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  1. Buongiorno, e grazie per questo dibattito online.

    Vorrei approfittare, se possibile, per chiedere lumi a don Giannino Piana, partendo da 3 punti/considerazioni:

    1) Salmo 139 (138) 13-16; 23-24

    [13] Sei tu che hai creato le mie viscere / e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
    (…)
    [16b] i miei giorni erano fissati, / quando ancora non ne esisteva uno.
    (…)
    [23] Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, / provami e conosci i miei pensieri:
    [24] vedi se percorro una via di menzogna / e guidami sulla via della vita.

    2) la GPA ormai non è che uno ‘step’, ormai quasi obsoleto: il vero goal è l’autoriproduzione da singolo individuo; questo, ormai il trend della ricerca, inutile negarlo.

    3) il sofferto disagio in queste frontiere antropologiche è molto più devastante tra e per le ’vecchie generazioni’ (mi ci metto a pieno titolo). Per le ‘nuove’ tutto ciò, se non scontato, è assunto come possibile, senza neppure troppo stupore o fastidio – perché ormai fa evidentemente parte della realtà, presente e quindi futura – fa parte del micro e macro-cosmo potenziale, del prossimo sistema ambientale. Anche questo (purtroppo) non si può negare, negli emisferi dell’opulenza: progressivo rassegnato disfacimento dell’esistente, per trasformismo e parcellizzazione.
    Spacciato, ovviamente, per progresso.

    Ergo: se, per noi ’reduci-naïf’, è vero che il Padre tutto conosce, da prima e da sempre, conosce (e permette e ama?) ad esempio anche il nascituro da provetta di cellule epiteliali o di altro ‘mix’ da SINGOLO individuo (sic in Giappone, sui ratti, con possibilità di determinazione del sesso – a cosa ‘servirà’ mai la distinzione sessuale, procedendo così in futuro, non si capisce…) come immagine-di-Sé??
    Dobbiamo dunque credere (e accettare e amare) come Bonum queste nuove (permesse e amate?) frontiere senza sentirci ‘sradicati’? quali i ‘limiti’?

    Piaccia o no (a me no) non credo infatti che si tornerà indietro – salvo cataclismi epocali.

    OGGI: che supporto ‘teorico’ offre la teologia ai nuovi ‘cardini ontologici’ dell’umano vivere e della trasmissione della vita, alla nuova edificanda (?) pastorale antropologica, alla pastorale sociale?
    Cosa della teologia muta o dovrà mutare, per continuare a “rendere cristiana ragione” teleologicamente, nella nuova fenomenologia del trans-post-umano-nature? Non si tratta più soltanto di invenzione di utensili, di arnesi, di macchine da guerra o di pace; si tratta direttamente di Uomo-e-Donna-immagine-del-Dio-vivente…

    Un tantino inquietante, non ci fosse la Provvidenza (per chi ci crede).

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