La Chiesa ha urgente bisogno di un risveglio profondo e radicale. Intervista a Fulvio De Giorgi

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Il Sinodo deve dare il primo posto a tutti coloro a cui lo Spirito dà il dono della profezia, che significa saper vedere le piaghe della Chiesa e riuscire a immaginare cammini nuovi che curino tali piaghe. C’è bisogno di un onesto esame di coscienza, per confessare le nostre colpe. Se invece vogliamo dire che il percorso della Chiesa italiana, dal post-Concilio ad oggi, è stato tutto un cammino solo di luci e senza ombre, dunque senza alcuna necessità di cercare di individuare sbagli e colpe … Beh, se è questa la postura sinodale, mancano  i presupposti per un confronto vero, profondo e radicale. 

 

a cura di Giandiego Carastro

 

Sul sito viandanti.org è presente una sua riflessione che inizia con queste parole: “Tempi di responsabilità per i cattolici italiani. Tempi di metanoia per tutta la Chiesa d’Italia.” A quale responsabilità siamo chiamati? Quale conversione per tutta la Chiesa? Proviamo ad approfondire con il prof. De Giorgi* questi spunti

Cento anni fa, la Chiesa si risvegliava nelle anime, come ebbe a dire il teologo Romano Guardini. Adesso, almeno in Europa, sembra che si stia assopendo… Siamo dinanzi ad una crisi … Qui la metafora di questa crisi è quella del lento addormentarsi, nella indifferenza degli abitanti dei quartieri e delle città. Invece, il suo collega Andrea Riccardi propone una diversa metafora, quella del fuoco, di una chiesa che sta bruciando: quale metafora è più adeguata? L’assopirsi? Il fuoco che divora? Oppure?

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”: non è Gesù che ha detto queste parole? E il fuoco non è – negli Atti degli Apostoli – un segno dello Spirito? Spero proprio che il Sinodo faccia ardere la Chiesa tutta! Ma perché questo si realizzi occorre ascoltare ciò che lo Spirito dice non solo al cuore di ciascuno per la sua conversione personale, ma anche al cuore di ciascuno e di tutti per la conversione ecclesiale. Infatti, la conversione personale al Vangelo è sempre necessaria e prioritaria, ma non è sufficiente, a meno che non diamo alcun valore alla dimensione ecclesiale in quanto tale. Bisogna ascoltare anche ciò che lo Spirito dice alla Chiesa – e questo ascolto non è ovvio, scontato – e poi occorre non porre resistenza allo Spirito. Se mi dispongo in questo atteggiamento spirituale interiore (e naturalmente – lo dico subito e dall’inizio – senza considerare la mia percezione come prioritaria rispetto ad altre: parlo sottovoce), ecco che avverto nel tempo che stiamo vivendo una gigantesca svolta storica. Non so se la Chiesa stia ferma o stia cambiando, vedo un gigantesco cambiamento storico velocemente in atto attorno a lei: culturale, psicologico, ideale e anche etico-spirituale. Ciò determinerà necessariamente, volente o nolente, cambiamenti anche sulla e nella Chiesa. La Chiesa cattolica, così come l’abbiamo conosciuta dalla nostra infanzia e fino ad adesso, sta storicamente finendo. Può essere un triste tramonto? Una consunzione? Come un lucignolo fumigante (non un incendio) che si sta spegnendo, incapace di illuminare il nuovo contesto storico e, dunque, inservibile? Può essere. Ma può essere pure che si tratti dell’alba di un orizzonte storico nuovo e molto diverso. Insomma, non credo che lo Spirito abbia cessato di soffiare. Ma vedo molta resistenza passiva allo Spirito. Come una sonnolenza (sono d’accordo con lei) o un sonno da cui destarsi: “Svegliati, tu che dormi!” (Ef 5,14). La luce rosseggiante dello Spirito c’è: dipende da noi se tale rosseggiare sarà un tramonto o un’aurora. Ritorniamo in noi stessi, crediamo al Vangelo e alziamoci in piedi. Quello che ci vuole è un grande “risveglio”. Senza risveglio spirituale vero, profondo e radicale (si segni questi tre attributi) non c’è Sinodo: ma il Sinodo può essere lo strumento benedetto per avviare questo risveglio, suscitando entusiasmo evangelico.

 

Possiamo dire che la Chiesa è inceppata perché poco trinitaria? Cioè poco relazionale, poco capace di suscitare relazioni vive al proprio interno? I consigli pastorali non hanno aiutato molto in tale direzione… Così, il clero fa le cose del clero, il laicato segue le cose del laicato, i religiosi curano i propri ambiti… Ecco, la Chiesa potrebbe uscire dalla crisi, riscoprendosi icona di un Dio vivo, vivace, unico ma mai solo, uno ma mai separato?

Come nella società francese prerivoluzionaria c’erano tre “stati”: nobiltà, clero e terzo stato, così ci sono tre “stati” nella C hiesa cattolica: clero (soli maschi), religiosi, laicato (terzo stato). Nella società di antico regime non c’era uguaglianza giuridica, ma ogni stato aveva le sue regole, e naturalmente i primi due stati avevano i privilegi e il potere. Il terzo stato, che era la maggioranza, non contava nulla. Così è canonicamente nella Chiesa: è questa la radice strutturale del clericalismo, cioè dell’asimmetria di dignità, prima ancora che di potere, nella Chiesa. Sa cosa scriveva l’abate Sieyés nel 1789? Scriveva: “Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa”. Non potremmo dire la stessa cosa del laicato nell’ordinamento ecclesiale? È da quando ero bambino che sento dire “è giunta l’ora dei laici”. Ebbene quest’ora è giunta ed è passata e non ci siamo accorti di molti cambiamenti. Ma – ecco il problema – l’ora sembra, appunto, passata (se lo Spirito non ci sorprende). Voglio dire: che rischi ci sono oggi? Che tanti laici alzino la voce? Che si scateni una contestazione e un dissenso come nel post-concilio? Che si sia in balia di estremismi giacobini-laicali? Non credo. Prima dell’avvio del cammino sinodale ho sentito allarmi in Italia che si potesse scatenare nel nostro Paese qualcosa di analogo al Sinodo tedesco: non sia mai! E così abbiamo già il rombo della Contro-rivoluzione preventiva senza aver avuto alcuna rivoluzione, nessuna pur modesta rivoluzioncina … Ma c’è questo rischio di neo-contestazione? Magari! Mi pare che il vero rischio siano il sonno e l’indifferenza e le chiese sempre meno affollate. I laici (in genere anziani: di giovani non ne vedo tanti) sono stati cloroformizzati da tempo e sonnecchiano rassegnati oppure semplicemente non vogliono rischiare di perdere tempo in chiacchere, che – come sempre – non cambiano nulla. Anche io, le confesso, sono in dubbio: il tempo è una risorsa scarsa che non va sprecata, forse è meglio dedicare il mio tempo alla preghiera. E basta.

 

Dal punto di vista dello storico, che tipo di Chiesa siamo, all’inizio dei cammini sinodali? In particolare, nel contesto italiano, ci sono caratteristiche peculiari dell’essere Chiesa in Italia, solidificatisi nei decenni?

Bella domanda, ma una risposta da storico richiederebbe molto spazio. Devo rimandare alle mie ricerche. Dico solo che c’è una situazione complessiva universale, condivisa dalla Chiesa italiana, e ci sono aspetti specifici della realtà ecclesiale nel nostro Paese. Sono due ambiti logicamente distinti, ma di fatto uniti. Sicuramente ci siamo cullati col pensare che la nostra fosse ancora una Chiesa-di-popolo a differenza di altri contesti cattolici nazionali in Europa. E ora stiamo capendo che, a rapidi passi (accelerati dal Covid), potrebbe non essere più così anche per noi. Ma siamo fermi, bloccati, incapaci di andare oltre la coazione a ripetere, a rifare le stesse cose in un tempo che non è più lo stesso. Mettiamoci d’accordo non sull’analisi della situazione, ma sui criteri metodologici per condurre un’analisi seria e veritiera, per realizzare una verifica vera, profonda e radicale (ritorno a sottolineare questi tre attributi). A mio avviso tali criteri sono tre: 1) capire i processi storici generali, diciamo ‘esterni’, nelle sfide (anche potenzialmente distruttive) che portano al campo religioso; 2) valutare gli effetti specifici di tali cambiamenti (anche positivi) e di tali sfide all’interno della comunità ecclesiale, sui fedeli; 3) fare una verifica onesta sulle scelte pastorali più o meno recenti, per individuare errori e insufficienze, cioè dove si è (dal punto di vista evangelico) sbagliato in pensieri, parole, opere e omissioni. C’è bisogno di un onesto esame di coscienza, per confessare le nostre colpe e per chiedere perdono, come si fa all’inizio della Messa: ‘forma’ di qualsiasi atto ecclesiale, anche di un Sinodo. Se invece vogliamo dire che il percorso della Chiesa italiana, dal post-Concilio ad oggi, è stato tutto un cammino trionfale, di gloria in gloria, solo di luci e senza ombre, senza errori e senza peccati, dunque senza alcuna necessità di cercare di individuare sbagli e colpe, perché non ci sono, e se qualcuno segnala problemi il problema è lui … Beh, se è questa la postura sinodale, e se veramente si è convinti di questo, mancano – a mio avviso –, i presupposti metodologici per un confronto vero, profondo e radicale. E allora grazie e arrivederci. Senza polemiche e senza rancori. Ma anche senza stare a perdere tempo.

 

Devo tantissimo della mia formazione da credente al Movimento Studenti di Azione Cattolica, l’associazione di studenti medi dentro la AC. In particolare, mi riferisco agli anni ‘90, quando oltre al magistero di papa Giovanni Paolo II, aspettavamo gli interventi del card. Martini, del vescovo di Molfetta don Tonino Bello, del priore di Bose fratel Enzo Bianchi. Negli anni ‘80, una generazione precedente la mia, c’erano le riflessioni di padre Turoldo, di Adriana Zarri, di Carlo Carretto, di Italo Mancini, di padre Balducci… Ci mancano oggi questi testimoni brillanti che entusiasmano?

Qui vorrei fare due considerazioni, in risposta a questa domanda. Primo: oggi le voci spirituali forti ci sono, ma vengono ignorate. Ci sono una freschezza, un’effervescenza positiva e una creatività spirituale nel mondo femminile: teologhe, bibliste, donne pensanti. Ma, in generale, tra i biblisti ci sono stimoli interessanti. E così, in campo ecumenico, nel mondo riformato. E naturalmente, al primo posto, c’è quella tromba dello Spirito nella Chiesa universale che è papa Francesco. In Italia il papa è amato e forse – lo penso – si vorrebbe anche seguirlo ma poi non si riesce veramente. Possiamo dire che il clima pastorale (lasciamo stare i progetti: oggi parlare di ‘progetto’ in ambito pastorale sembra una brutta parola, forse perché non si è più capaci di progettare veramente …), nei vari ambiti e contesti della Chiesa italiana, sia sul passo di papa Bergoglio? Mah … lasciamo stare. Secondo: quelle voci profetiche che lei ha ricordato (e anche tanti laici come Ardigò, Scoppola, Bolgiani, Pedrazzi, Paola Gaiotti e molti altri e altre) hanno avuto tutte, chi più chi meno, chi prima e chi poi, dei problemi. Sono stati in gran parte silenziati. Ecco un aspetto su cui svolgere un serio esame di coscienza. Se lo facciamo, capiamo tante cose. E sto parlando anche di vescovi. Lei ha ricordato il mio conterraneo don Tonino Bello, che io ho conosciuto personalmente. Cito sempre un suo pensiero nel 1985 (dopo il Convegno di Loreto) in cui esprimeva il suo ideale pastorale: «Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità. Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella della insicurezza. Una Chiesa sicura solo del suo Signore, e, per il resto, debole. Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per vocazione. Non una Chiesa arrogante, che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa disarmata, che si fa “compagna” del mondo. Che mangia il pane amaro del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare. Non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa […] una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea col vangelo». Ecco, proprio da quel momento, la Chiesa italiana ha adottato, per un lungo periodo, una linea esattamente opposta – punto per punto – rispetto a quella indicata allora da mons. Bello. Non mancarono le voci che indicarono limiti, carenze ed errori di quella linea opposta, dirigistica e clericocentrica, ma furono emarginate. I danni sono stati enormi. C’è stato un gigantesco fallimento pastorale: oggi, anche alcuni critici più allarmati e apocalittici, sorvolano su questo, glissano, guardano dall’altra parte. Mi verrebbe da chiedere: ma voi dove eravate? Su un altro pianeta? Ma non voglio fare queste domande, perché non mi interessa colpevolizzare nessuno o puntare il dito. No, il contrario. Proprio chi in passato è stato vittima di emarginazione non cova, io credo, propositi di vendetta. Tuttavia, per il bene della Chiesa, ci vuole uno sguardo limpido: amorevole ma anche franco e, perciò, credibile. Constatare che c’è stato un gigantesco fallimento pastorale (che rischia di interrompere la trasmissione della fede alle nuove generazioni) è solo fare onestamente opera di verità: pura e semplice.

 

Cosa dire della capacità di prendere decisioni nella Chiesa al termine del processo sinodale? Possiamo cavarcela sempre dicendo che “la Chiesa non è una democrazia”? I cammini sinodali quali novità potrebbero far sperimentare?

Un Sinodo non serve a nulla se non individua delle scelte prioritarie. Tutto si deve seguire e nessun problema, situazione o ambito pastorale va dimenticato: ma per questo ci sono le forme – serie e impegnative – della pastorale ordinaria. Il Sinodo deve individuare i pochi punti essenziali, fondamentali, sui quali far leva per togliere i blocchi antievangelici, curare le piaghe della Chiesa, avviare un cambiamento vero, radicale. Ci vuole un processo circolare: un ascolto vasto del popolo di Dio per individuare questi pochi punti essenziali e poi ancora un secondo ascolto sul merito dei punti individuati. Quando dico ascolto intendo un’attenzione a tutti e in forme variegate. Tutti i fedeli devono essere veramente coinvolti nelle forme spirituali consone. Ma perché escludere altre forme, meno ecclesiali e più laiche (ma non false, nei loro limiti) per conoscere le opinioni? Non è possibile avere così dei dati su cui riflettere ed esercitare un discernimento nei luoghi ecclesiali consoni e nelle forme spirituali piene? Le faccio un esempio. Io farei un sondaggio per ambienti: non credenti, credenti di altre religioni presenti in Italia, cristiani di altra confessione, cattolici che si sono allontanati, battezzati poco praticanti, fedeli convinti. A tutti porrei la domanda (proprio con le tecniche, metodologicamente rigorose, del sondaggio d’opinione): saresti favorevole all’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale? È solo un esempio, ma per dire che non escluderei, a priori, nessuna via per conoscere le opinioni. Quanto alla democrazia, si dicono tante cose paradossali. Intanto “democrazia” non è una brutta parola, ma è la forma di governo civile oggi più consona all’insegnamento sociale della Chiesa, se unita alle libertà civili e all’uguaglianza giuridica. E nella Chiesa? Non vogliamo una Chiesa ‘democratica’, e va bene. Ma certo non ne vogliamo una ‘antidemocratica’ o totalitaria. E il fatto che tutti i fedeli siano ormai ‘democratici’ sul piano civile, abbiano una mentalità antitotalitaria e rivendichino, a livello sociale, libertà di parola e uguaglianza di diritti, non ha effetti impliciti sulla vita interna della comunità ecclesiale? Si possono sopportare, all’interno della Chiesa, mancanza di vera libertà di parola, disuguaglianze di dignità battesimale, strutture di potere clerico-centriche e maschio-centriche?

 

Cosa possono fare per le donne i cammini sinodali? E cosa le donne possono fare per i cammini sinodali? Ad esempio, si parla da qualche anno della introduzione del diaconato femminile: una battaglia impossibile oppure una richiesta dello Spirito Santo?

Lei tocca uno degli ambiti nodali, forse il nodo principale, il blocco antievangelico più forte. Il Sinodo tedesco ha messo all’ordine del giorno il diaconato femminile. Io ho proposto che in Italia si pensi ad un allargamento delle funzioni dei ministeri ora aperti, da papa Francesco, alle donne. Certo un Sinodo non può chiedere l’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, forse per questo ci vorrebbe un Concilio. Ma un Sinodo nazionale può proporre alla Chiesa universale, al papa e a tutti di pensarci, di mettere la questione all’ordine del giorno. Personalmente sono tra coloro (tanti e da diverso tempo) che non vedono nel Vangelo alcun ostacolo al presbiterato femminile: Gesù chiamò tra i Dodici solo uomini? E allora? Erano anche tutti ebrei e circoncisi… i presbiteri devono essere maschi, ebrei e circoncisi? Ma nella nostra autoconsapevolezza evangelica di oggi non ci sembra l’esclusione delle donne non più giustificabile e anzi incomprensibile? Si dirà: ma le Chiese cristiane che hanno donne pastore non sembrano aver risolto tutti i problemi. E allora? Nessuno ha detto che questa scelta risolverà tutti i problemi. Solo che, se non verrà presa – in un tempo ragionevole –, i problemi si aggraveranno. Ecco: invece di un’aurora, un tramonto. Il cuore del cuore di ciò che oggi lo Spirito chiede alla Chiesa – a mio modestissimo avviso di battezzato di base – è un ripensamento complessivo del ‘ministero’ nella Chiesa, con una trasformazione strutturale, anche istituzionale. Con questa espressione voglio dire che la pur necessaria dimensione canonico-giuridica non deve più essere assicurata da un Codice di tipo napoleonico, come è stato dal Codex piano-benedettino ad oggi. La regola di vita della Chiesa, la sola lex fundamentalis è il Vangelo, le approssimazioni giuridiche derivate e seconde non devono avere la forma assoluta, gessificante e totalitaria che oggi ha il Codex. Tanti cambiamenti necessari non sono negati dal Vangelo ma dal Codice di diritto canonico. Pensiamo all’ordinazione dei viri probati che dovrebbe essere da tempo la norma dappertutto. Per favore! Più Vangelo, più Vangelo, più Vangelo! E, solo dopo, un’agile e duttile veste giuridica. Questo non risolverà tutti i problemi, non porterà masse immense nelle chiese. Ma ci renderà più credibili a noi stessi, diminuendo la percentuale di ‘sepolcrismo-imbiancato’. E se la Chiesa troverà opposizioni e inciampi ciò sarà da chi rifiuta il Vangelo non perché siamo noi ad essere poco evangelici.

 

Qualche anno fa, Lei definì il laicato cattolico come “un brutto anatroccolo”. A che punto siamo della nostra trasformazione in cigno? Oggi userebbe altre citazioni favolistiche?

Mi pare di averlo già implicitamente suggerito: La bella addormentata nel bosco. Ma in realtà l’orizzonte che vorrei si perseguisse è proprio il superamento del binomio clero-laicato, anzi il superamento della struttura da antico regime con i tre stati separati. Io vedrei al cuore della vita ecclesiale le due vocazioni fondamentali: al matrimonio (per maschi e femmine) e alla verginità consacrata (per maschi e femmine). E da entrambe le vocazioni venire – con un’individuazione dal basso, cioè da parte delle stesse comunità – i candidati e le candidate per il sacerdozio ministeriale e per i diversi ministeri ecclesiali. Il sacramento del matrimonio è un grande dono non solo per quei fedeli che ad esso sono chiamati, bensì anche per la comunità ecclesiale in quanto tale. Ma se le sue potenzialità non vengono sviluppate, in un contesto in cui avrebbero senso e che le richiama a gran voce, esse si atrofizzeranno via via. Lasceremo morire il sacramento del matrimonio? Non è esso, ed esso solo, il sacramento dell’unione della Chiesa sposa con Cristo suo sposo? I presbiteri non sono essi la Sposa, ma gli amici dello Sposo. Facciamo fiorire in tutti i modi possibili il sacramento del matrimonio nella vita della Chiesa, diamogli la centralità vitale che merita e porteremo nella Chiesa un clima di famiglia vero, non paternalistico (nel migliore dei casi). Una via più efficace per sradicare il clericalismo non la vedo. Se il clericalismo è un tarlo del Vangelo, e lo è, se il clericalismo genera a sua volta tanti mali, e li genera, allora che stiamo aspettando?

 

Lei ha scoperto il filone della scuola italiana di spiritualità che da Antonio Rosmini andrebbe sino a don Milani passando da don Bosco e Maria Montessori. Ecco, la scuola italiana di spiritualità cosa avrebbe da donare ai cammini sinodali?

La forma fondamentale della scuola italiana di spiritualità è quella della Ri-forma cattolica: cioè una spiritualità che forma ad un perenne esame di coscienza – personale e comunitario – per individuare i tratti da cambiare perché contraddittori rispetto al Vangelo. Una costante riforma della Chiesa dall’interno e in comunione con i pastori, non contro di essi o con una polemica esterna. Una Ecclesia semper reformanda. Ma non a parole, bensì nei fatti e in verità. Due virtù sono richieste: il coraggio di parlare chiaro, sapendo che si potrà dare fastidio a chi non vuole fastidi, e la serenità di accettare conseguenze anche umanamente dolorose. Coraggio e serenità. Non sta qui quella che S. Francesco chiamava “perfetta letizia”?

 

Possiamo indicare dei criteri per valutare insieme il cammino sinodale, come fatto sociale e storico di Chiesa? Dal suo punto di vista, quali potrebbero essere alcuni di questi criteri? Ad esempio, l’ascolto delle persone che stanno ai margini… etc.

Il criterio evangelico per il Sinodo è l’ascolto reciproco, sentendosi tutti figli di Dio, fratelli e sorelle di Gesù, templi dello Spirito. Ma non un ascolto generico e indifferenziato. Ci si aspetterebbe una scelta preferenziale per gli ultimi, i piccoli, gli emarginati. A cominciare da quelli interni alla Chiesa. Certo la Chiesa deve mettere al centro coloro che la società, con le sue logiche escludenti, emargina, opprime, scarta: poveri, anziani, malati, bambini. Ma per un Sinodo bisogna mettere al centro coloro che la Chiesa stessa ha emarginato al suo interno: delle donne ho già detto, è il grande tema. Ma pensiamo pure alle persone di orientamento omosessuale. E pensiamo ai presbiteri che hanno lasciato il sacerdozio ministeriale. Pensiamo alle comunità di base e ai cristiani del dissenso, o a ciò che resta di essi. Pensiamo agli ambiti – anche associati – di cattolicesimo conciliare critico (direi: gli eredi ideali di quella prospettiva pastorale richiamata nella citazione di don Tonino Bello). È possibile che l’esacerbazione per ingiuste emarginazioni passate renda questi ambienti diffidenti oltre misura e talvolta acerbamente polemici, sempre e comunque. Non importa, si offrano loro luoghi di incontro accogliente e di ascolto vero, interessato. In generale il Sinodo deve dare il primo posto a tutti coloro a cui lo Spirito dà il dono della profezia, che significa saper vedere le piaghe della Chiesa e riuscire a immaginare cammini nuovi che curino tali piaghe.

 

A cura di Giandiego Carastro

 

* Fulvio De Giorgi è professore di Storia della pedagogia, nel dipartimento di Educazione e scienze umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia. È presidente della Società italiana degli storici dell’educazione, e condirettore della rivista “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche”. I suoi libri più recenti sono Paolo VI, il Papa del Moderno; La Repubblica grigia. Cattolici, cittadinanza, educazione alla democrazia; Il brutto anatroccolo. Il laicato cattolico italiano; La rivoluzione transpolitica. Il ’68 e il post-’68 in Italia. Per la Morcelliana è appena uscito Quale sinodo per la Chiesa italiana? Dieci proposte.

 

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  1. Grazie per questa intensa e sofferta intervista, che condivido in ogni dettaglio! Mi sembra un fiume in piena che non può più stare dentro gli argini e straripa, inondando ogni spazio, non per distruggere quello che incontra ma per risvegliarne la fertilità… Se fosse questo l’ “Instrumentum laboris “ del Sinodo, volutamente e liberamente scelto come tale, allora sì che potremmo aspettarci qualcosa di buono e di nuovo per il futuro della Chiesa!

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