Il Pd che vorrei

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Qualche settimana fa, in un incontro on line della rete c3dem qualcuno ha proposto di rivolgere a noi stessi, ad amici e lettori la domanda “tu che faresti se fossi il segretario del Pd?” O, meno arditamente, “tu che Pd vorresti?”. Con questo contributo, di taglio autobiografico (il che magari non guasta), si apre questo possibile percorso che si pone tra l’esperienza e il sogno, il vissuto e il desiderato

 

 

Mi chiedo, prima di tutto: sono ancora di sinistra, io?

Me lo chiedo perché ho avuto una certa evoluzione nel corso degli anni.

Da giovane, anni ’70, ho presieduto un’associazione che si chiamava Centro di cultura proletaria. Alla Magliana, quartiere periferico di Roma. Ma presto ebbi molti dubbi che esistesse davvero una cultura contrapposta, alternativa a quella che allora chiamavamo borghese. Un episodio che mi allarmò fu quando, andando per le case popolari del quartiere a proporre alle donne che non avevano studiato  di partecipare a un corso di alfabetizzazione, ebbi da loro una risposta molto positiva, ma poi non se ne potè fare nulla perché, praticamente per tutte loro (almeno una trentina), non venne il permesso da parte dei mariti: “per quello che devono farw – dicevano – non serve che sappiano leggere e scrivere”. Un altro episodio mi mise in guardia: fu quando, in quegli stessi anni, lavoravo come manovale in un cantiere edile e, facendo il delegato sindacale (della Cgil), seppi una mattina, dal capo cantiere, del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta e feci subito suonare la sirena per radunare gli operai e comunicare la terribile notizia; la prima reazione che si manifestò tra loro fu di … soddisfazione: “Hanno fatto bene!”, dissero in parecchi. Questi episodi, comunque, non mi fecero certo smettere di fare doposcuola, dar vita a cooperative, lottare per i servizi di base nel quartiere,  e di portare i ragazzi delle case popolari ai campi estivi (fu così per molti anni).

In quegli anni ero un lettore del quotidiano “il manifesto”. Anzi, ero già stato, prima, lettore de “il manifesto” rivista, quando si aprì la prima crepa nel Partito comunista. Votai Pdup a qualche elezione. Nella Cgil ero vicino alla corrente di Vittorio Foa, di Elio Giovannini, quella che si chiamava la “terza componente”, né comunista né socialista. Però, qualcosa cominciava a cambiare dentro di me. Smisi di leggere “il manifesto” nel 1980 quando il quotidiano pubblicò un editoriale di Rossana Rossanda che proponeva apertamente l’abolizione delle carceri. Mi sembrò troppo. Troppo idealismo, troppa lontananza dalla realtà. Sebbene, molto più tardi, decenni dopo, leggendo alcune pagine del cardinal Martini, fortemente critico del sistema carcerario, ebbi a pensare che forse la Rossanda non aveva proprio tutti i torti.

Dal punto di vista ecclesiale, non avevo avuto un’educazione religiosa impegnata. Al liceo avevo frequentato una scuola dei fratelli maristi e ne ero uscito pronunciando, alla festa della maturità, un discorso che conteneva una netta critica dell’educazione più formale che evangelica che avevamo ricevuto. Poi feci una lunga esperienza nell’ambiente della comunità di base: prima quella di Gerardo Lutte a Prato Rotondo e alla Magliana, poi quella di Giovanni Franzoni a San Paolo. Partecipai agli incontri dei “Cristiani per il socialismo” in cui brillava la figura di Giulio Girardi. E lavorai per due anni al settimanale Com Nuovi Tempi, nel 1980-81, con Franzoni, Gianni Novelli, Filippo Gentiloni, il pastore Giorgio Girardet. Ma ricordo che quando elessero papa Giovanni Paolo II (e io già collaboravo con la redazione),

tra i commenti che pubblicammo sul settimanale, il mio fu il più benevolo nei confronti del polacco Wojtyla; forse era il segno di un mio ammorbidimento… E fu proprio grazie a quel periodo di lavoro a Com Nuovi Tempi che si deve la mia conoscenza dell’Azione cattolica. Seguivo, per il giornale, i suoi convegni, e conobbi un mondo diverso da quello che avevo frequentato negli anni ’70, ma niente affatto conservatore e retrogrado. Anzi. Fu, per me, una scoperta. Gente che aveva una fede forte, passione civile, senso della storia. Conobbi Angelo Bertani, Rosy Bindi, Alberto Monticone. Cominciai a lavorare a “Segno sette”, un’iniziativa innovativa di Angelo Bertani, che in seno all’Azione cattolica progettò un settimanale impegnativo, legato all’attualità sociale, politica ed ecclesiale. Nei primi anni ’80 riuscii, dopo tredici anni di fuori-corso, a laurearmi: in filosofia, ma con una tesi in storia del cristianesimo, storia recente, l’episcopato di Giacomo Lercaro a Bologna (1952-1968). Passai a Bologna alcuni mesi, mi immersi nella lettura dei discorsi di Lercaro e quelli di Dossetti, che lo aveva affiancato fin dal 1953 fino a esserne il consulente durante il concilio e poi il pro-vicario nel 1967. Per me fu come fare dei lunghi e profondi esercizi spirituali. Il radicalismo di Dossetti mi colpì, mi affascinò, anche se qualche riserva dentro di me l’avevo, la sentivo. Del resto, in prima battuta, la mia intenzione era di fare la tesi sull’esperienza torinese del cardinale Michele Pellegrino, con il quale mi sembrava di sentire una certa sintonia (anche per la sua apertura all’esperienza dei preti operai); poi la scelta era caduta su Bologna, ma non me ne sono certo pentito.

Politicamente, nei decenni successivi ho votato sempre per il Pci, poi per i Ds e infine per il Pd. Ho letto a lungo l’Unità e Rinascita (fino a che non si sono chiuse entrambe le testate). Per un certo periodo compravo due tre quotidiani. Fino a limitarmi a due: Repubblica e Corriere della sera, due “giornaloni” come vengono spesso chiamati sprezzantemente (ma, penso, ingiustamente). Al Pci non mi sono mai iscritto. Al Pd solo un anno, pochi anni fa. Non ho mai fatto vita politica, solo sindacale (negli anni ’70) e diciamo amministrativa negli anni ’90 (come consulente full time all’assessorato alle Politiche sociali del Comune di Roma, nelle due giunte Rutelli); e sociale e terzomondista un po’ sempre,

Tirando le fila, penso che quel mio ripensamento, fin da metà degli anni ’70,  sulla plausibilità di una cultura proletaria, e dunque alternativa a quella dominante, (pur se ho sempre apprezzato molto le tante ricerche condotte sulla cultura popolare nel mondo contadino e operaio), mi abbia portato nel tempo a dubitare fortemente della plausibilità di una società alternativa a quella democratica in cui viviamo in Italia, come in altre parti del mondo; e a dubitare della plausibilità di una struttura dell’economia alternativa a quella capitalistica e di mercato alla quale la nostra società democratica è intrecciata. La caduta del mondo comunista nell’Unione Sovietica e nella Germania dell’Est tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 è stato il segno evidente e clamoroso di un fallimento. Fallimento che i compagni de “il manifesto” ben avevano visto già negli anni ’60: E la ricerca che essi hanno condotto, e con loro figure a cui ho guardato con stima come Pietro Ingrao, per individuare un’altra via al socialismo, fuori dal totalitarismo sovietico, non mi sembra che abbia aperto degli orizzonti percorribili. A volte, quando mi capita di leggere qualche articolo nel sempiterno dibattito su come costruire un altro progetto politico “a sinistra” del Pci e oggi, tanto più, del Pd, trovo che l’inconcludenza regna sovrana. Dunque riformismo. Per me questo è l’orizzonte. Riformare, correggere, innovare. Farlo, sì, “a partire dagli ultimi”; ma sapendo che un progetto politico, un partito politico, si deve far carico di tutto l’insieme della società. Che gli ultimi, politicamente, cioè storicamente, li si aiuta, li si promuove, se cresce l’economia, se si crea occupazione, se si è attenti agli equilibri dell’economia globale.

Il vero nodo, a mio avviso, è questo: come consideriamo i due valori della libertà e dell’uguaglianza?  Io ho vissuto questa evoluzione: prima, per anni ho considerato il valore dell’uguaglianza come prioritario, per fare uscire i poveri dal loro stato di inferiorità, di marginalità; poi ho iniziato a considerare la libertà come un valore troppo importante, importante per tutti, per ogni persona, un valore mai da sacrificare, mai da sottovalutare: la libertà come il dono più grande dell’essere umano. Fino all’estremo di quei “barboni” che preferiscono vivere per strada piuttosto che essere accolti in un ostello della Caritas forse perché si sentono irreggimentati (sebbene, quando ero al Comune di Roma, facessi di tutto per convincerli). Due valori da tenere insieme. Un valore liberale e uno socialista. Penso sia questa la strada. L’orizzonte.

Certo, abbiamo bisogno di uno Stato che prenda il più possibile sul serio la Costituzione che lo fonda, e che metta in moto tutta l’intelligenza e tutti gli strumenti  necessari per dare seguito a quanto prescrive l’articolo tre – “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale …”-. Ma questo non vuol dire, di per sé, “più Stato” (semmai vuol dire più partecipazione di tutte le istituzioni e dei cittadini stessi in questo compito, in questo dovere), perché troppo Stato limita le libertà degli individui, la loro responsabilità, la loro iniziativa. Abbiamo, piuttosto, bisogno di più coesione sociale, più senso della comunità, a tutti i livelli. E per andare in questa direzione c’è bisogno di iniziativa politica, c’è bisogno della presenza e dell’azione di partiti che ne siano capaci.

Che partito democratico vorrei, dunque? Certo non vorrei il cosiddetto partito “ztl”, cioè presente ormai quasi solo nei quartieri  urbani dei ceti sociali benestanti, ma ritengo  che la critica sprezzante che molto si fa in questo senso vada ridimensionata. Ha vinto il Pd dove ci sono persone non solo che hanno meno problemi economici, ma che hanno più strumenti culturali e sono dunque in grado di rendersi conto di quali sono le difficoltà che la politica deve affrontare. Viceversa, nei quartieri popolari o in piccoli centri, coloro che prima votavano il Pd (e prima ancora il Pci della promessa del “socialismo che verrà”) e la Dc dell’unità dei cattolici. non trovano più le promesse e i vincoli ideali di un tempo, scivolano nella delusione, e, con il venire a mancare della presenza delle vecchie sezioni (o circoli) e con il diffondersi dei social media, finiscono per dare il proprio consenso a chi promette comunque qualcosa subito e fomenta irresponsabilmente paure e diffidenze.  Molti si sono sentiti dunque abbandonati. Ma è possibile, nelle nuove condizioni di vita di oggi, vincere questo senso di abbandono, questo isolamento? E, soprattutto, è possibile, poi, tornare a fare proposte che ottengano consenso anche se non promettono più ciò che promettere non è più realisticamente possibile?

Sul primo interrogativo, se sia possibile ridare forma e presenza e ruolo al partito democratico, nel contesto attuale, la mia risposta è che questo è certo difficile, ma possibile e necessario. Penso che ci si debba muovere in due direzioni. Una sono i territori. C’è bisogno di rifondare sezioni, circoli, o come si vorrà chiamarli, che siano presenti in ambiti territoriali che raccolgono dai 20 ai 40mila abitanti e dove sono presenti uno o più comuni o municipi urbani, e lì ricreare aggregazione, informazione, formazione e un ruolo attivo di controllo e proposta sulle amministrazioni locali, sulla base di un contatto e una conoscenza delle persone e dei problemi di quel territorio. Un ruolo, questo, che deve costituire una sorta di lievito per far crescere coesione sociale, corresponsabilità, senso civico e maggior benessere diffuso. La seconda direzione verso cui muovere è la creazione di sezioni, o circoli o comitati a livello dei luoghi di formazione, di ricerca, di creazione artistica e di produzione: università, reti di imprese, centri di ricerca, istituzioni artistiche e culturali. Con il ruolo di consentire confronti, di individuare problemi comuni, di sviluppare sinergie, di promuovere dibattiti tra operatori e con la cittadinanza. Luoghi in cui fare cultura e alimentare la stessa azione politica nazionale.

Quanto al secondo interrogativo, se si possa ottenere consenso, soprattutto tra i ceti popolari, e tra i giovani, pur non facendo grandi promesse, penso che ciò sia possibile se si impara ad assumere un linguaggio franco, di verità, se si stabilisce con le persone un rapporto di fiducia, e cioè di vicinanza e di attenzione anche alle piccole cose del vivere quotidiano, se si torna a parlare, a discutere, fuori dai talk show, con il tempo e la pazienza e la costanza necessari a capirsi, a spiegarsi, ad assumere consapevolezza dei problemi e dei percorsi di una loro possibile soluzione. Dove anche il fare opposizione al governo in carica – come è il caso del momento presente – sia un esercizio di verità, di lealtà e non di propaganda, di luoghi comuni, di preconcetti.

Infine, in che può distinguersi, e incidere positivamente, la presenza di persone di formazione cristiana, il cosiddetto cattolicesimo democratico, dentro il Pd? Mi sembra di poter dire che, pur nelle fila del partito democratico, i cattolici democratici hanno posizioni politiche diverse: più radicali, meno radicali; chi guarda a sinistra e chi al centro; chi crede necessario, e possibile, perseguire la ricerca di un superamento del capitalismo, e chi crede di dover operare al suo interno, almeno fino a che non emergano segnali di un possibile nuovo scenario; chi è contro l’uso delle armi e ogni guerra e chi pensa che le armi possano, e anche debbano, essere usate per difendersi (e difendere) da un’aggressione. E, però, credo che dei punti forti di comune ispirazione ci siano e che essi siano un apporto indispensabile al modo di essere e di agire del partito democratico. Penso alla centralità della persona, che vuol dire il rispetto dovuto a ciascuno, dentro e fuori il partito, la predisposizione all’ascolto delle ragioni dell’altro, l’impegno a valorizzare le risorse di ciascuno. Penso all’attenzione particolare per l’elevazione delle persone più emarginate, più sofferenti. Penso al modo di affrontare le questioni dei diritti della persona, le questioni etiche e bioetiche: farlo senza superficialità, con l’apporto della propria sensibilità verso le dimensioni dei problemi umani che non sono  immediatamente comprese se ci si tiene all’interno di una visione puramente razionalista e individualista. C’è bisogno di un richiamo alla dimensione che trascende la pura razionalità, l’orizzonte della sola tecnica; c’è bisogno di un sovrappiù di spirito per riconoscere con più verità ciò che è bene per la vita umana. E molto ancora si potrebbe dire su questo punto.

Qualcuno oggi torna a chiedersi se la componente cattolico democratica, quella che ha partecipato sin qui all’avventura difficile del partito democratico, possa essere utile davvero a questo partito, e tramite lui al Paese, e debba dunque restare al suo interno. Lo si dubita di fronte a una certa spinta che si vede emergere nel dibattito odierno verso posizioni più in linea con la tradizione della sinistra ex Pci, pur rinnovata. Io penso che si debba fare il possibile per restare all’interno del Pd e contribuire a rigenerarlo. Ma, certo, è anche necessario che, se si sta in un partito, lo si possa fare con la sensazione di stare andando nella giusta direzione, in quella in cui si ritiene giusto di andare; altrimenti, diventa un cammino sterile.

Per concludere, vorrei dunque un partito (democratico) che non derida Giorgia Meloni se parla di dare più peso alla prima parte della legge 194, quella che parla di aiutare le donne che potrebbero non abortire se sostenute economicamente o psicologicamente a portare avanti la gravidanza; vorrei un partito che avesse maggior rispetto delle posizioni altrui sul tema del fine vita o delle identità sessuali. Un partito che, sulle migrazioni, unisse alla giusta difesa delle Ong che salvano in mare i naufraghi la franchezza nell’avanzare proposte realistiche su come fermare un esodo che avviene nei modi tragici che vediamo e su come provare a rispondere con un diverso rapporto di apertura e solidarietà del nostro Paese (e dell’Europa) ai bisogni di vita e di riscatto delle popolazioni da cui quei migranti provengono. Un partito che, ripeto, oggi e nei prossimi anni non faccia opposizione preconcetta, che cerchi il confronto, che riconosca la dignità dell’essere di destra, che riconosca le non poche cose che possono essere fatte di comune accordo per il bene obiettivo del Paese, e che, riaprendosi all’ascolto paziente dei bisogni e delle aspettative della gente e al contributo di idee dei tanti in grado di darlo, elabori proposte di rinnovamento della società nel senso di più uguaglianza, più libertà, più coesione sociale e spirito di comunità.

 

Giampiero Forcesi

 

 

5 Comments

  1. Grazie Giampiero. Una testimonianza molto significativa, un ragionamento che nasce dall’esperienza e non a tavolino.
    Si può avere una visione politica più o meno idealista, più o meno radicale, ma l’importante è ascoltarsi sapendo che nessuno ha ricette vincenti in tasca. Credo che il tentativo di Enrico Letta e dell’attuale dirigenza del PD sia questo: ascoltarsi per riprendere il cammino insieme, con nuove energie. Magari si poteva organizzare il percorso in modo un po’ meno sgangherato ma il cattolicesimo democratico deve partecipare, visto che, come sostieni giustamente tu, ha molto da dire nonostante le sue differenze interne.

  2. Caro Giampiero, grazie dell’articolo che hai scritto. Chi ti ha conosciuto non può mai dimenticare il tuo impegno nel quartiere della Magliana di Roma: i doposcula, le 150 ore ai lavoratori, i campeggi estivi con i ragazzi più poveri e difficili che mai avevano fatto una vacanza, il centro anziani che avevi messo in piedi, il giornalino di quartiere che avevi organizzato: “Sotto l’argine”. Né gli amici edili possono mai dimenticare i tuoi dieci anni di lavoro come manovale nel grande cantiere di Ostia dove si stavano costruendo dieci palazzine. L’amico Giancarlo, tuttora impegnato alla Magliana da vero missionario laico quando venne a trovarti disse che “portavi sulle spalle le tavole di legno come fossero libri di una biblioteca”. E poi il tuo grande lavoro quando eri consulente dell’assessore Piva per le politiche sociali del Comune di Roma. Anche là organizzasti un giornale “Roma solidale” ed una biblioteca per gli assistenti sociali .
    Personalmente ricordo che quando terminò la giunta Rutelli e fu eletto sindaco quel chiacchierone di Veltroni ti ordinarono di portare via tutto dalla piccola stanza che usavi ed anche la biblioteca che avevi messo in piedi. Ricordo che venni ad aiutarti per sgomberare tutto, ed i barboni che ti aspettavano sotto l’edificio si misero anche loro ad aiutarti, ripetendo sconsolati: “che te ne vai Giampiè? ed a noi adesso chi c’ascolta più!” Ecco cosa vorrei nel PD: l’essere radicati nei territori con quell’impegno generoso che sei riuscito a testimoniare con la tua vita. Vorrei che i giornalisti televisivi la smettessero di intervistare i chiacchieroni di veltroniana memoria, quelli cioè che parlano bene e razzolano male, e che venissero valorizzate le tante persone alla Giancarlo che pure si trovano nelle varie periferie.
    Sono certa che non lascerai passare questo commento per l’umiltà che sempre ti ha contraddistinto. A me dispiacerebbe.

  3. Giampiero! La tua testimonianza, oltre che bella e ricca, è preziosa per una riflessione sulle ragioni che motivano il Partito Democratico e, quindi, il suo rilancio nella situazione politico sociale attuale. L’esperienza che abbiamo vissuto nel dopoguerra e che nasceva dalle ideologie intense consolidate dalla drammatica esperienza bellica, il formarsi, dopo quella esperienza, dei partiti legati a quelle ideologie e, quindi, tutta la elaborazione culturale che noi richiamiamo in causa, oggi, probabilmente, non interessa più, è estranea alle nuove generazioni. Tutta la realtà sociale è cambiata, i rapporti fra le persone sono mutati ed è con riferimento a questa realtà che dobbiamo ripensare un partito come il PD. Condivido il richiamo alla Costituzione che è nata dalle più significative di quelle ideologie e si basa su principi condivisi: è su quei principi, che riscopriamo validi nel nostro tempo, che possiamo e dobbiamo costruire la politica per l’oggi.

  4. Grazie per questa bella e densa riflessione. Riprendo, appoggiandole totalmente, le ultime righe: un PD che “riaprendosi all’ascolto paziente dei bisogni e delle aspettative della gente e al contributo di idee dei tanti in grado di darlo, elabori proposte di rinnovamento della società nel senso di più uguaglianza, più libertà, più coesione sociale e spirito di comunità.”. Aggiungo: che operi con decisione per favorire formazione culturale e lavoro per tutti, soprattutto i giovani (con stabilità e stipendi adeguati, condizioni essenziali per poter creare una famiglia e generare figli, se lo si vuole), a favore della sostenibilità ambientale, per una politica internazionale che punti all’equità e a costruire la pace, senza con ciò venire meno al diritto di difesa dei popoli oppressi e aggrediti. E allora mi chiedo se alla – per molti versi comprensibile – preoccupazione per un eventuale minor riconoscimento del ruolo dei cattolici democratici – ruolo, sia chiaro, senza il quale il PD non sarebbe stato e non sarebbe più il PD ma un’altra cosa, certamente meno valida e meno utile – non si debba aggiungere una preoccupazione circa la nostra capacità di cattolici democratici di essere a nostra volta innovativi e propositivi rispetto a tali questioni. Papa Francesco (e chi lo ha aiutato nell’elaborazione) forse si è spinto più avanti di noi? Non è mai troppo tardi per riallinearci al suo magistero sociale e addirittura a fare ulteriori passi avanti in quel solco.

  5. PD: CONGRESSO, PROBLEMI E FUTURO

    Se ho ben capito l’arzigogolato regolamento del Congresso PD prevede due momenti per le primarie: il primo riservato agli iscritti dal quale usciranno i due candidati con i maggiori voti, e il secondo aperto anche ai non iscritti che voteranno uno dei due candidati.
    Da non iscritto al PD, ma da semplice elettore, potrò partecipare solo al secondo momento. E mi dispiace perché avrei partecipato al dibattito e posto le seguenti riflessioni e domande, mutuandole da quanto ha scritto un mio amico:

    “Nel dibattito tra i quattro candidati alle primarie del Pd, sarebbe interessante dare centralità a queste domande, dalle quali poi ne discendono altre decisive:
    – quale deve essere la collocazione dell’Italia nel mondo?
    – Quale ruolo si intende giocare nelle organizzazioni internazionali di cui facciamo parte per confermarle o per cercare di cambiarle (Ue, Onu, Nato, Wto)?
    – Che ruolo intendiamo giocare nel Mediterraneo punto di incontro con l’Africa, il continente demograficamente più in crescita?
    – Che giudizio sì dà della globalizzazione, che ha ricadute su temi oggi all’attenzione del Pd come le disuguaglianze e il lavoro?

    L’invasione dell’Ucraina poi ha aperto un conflitto che non riguarda solo Mosca e Kiev o Mosca e Washington. L’obiettivo lo ha dichiarato Putin: ridisegnare l’ordine mondiale che oggi sarebbe monopolizzato dagli Usa.
    Una semplificazione nella quale sono cascati quelli che guardano con malcelata simpatia alle ambizioni della Russia. Perché Putin è rivolto al passato e dimentica che si sono affermate altre potenze come la Cina e l’India: vorrebbe un mondo di imperialismi bilanciati ancora con le loro sfere di influenza e i loro Stati satellite, quando non annessi.

    – È questo che vogliamo?
    – È ancora immaginabile un ordine mondiale giusto senza cadere nel cinismo dell’accettazione dei meri rapporti di forza?

    Queste sono, a mio giudizio, le domande a cui devono rispondere i candidati alla Segreteria del PD, domande che non escludono, anzi, esigono la loro traduzione sul piano nazionale e risposte concrete e credibili ai molti problemi presenti nella realtà sociale del Paese.

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