Sciogliamo il Partito, non perdiamoci di vista.

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Non è un ultimatum, è il mio contributo alla discussione, di Emanuele Curzel – da “Il Margine” 1/2018

di Emanuele Curzel.

Le analogie con il 1994, secondo me, sono molte. Anche allora un sistema elettorale inedito diede vita a un Parlamento in ampia misura mutato, nel quale entrarono moltissimi uomini nuovi, solo alcuni dei quali destinati a luminose carriere. Anche allora si parlò di esito della rabbia popolare, di nuova repubblica, di cambiamento epocale. Anche allora aveva vinto chi aveva potuto fare una campagna elettorale aggressiva e martellante (spesso livida e rancorosa) servendosi del mezzo di comunicazione più diffuso e non lesinando calunnie e falsità. Certo, ci sono anche delle differenze: dalle urne nel 1994 uscì una maggioranza parlamentare (che peraltro si sarebbe dissolta alla fine dell’anno e si sarebbe poi ricomposta per stravincere nel 2001). Ma non fa parte delle differenze il fatto che un raggruppamento politico e parlamentare, nel 1994 come nel 2018, è giunto al capolinea.

Nel 1994 fu il Partito Popolare Italiano: quella parte della ex Democrazia Cristiana (apparati ed elettorato) che scelse di non allearsi con nessuno e favorì la vittoria della destra. Il PPI ottenne alcuni milioni di voti e un drappello parlamentare di una sessantina di unità, destinato però a dividersi di lì a poco: una parte, quella guidata da Gerardo Bianco, confluì nell’Ulivo e permise la vittoria di Romano Prodi nelle elezioni del 1996; una parte, quella guidata da Rocco Buttiglione, costituì il CDU e sostenne il centro-destra, immaginando di poterne essere il baricentro; una parte lasciò la politica, convinta che un ciclo si era chiuso e che la “buona battaglia” andava condotta con altri mezzi.

Stavolta a essere senza futuro è il Partito democratico. Lo dico con una certa amarezza, perché è il soggetto politico cui ho dato credito e impegno nell’ultimo decennio. Ma bisogna saper riconoscere come stanno le cose ed essere capaci di abbandonare gli strumenti che non funzionano più. Non c’è, di fronte a noi, una legislatura all’opposizione in attesa di una luminosa rivincita: c’è una scelta.

Potremmo seguire il “popolo”: assecondare e un po’ cavalcare le pulsioni securitarie, il desiderio di “sicurezza”, le tradizioni di autogoverno più chiuse e retrive ma in sé rassicuranti, il socialismo coniugato con la nazione. Potremmo sperare di diventare, in quel campo, sostegno competente e istanza moderatrice, che corregge o evita l’imporsi delle pulsioni più violente (col rischio di dover benedire i cannoni e diventare corresponsabili delle scelte peggiori).

Potremmo inseguire l’innovazione, anche spregiudicata e arruffona; assecondare la voglia di turbo-individualismo che ha pervaso la parte ricca del pianeta, per il quale l’unico orizzonte è il proprio clic sulla tastiera e i propri diritti ultra-personali (è questa la verità nascosta sotto la biolatria). Potremmo sperare di diventare, in quel campo, portatori di chiarezza e orizzonte di liberazione (col rischio di diventare servitori dei pazzi, degli arroganti e degli incompetenti).

Potremmo invece resistere, resistere, resistere: seguire la strada della testimonianza, certi della purezza dei nostri ideali (democrazia, libertà, uguaglianza) e della qualità dei nostri compagni di viaggio. Ma, elettoralmente parlando, non avremo mai qualcosa di più di un diritto di tribuna (col rischio di non poter limitare i danni delle decisioni che verranno prese, inevitabilmente, senza di noi).

Mi si potrà dire che non siamo obbligati a questa scelta. Non è vero: il Pd in questi giorni (metà marzo) sembra, almeno a parole, puntare sul terzo percorso; negarsi al confronto sperando di indurre le due forze populiste a coalizzarsi e potersi poi proporre, in un prossimo turno elettorale, come l’opposizione rispetto ad esse (ad entrambe). Ma Lega e M5S non solo non hanno nessun interesse a fare un governo insieme, ma non hanno neppure nulla da temere da un’eventuale ripetizione del turno elettorale (che con tutta probabilità le vedrà rafforzarsi: se troveranno un accordo per riscrivere la legge elettorale lo faranno per favorire il loro bipolarismo, non certo per rimetterci in gioco).

Credo dunque che da qui a qualche mese le tensioni aumenteranno e il Pd si frantumerà nelle tre direzioni sovra esposte. Allora è meglio anticipare i tempi ed evitare drammi personali e collettivi. Questa è dunque la mia proposta: sciogliamo il partito. Lasciamo liberi i parlamentari e gli amministratori, a ogni livello, di riposizionarsi a seconda delle loro coscienze e delle loro percezioni della situazione, senza angosce identitarie e senza vincoli di mandato. Non dubito che a quel punto – con il centro-destra o con il M5S – nascerà una maggioranza che potrà governare il Paese e sottoporsi poi, nel 2023, al giudizio dell’elettorato.

È chiaro che anch’io sceglierei (sceglierò) una delle tre strade sopra esposte, che non vedo affatto equivalenti. Ma mi preoccuperebbe sapere che tutti sceglieranno la stessa, perché faccio fatica a immaginare che anche una sola delle tre sia radicalmente sbagliata. Anche se nessuna delle tre è, in senso stretto, giusta (così è la vita). (Questa, forse, è una differenza con il 1994, quando con un po’ più di coraggio tutta la ex Dc – e i suoi elettori – avrebbe potuto far mancare il suo sostegno al ricco massone che aveva come simbolo il serpente. Ciò non avvenne: una colpa storica che trovò l’avallo dei vertici della Chiesa italiana, una colpa ruinosa di cui abbiamo pagato e paghiamo ancora le conseguenze).

 

Una precisazione. L’ammissione che un ciclo si è chiuso – e che non tutto quello che avevamo sperato di fare è stato fatto – non coincide con l’ammissione di un fallimento. Abbiamo resistito a un ricco corrotto e corruttore che voleva diventare padre della patria, e grazie anche a noi non lo è diventato. Abbiamo tenuto l’Italia dentro la famiglia dei popoli europei. Abbiamo ostacolato il diffondersi del razzismo e della violenza. Abbiamo sperimentato forme organizzative che i nostri avversari non si sono mai sognati di emulare e che molti rimpiangeranno. Abbiamo cercato di vivere e far vivere la nostra Costituzione e i suoi principi.

Non abbiamo fatto abbastanza, ma non siamo stati inutili. E dovunque andremo, se non ci perderemo di vista, non lo saremo. Se non ci perderemo di vista: vale a dire se manterremo in vita contatti, luoghi (elettronici e fisici) di relazione, confronto, discussione, elaborazione.

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