Un umile interrogativo da parte di un umile credente

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Come semplice fedele della chiesa cattolica – fedele perseverante dalla nascita ad oggi – mi sento di rivolgere un modesto e deferente interrogativo ai nostri vescovi relativamente al tema del matrimonio.
Non intendo certo parlare del suo carattere sacramentale, tema fuori discussione e di ben altra competenza, ma vorrei invece affrontare il modo con cui oggi si celebrano i matrimoni da un punto di vista istituzionale.
I dati statistici a riguardo sono a dir poco impressionanti. A livello nazionale il numero dei matrimoni civili ha ormai superato quello dei matrimoni religiosi e, se il sorpasso è ancora modesto, ciò dipende dalle regioni del Sud che mantengono un più forte legame tradizionale, mentre i numeri del Nord e delle grandi città registrano un divario sempre maggiore.
Nella mia città, Milano, nel 2019 i matrimoni civili sono stati 2.465 contro 652 matrimoni religiosi (in termini proporzionali l’80% contro il 20%).
Occorre poi aggiungere la crescente espansione delle unioni libere che l’Istat nel 2018 ha calcolato per l’insieme del paese in 1.368.000 unità.
Per una valutazione puntuale si deve tener presente l’influenza dei matrimoni di immigrati e dei matrimoni misti (un immigrato/a con un italiano/a) e le seconde nozze: in questi casi le nozze sono praticamente sempre civili per la presenza di religioni diverse nel primo caso e per l’evidente non riconoscimento della chiesa nel secondo.
Ma, pur tenendo conto di queste situazioni, rimane la questione di fondo: la maggioranza di questi matrimoni civili avvengono tra italiani e fra questi, è da presumere, molti appartenenti alla religione cattolica.

Ci troviamo di fronte a un cambiamento profondo di mentalità e di comportamenti con cui oggi viene visto il matrimonio, una tendenza diffusa a livello della coscienza comune, cattolici compresi.
Se la tradizione portava una volta a considerare naturale e pressoché esclusivo il matrimonio religioso, ora le persone fanno una scelta più attenta, più articolata e per certi versi più ragionata (nel senso che prendono in esame una pluralità di fattori).
La scelta religiosa non solo non è più scontata, ma anzi rappresenta un problema, una difficoltà; è facile sostenere che siamo di fronte agli effetti della secolarizzazione, ma si potrebbe anche vedere in questa posizione un fenomeno riflessivo.

Se le persone iniziano a riflettere sul tema del sacramento, a differenza di una certa semplicità del passato, è facile che non siano pochi coloro che non si sentono pronti o convinti a fare questa scelta molto impegnativa, scelta per tutta la vita e fortemente marcata in senso religioso.
Da questo punto di vista il sacramento dell’ordine e del matrimonio presentano forti analogie: entrambi sono definitivi e valgono per l’intera vita; ma il sacramento dell’ordine riguarda un numero ristretto di persone chiamate per vocazione, mentre il matrimonio riveste un carattere diffuso rivolto in via di principio a tutti.
In un certo senso si potrebbe ritenere che si esprima nei comportamenti attuali una certa presa di coscienza: si comprende che si tratta di una scelta seria e non ci si sente di assumerla.
Entra in gioco qui la complessa evoluzione delle convinzioni generali in materia sessuale, di cui la tendenza principale emergente è un’affermazione diffusa di un atteggiamento più libero, che tende a ricusare uno stretto legame col matrimonio.
Un esempio ci viene dai corsi prematrimoniali; di recente ho incontrato un amico sacerdote che mi diceva che nel corso che teneva in parrocchia tutti i “fidanzati” partecipanti o convivevano o avevano già rapporti. Cosa poteva dire? Non poteva dire che era bene perché contrario alle norme e neppure poteva dire che non andava bene perché avrebbero abbandonato il corso. Non gli rimaneva che sperare che col futuro matrimonio si sarebbe sanata la situazione.

Vengo all’interrogativo che intendo porre ai vescovi.

Per la dottrina della chiesa il matrimonio è di diritto naturale e i ministri del matrimonio sono i due sposi: ciò significa che anche il matrimonio civile sia un matrimonio, non un sacramento, un matrimonio naturale, ma comunque un matrimonio vero.
Visto in questo modo perché non riconoscere al matrimonio civile un certo valore? Si tratterà di un valore limitato, parziale, in nuce, potenziale, ma pur sempre un valore (e in questi tempi di crisi di valori, non è certo bene disperdere quel tanto che c’è di buono).
Riconoscere non vuol dire approvare superficialmente: va detto che si tratta di un primo passo a cui si auspica possano poi seguirne altri per un impegno più compiuto.
Si potrebbe così pensare a una benedizione ad hoc che consenta a questi sposi di far parte della comunità.
Mi sembra già di sentire l’obiezione che si solleverà a questo proposito: quella di essere un cedimento “lassista” a delle posizioni di dubbia moralità in campo sessuale e matrimoniale.
Premesso che conosco diversi matrimoni civili e convivenza assolutamente morali e vissuti molto seriamente, la proposta non comporta certo un aumento dei matrimoni civili; al contrario prende atto della situazione per indicare una strada con cui affrontarla, incoraggiando un cammino costruttivo.
Il riconoscimento del matrimonio civile dovrebbe essere considerato come l’inizio di una prospettiva pedagogica che parte dalla situazione per migliorarla.
C’è un’etica che parte da principi generali per applicarli alla realtà (ciò che avviene sempre con estrema fatica) ed esiste un’altra etica, che si richiama ad Aristotele e a San Tommaso, che invece parte dalla situazione per individuare un possibile miglioramento ed un’evoluzione.
I cattolici praticanti non hanno difficoltà ad accogliere le indicazioni ecclesiali, ma esiste un numero ben maggiore di cattolici “incerti” – cattolici per tradizione e cattolici sommersi da tante influenze e da tanti messaggi contrastanti – che si pongono questi problemi e con molta fatica individuano una soluzione.

Indicare loro una via possibile costituirebbe sia motivo di concordia e conciliazione ecclesiale, sia un segno di pacificazione per tante coscienze che si trovano nel travaglio di scelte difficili di vita.

Sandro Antoniazzi

 

Foto di Jasmine Carter da Pexels

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  1. La proposta di Sandro Antoniazzi (una benedizione ad hoc per chi ha scelto il matrimonio civile) corrisponde, se non sbaglio, ad una pratica in uso nelle Chiese Ortodosse, anche per accogliere le coppie, con alle spalle una separazione o un divorzio, che non possono accedere ai Sacramenti; al tempo dei Sinodi convocati da Papa Francesco nel 2014 e 2015 fu considerata “una fuga in avanti” e, come altre proposte che pure non svilivano la dignità del Sacramento delle Nozze, un attacco alla “famiglia tradizionale”, nientemeno …
    Mi permetto di formulare una proposta più semplice sul piano dottrinale ma ancora ardua da far “digerire” sul piano pastorale ad una parte consistente del Popolo cattolico: abbandonare l’idea che il Matrimonio cristiano sia il lavacro delle debolezze morali degli uomini e delle donne e convincersi che si tratta di una proposta di qualità, che può aprire le relazioni di coppia a prospettive di piena realizzazione personale e consolidarle, sul piano antropologico oltre che dei cammini di Fede.

  2. Commento con molto ritardo. Credo anch’io che ci voglia un impegno pastorale specifico per le coppie sposate con matrimonio civile, fatta di simpatia e accoglienza per chi comunque ha preso un impegno serio di amore e rispetto reciproco. Non dimentichiamo che in Italia il matrimonio religioso ha anche valore civile e infatti vengono letti gli articoli del codice civile, molto belli e attuali (ed estremamente paritari). Però c’è il rischio che una benedizione al momento del matrimonio civile poi scivoli in una specie di matrimonio religioso a metà, che rischia di creare un po’ di confusione. Quindi, secondo me bisognerebbe offrire, con grande delicatezza, agli sposi “civili” – soprattutto se credenti – la possibilità di un cammino, con i tempi giusti, verso il matrimonio anche religioso. Se ciò risulta non condiviso o problematico, si potrebbe allora proporre, appunto, un segno di “connessione” con la dimensione religiosa, in cui gli sposi accolgono come dono una benedizione sulla loro unione, con un rito sobrio e misurato, in cui più che l’adesione religiosa degli sposi (che, se ci fosse, avrebbe come esito “naturale” il matrimonio religioso) si esprime la benevolenza della comunità cristiana verso questa unione e un loro affidamento a Dio, seppure non codificato pienamente; a tale cerimonia dovrebbero assistere anche, come segno di vicinanza e amicizia, membri della comunità, che poi si impegnano a mantenere contatti e relazioni (non strumentali).

  3. “Visto in questo modo perché non riconoscere al matrimonio civile un certo valore?”

    Non mi pare che il matrimonio civile se la passi tanto meglio, si punta più su varie forme di convivenza, unioni civili, contratti a tempo in ogni caso. Si può dare una benedizione a punti, ogni tot anni ne ottieni in regalo un pezzo…

  4. Prego perchè mi sembra una proposta positiva e chissà che lo Spirito Santo soffi ed illumini anche questo tratto di strada. Auguri Sandro

  5. Uno dei grandissimi problemi che ancora scontiamo e che impediscono o rallentano oggi l’incarnazione del Vangelo “hic et nunc” è che consideriamo come immutabili e sostanziali una serie di situazioni “storicamente date” che in realtà sono “solo” le forme post-tridentine del sacramento (o talvolta di più: solo tradizioni che non vanno oltre io secolo di vita, o peggio: la presunta età dell’oro cristiana dei tempi dei nostri nonni…).
    Sarebbe opportuno ed istruttivo approfondire la storia del marimonio sacramentale, per vedere come lungo la storia della Chiesa (e della cristianità -ovvero del regime civile fondato su una fede più o meno almeno formalmente condivisa-) esso si sia evoluto ed adattato ai contesti. Ad esempio: il matrimonio sacramentale è divenuto via via istituzione civile assumendo caratteri derivati più del diritto romano che del Vangelo, e questo non è stato senza effetti. Un libretto interessante anche se di non facile lettura, che risulta utile sotto questi profilo è “Amore senza fine, amore senza fini” di Melloni.
    E sarebbe utile approfondire i tentativi (riusciti??) di incarnare il marimonio sacramentale cristiano in contesti con tradizioni culturali molto diverse (Africa) dove esistono tradizioni più simili al matrimonio “a tappe” già in vigore in un certo senso ai temi di Maria e Giuseppe. Che forse oggi è il nuovo stato delle cose anche qui da noi.
    Questo approfondimento consentirebbe di comprendere come sia possibile oggi parlare di matrimonio sacramentale cristiano in un contesto totalmente mutato rispetto anche solo a trent’anni fa; dove spesso anche tutto l’apparato rituale con le sue parole fa semplicemente “finta” che i nubendi siano due giovani vergini che da quel giorno diventano una coppia convivente, sessualmente attiva senza uso di contraccettivi, e generatrice di figli (sommando una sfilza di infingimenti: tutti, dal parroco in giù sanno che non sono giovani, convivono già da anni, non sono vergini, usano contraccetivi dall’età di 16 anni, e hanno già figli che magari fanno da paggetti alla sposa); generando solo imbarazzo e senso di sgradevole finzione in un credente che assista. Una finzione che parte dai corsi prematrimoniali e prosegue appunto nel rito, che usa parole del tutto non corrispondenti al reale. Ma fare diversamente -per ora- non si può.
    Io penso che o si riesce a inculturare e incarnare il Vangelo nei contesti REALI (che appunto è storia di un’incarnazione) rendendolo quella “Buona Notizia” che è, o proseguiremo con finzioni a volte vicine al ridicolo, e comunque non capaci di annunciare la salvezza che è gratuitamente destinata a tutti quelli che “credono che Gesù è il Signore” (kerygma) e non riservata a chi “rientra nei canoni”.

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