Il Pd: una crisi nella crisi

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La “crisi” del Pd credo debba essere collocata nell’ambito della crisi del nostro sistema democratico: una crisi grave perché evidenzia la caduta di qualità della nostra democrazia e della nostra politica. Discredito delle istituzioni, in particolare del Parlamento, partiti personalizzati che hanno perso il rapporto con il territorio e non pare abbiano più il carattere fondante di libere associazioni di cittadini che concorrono “con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 della Costituzione); che non sono, quindi, gli strumenti principali per la partecipazione dei cittadini, condizione vitale per la democrazia. Ma credo che il dato più grave sia la incapacità di interpretare il radicale mutamento della società e di governarlo, indicando prospettive adeguate.

La politica appare quindi fine a se stessa, riducendosi ad una costante competizione fra persone alla ricerca di consenso elettorale, piuttosto che confronto fra concezioni e idee diverse per il governo della società.

Abbiamo più volte osservato che sono morte le ideologie, con le loro rigidità che esigerebbe un costante adeguamento ai problemi posti da una realtà sociale che cambia; ma sono venute meno anche le idee indispensabili a tale adeguamento e ci si limita a cercare di governare la contingenza senza una prospettiva di più lunga durata.

E questo virus politico ha purtroppo infettato anche il Partito Democratico; dico purtroppo perché si tratta dell’unico partito, fra quelli “di peso”, che ha conservato una strutturazione formalmente democratica evitando la personalizzazione esasperata di altri partiti e che, nato dalle culture che hanno fondato la nostra democrazia, dovrebbe rappresentare un importante riferimento per la tenuta e la costante riqualificazione del sistema istituzionale.

Si tratta quindi di un partito di cui è doveroso interessarsi e chiedersi le ragioni di questa crisi, dell’affievolirsi della capacità di analisi attenta del presente e di visione di lungo respiro per il futuro: anche nel Pd è venuto meno un confronto fra idee e proposte e ci si è divisi in correnti legate a persone; “correnti” ed “aree” di cui non si capisce l’identità che le differenzia.

E ciò è particolarmente preoccupante perché ora è più che mai necessario ed urgente creare una valida alternativa ad una cultura che esalta l’affermazione egoistica dell’interesse individuale ed esorcizza gli effetti del cambiamento, senza indagarne le cause ma alimentandone il sospetto e la paura con una prospettiva gretta ed antistorica di nazionalismo e di sovranismo. Le culture da cui è nato il Pd dovrebbero invece ispirare ed alimentare una politica capace di interpretare la realtà che muta radicalmente e di governarla sulla base dei principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Se l’ispirazione socialista fatica a passare dalle vecchie categorie sociali, che non esistono più, a quelle che la realtà sociale sta creando, l’ispirazione cattolico democratica, che non si lega a formule sociopolitiche precostruite, dovrebbe essere in grado di cogliere la novità ed indicare le chiavi di lettura e la direzione in cui condurre il cambiamento. Ma le ispirazioni camminano con il passo degli uomini che le interpretano e non sono semplici etichette applicate su di essi. Se responsabilizzano personalmente gli uomini e le donne impegnati nella politica, esigono che il partito sia luogo di dialogo e di confronto e che alle diverse ispirazioni non corrispondano “correnti” specifiche che corrono il rischio di tradursi in parti che si contrappongono esclusivamente per motivi di visibilità. Un partito che non diventi una “ditta” riservata ai soli “addetti ai lavori” ma sia aperto e accogliente; un partito autenticamente popolare, attento anche agli apporti di realtà associative esterne, espressione di una società viva e capace di partecipare con il proprio contributo vivace ed originale.

Qui credo che si collochi il ruolo delle nostre associazioni e, in particolare, della nostra rete, che non possono limitarsi ad osservare criticamente ma piuttosto operare responsabilmente per un rapporto più vivo della società con il mondo della politica e per contribuire ad alimentare la politica con idee, attenzioni e proposte. Il tempo che stiamo vivendo è cruciale anche per la nostra democrazia e lo dovremmo vivere con questa consapevolezza.

 

Pier Giorgio Maiardi

 

 

 

 

 

 

 

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One Comment

  1. Ottimo contributo. L’attuale comunicazione politica sacrifica la politica e la riduce spesso a mera comunicazione; sembra ormai che la politica sia comunicazione. Questo limita fortemente gli spazi essenziali di ascolto, confronto, approfondimento e analisi che sole possono consentire di indicare una visione e una prospettiva e di elaborare un adeguato progetto politico.
    Speriamo che il PNRR sia l’occasione per invertire la rotta.

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