Nuotare nella corrente

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C’è chi ha affermato che non si possono risolvere i problemi con la stessa mentalità/cultura che li ha generati. E come si fa a non essere d’accordo soprattutto di questi tempi?!

E’ oramai ampiamente condivisa l’opinione che la corrente prevalente stia conducendo verso partiti orientati alla comunicazione: i messaggi coincidono con la politica stessa che si è auto attribuita il compito di occupare il maggior spazio possibile sui media, di tutte le tipologie, al fine di condizionare l’immaginario dei potenziali elettori. Ne risulta che la strategia prevalente dei diversi partiti è quella di progettare ciò che serve ad occupare tale spazio. La stessa nuova legge elettorale è stata progettata con la mentalità di predeterminare un risultato che consentisse esclusivamente l’occupazione dello spazio e del tempo della politica. Le cosiddette narrazioni politiche risultano pertanto artificiose nel senso che non seguono più una logica coerente come quella che, ad esempio, lega causa ed effetto. Anzi è diametralmente l’opposto.

Questa strategia politico/comunicativa appare, inoltre, sempre più radicalizzata ed utilizza concetti semplici come la “rottamazione”, il “vaffa”, “tutti a casa” e cose simili. L’esito, al quale chiaramente non è estranea la politica stessa, è che la gente comune non ha più fiducia in chi dovrebbe rappresentarla. La classe politica viene rappresentata come corrotta e fannullona, che usa prassi per nulla trasparenti e partecipate. Alla base di tale immagine negativa c’è la messa in discussione della democrazia rappresentativa a favore di forme di rappresentanza diretta legata alla vita di singoli leader. Sono i leader che interloquiscono direttamente con gli elettori facendosi forza della richiesta di messaggi semplici, pronti alla bisogna che essi stessi concorrono a provocare.

Nella politica corrente risultano poi sempre più incerti i confini, i distinguo tra destra e sinistra, mentre prevalgono altri dualismi quali simpatico/antipatico, vincente/perdente, ottimista/pessimista, pro/contro, bianco/nero, individuale/collettivo, amico/nemico. Lo stesso fascista/antifascista sta perdendo di rilevanza in quanto la gente comune non lo considera più significativo per dare un senso a quello che le sta accadendo e, di conseguenza, per orientare i propri comportamenti e le scelte politiche. E’ pertanto in atto il tentativo di ridurre la complessità, amplificata anche dalla globalizzazione, proponendo criteri comunicabili ed utili per orientarsi in una realtà difficilmente decifrabile e piena di contraddizioni.

I risultati di questo modo di procedere sono sotto gli occhi di tutti non solo per gli effetti sull’attuale sistema politico/istituzionale ma soprattutto per l’impatto che ha sulla dimensione sociale/spirituale. Già si è detto della perdita generalizzata di fiducia, lo sfilacciamento del tessuto sociale, la minor proiezione nel tempo delle problematiche attuali, l’allentamento della relazione tra percorsi di vita individuali e percorsi collettivi, la minor propensione al rischio nelle imprese.

Siamo stati abituati a pensare, sia rispetto alla persona sia alla società, all’unità fra le due dimensioni, quella politico/istituzionale basata sulla conoscenza secondo leggi di causalità e quella sociale/spirituale basata su una conoscenza secondo leggi di senso spirituale/valoriale. Nel momento presente è invece in atto il tentativo di spaccare mediaticamente questa unità, di polarizzarsi solo sulla prima dimensione annullando però il nesso di causalità a favore di una lotta per il potere fine a sé stesso cioè di una conflittualità determinata da considerazioni esclusivamente interne al sistema di potere centrato su singoli leader. Ma non solo. Le esigenze di affermare i caratteri della personalità del singolo spesso vengono contrabbandati come progetto politico a valenza generale.

Allora che fare? Per chi ci crede non resta che provare a nuotare nella corrente. La mentalità con la quale si affrontano i problemi condiziona la qualità delle proposte e il loro impatto sulla realtà. Alla politica della comunicazione bisogna rispondere con la comunicazione della politica. Una politica che, prima di tutto, assume il punto di vista dei più deboli soprattutto nelle fasi di incertezza lungo il ciclo di vita delle persone, riconosce e sostiene lo sviluppo dei talenti in particolare di quelli che sono organizzati in impresa a trazione sociale, abbandona la logica del giorno per giorno ed affronta con sguardo lungimirante problemi come la pace globale, il welfare del futuro, la sostenibilità in settori fondamentali quali energia, aria, acqua e suolo, il digitale nel lavoro, nelle scienze e nell’umanesimo.

Al “vaffa” e simili occorre rispondere con il gusto della dialettica, nel rispetto delle persone e delle opinioni. Riconoscere i limiti della politica. Riconoscere che la politica non è onnipotente, che non si può essere generosi perché lo prevede una legge, munirsi di anticorpi rispetto alle tentazioni del potere.

Alla domanda di radicalità occorre rispondere con la condivisione del “dolore”: al politico si chiede di essere espressione di un’autentica vocazione, di coltivare una profonda spiritualità, di vestirsi con l’abito della quotidianità e di frequentare “gente comune”.

 

Gianpietro Cavazza

 

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