi. Tutto è davvero prezioso.

La scelta dei curatori, comunicata trasparentemente ai lettori, è stata chiara: non una pubblicazione integrale dei manoscritti, ma la selezione (senza tagli e censure) di brani scelti con un filo conduttore unificante: il tema del sindacato come soggetto politico che si nutre, insieme, di autonomia e di progettualità, soprattutto dal basso.

Nell’affrontare la soggettività del sindacato Trentin non può esimersi, costantemente, nel confrontarsi con il ruolo della politica, della sinistra, del Pci, ma anche delle altre confederazioni e con la crisi della dimensione culturale e progettuale della politica progressista nel nostro paese e non solo. Sta qui la ragione del doloroso sottotitolo scelto per il volume: “l’eclisse della sinistra”.

Il nuovo testo è diviso in tre parti: due saggi introduttivi (bellissimi) di Andrea Ranieri e Ilaria Romeo, la sezione centrale con i contributi tratti direttamente dai diari del leader della Cgil, un’ultima porzione con una scelta molto opportuna di testi dello stesso Trentin (in parte inediti) che contestualizzano i temi affrontati nei manoscritti, spaziando dagli anni cinquanta ai primi anni duemila.

Citando questi testi possiamo dare un’idea più precisa dei contenuti politici, sindacali e filosofici dei nuovi diari, con una dimensione che travalica l’arco temporale che, solo apparentemente, rappresenta il perimetro del libro.

Si parte dallo schema sull’uscita dall’imperialismo coloniale preparato a fine 1953 per Giuseppe di Vittorio in occasione del congresso mondiale della Federazione Sindacale Mondiale, per approdare al testo preparatorio del rapporto realizzato insieme a Vittorio Foa, ancora per il segretario della Cgil, che portò alla celebre autocritica del 1955, dopo la sconfitta alle elezioni per le commissioni interne alla Fiat.

Si continua con una lettera importantissima di Trentin a Togliatti, prodotta nel 1957 insieme a Renzo Ciardini segretario della Camera del Lavoro di Genova, nella quale si contesta duramente la posizione del segretario del Pci al Comitato Centrale del partito e il suo sostenere, senza mezzi termini, che: “il sindacato non doveva pretendere di avere voce in capitolo sulle trasformazioni tecnologiche delle imprese, ma limitarsi alle politiche salariali, viste come l’unico modo a disposizione del sindacato per condizionare le scelte delle imprese”.

Non mancano poi il difficile scambio epistolare con Antonio Giolitti, contrario come Trentin all’intervento sovietico in Ungheria nel 1956, e deluso dalla scelta da parte del sindacalista di non abbandonare il Pci, e il bellissimo intervento, scritto ancora a quattro mani ancora con Vittorio Foa ad un convegno internazionale di studi nel 1960, che verte sull’autonomia rivendicativa contrattuale del sindacato nell’azienda di fronte alle trasformazioni tecnologiche.

C’è poi lo scontro con Giorgio Amendola sul ruolo dei consigli di fabbrica che così fortemente impensieriva larghe parti del Pci e uno scritto, preziosissimo, di molto posteriore (1998), già pubblicato da Edizioni Lavoro, in cui Trentin tratteggia la figura del sindacalista della Cisl a lui forse più caro e affine: Eraldo Crea.

La consonanza tra Trentin e Crea si nutre dell’essere uomini di soglia e di frontiera, legati profondamente alle confederazioni di appartenenza, ma sempre alla ricerca di nuove strade da percorrere per l’unità e l’autonomia della rappresentanza del lavoro.

La coscienza inquieta e lungimirante di Trentin e Crea si sviluppa anche attraverso alcune, comuni, domande: “la partecipazione che cosa è?; la concertazione, come?; la rappresentanza dei nuovi soggetti come?; la distinzione dei ruolo tra sindacato e imprenditore attraverso quali strumenti?”.

Ci sono poi gli scritti successivi all’impegno di Trentin nella costruzione del programma dei Ds e del Partito Democratico, segnati da una disattenzione grave di una leadership post comunista troppo concentrata sulla gestione del potere.  Una classe politica orfana, quasi evaporata, estremamente subalterna all’ossessione di una effimera governabilità spesso disattenta ai contenuti programmatici e progettuali.

Trentin ci parla del “lavoro che pensa”, e, ci ricorda Andrea Ranieri, conia il bellissimo concetto del: “diritto allo sguardo”, il diritto dei diritti che si nutre attraverso la costruzione, anch’essa dal basso, della società della conoscenza.

Ci parla delle nuove disuguaglianze e di una nuova unità necessaria nella pluralità del mondo del lavoro di oggi, della “città del lavoro” nella “crisi della politica”, per citare il suo più alto contributo teorico pubblicato, tra molti silenzi e disattenzioni, nel 1997.

Egli è alla ricerca continua della costruzione di un progetto, ma si trova di fronte, ha scritto Iginio Ariemma, al silenzio di una sinistra che si separa dal proprio popolo, smarrisce la visione e il contatto con quella che, echeggiando una Simone Weil a lui molto cara, possiamo definire la “condizione operaia”.

Trentin, ed entrambi i volumi dei diari lo riprendono spesso, pensa ad un lavoratore soggetto e non oggetto, persona e non macchina, un io ed un noi che mettono in campo la “potenzialità eversiva” della storia come campo aperto di possibilità.

E’ questo un grande lascito per il sindacato tutto e per la sinistra italiana ed europea: la persona umana viene prima della classe.

Una persona che è individuo elevato a valore, con un progetto di vita e di autoaffermazione che non scivola nell’individualismo nichilista, grazie anche agli echi “eretici” del personalismo cristiano (insieme a quelli del socialismo e del marxismo libertario).

Non solo Simone Weil, ma anche Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, aggiungerei Paul Vignaux, fino a Jacques Delors, ma senza mai dimenticare anche la Comune di Parigi e la sua insorgenza utopica.

Per Trentin la partecipazione democratica che migliora la qualità del lavoro vive nell’intreccio tra le idee forza della libertà e della conoscenza ed è un motore di futuro e di liberazione.

Sta proprio qui la grande attualità del nuovo umanesimo di Trentin che si sviluppa dal basso e nel lavoro, non solo nel salario; un lavoro organizzato che crea nuove organizzazioni di emancipazione integrale.

Uno dei grandi lasciti di Trentin, insieme a Carniti, Benvenuto, Morelli e ad una grande stagione collettiva e di rinnovamento sindacale dal basso, furono, nel 1973, le 150 ore per il diritto allo studio, un rivoluzionario scambio tra salario e conoscenza.

Scriveva Iginio Ariemma, nel presentare la ristampa de “La città del lavoro”, che sta a noi continuare, rinnovare, rigenerare questa grande eredità sperimentale, quotidiana, programmatica. Una risposta al caos, ai demoni del potere, alla frammentazione della rappresentanza, ma anche all’impotenza e al dramma della politica.

Chissà che il nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici, appena firmato in questo complesso 2021 post pandemia e post digitale, saprà cominciare a ricostruire, diffusamente, quel diritto, individuale e collettivo, allo sguardo, quello spazio di libertà nella fabbrica e nella città, per milioni lavoratori e lavoratrici. Un diritto permanente, così caro a Bruno Trentin.

Chissà se, davvero, sarà questo un contratto storico come quello del 1973, con le 150 ore e l’inquadramento unico, oggi riformato. Un contratto che saprà, lo speriamo, inaugurare una nuova  stagione segnata dalle competenze e dalle capabilities che, come ci ricorda Amartya Sen, rappresentano un passo ulteriore, in più.

Dipenderà dal sindacato, certo, ma anche dall’insieme di quei lavoratori metalmeccanici che, ci ricordava Trentin, sono i veri “elettori”, nel senso più alto del termine, delle organizzazioni di rappresentanza.

Lavoratori che, nel 2021, come fecero nel 1973 e in altre decisive occasioni, si sono battuti per il pane e per le rose, ma che, direbbe Bruno, non possono rinunciare anche al “tempo delle ciliegie”. Quelle stesse ciliegie che, da Parigi, ci ricordano come “la libertà viene prima”.

 

Francesco Lauria

A.Ranieri, I. Romeo (a cura di), Bruno Trentin e l’eclisse della sinistra. Dai diari 1995-2006, Castelvecchi, pagg. 186, Euro, 18,50.

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