Spezzare l’arco di guerra: resistenza per il futuro

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di Vittorio Sammarco

Disperato e disperante. Così è apparso Domenico Quirico, noto scrittore e giornalista della Stampa, dopo il suo breve intervento introduttivo del convegno «Spezzare l’arco di guerra. I sentieri stretti della Pace», tenutosi a Milano il 27 gennaio scorso e organizzato dalla rete C3dem.

Disperato, perché con foga aveva per l’ennesima volta raccontato quello che ha visto negli ultimi anni dopo il suo visitare guerre, carestie, luoghi di tortura, pestaggi, crudeltà e altri orrori vari. Disperante, perché con fermezza sottolineava come non si potevano accampare ragioni per pacifismi di natura varia (proprio così, al plurale). Non ci sta nulla da fare, ha quasi urlato Quirico: andremo sempre più verso un mondo brutto, guerrafondaio e criminale. Ha detto in poche parole. Lasciando un minimo segno di speranza: non ci resta che, valutando gli interessi di parte, trovare un luogo, un’occasione e un possibile mediatore per ottenere – almeno – una tregua che salvi il più possibile vite destinate a morire sotto le bombe.

E su questa scia si è collocato il secondo intervento. Quello, di Fabio Pizzul, giornalista e presidente Fondazione Ambrosianeum. (Ma, a dirla con sincerità, conviene che la registrazione sia ascoltata per intero e con attenzione. Qui, cliccando alla destra di questo articolo). Realista sì, ma il giornalista e presidente della Fondazione che ha ospitato il convegno, ha però alla fine aperto una finestra più ampia di chi lo ha proceduto, adatta per uno sguardo diverso. Ha inquadrato, con prudenza e sapienza, la funzione della cultura, «per provare a costruire un’attrezzatura per aiutare a ragionare in termini di riconoscimento dell’altro per fargli spazio», e così, allenandosi, progressivamente costruire percorsi concreti (e non ideali e astratti) di pace.

Bene: e questo è risultato già un bel passo avanti rispetto alle parole di Quirico, al suo “nero sincero”, ma, alla fine (è proprio il caso di dirlo…) disarmanti.

Infine, si è concluso in bellezza, diciamo così, con una progressione verso un orizzonte meno plumbeo. Con la relatrice Lucia Vantini, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, che ha puntato il dito sulla facilità – a volte spregiudicata – con cui si usano le parole per ferire o per uccidere; ed è proprio sulle parole, e sulle immagini e i concetti che da esse nascono e si impongono, che potremmo fondare i nostri interventi, per generare meccanismi proficui di resilienza, riscatto, ricostruzione e rinascita.

Questo è il necessariamente sintetico report delle parole ascoltate in quella occasione (grazie soprattutto al lavoro di Fabio Caneri) per mettere insieme idee e testimonianze (ribadisco: ascoltarla per intero favorisce spunti e riflessioni per le nostre organizzazioni attive sul territorio).

Allora cosa fare? Ci affidiamo agli esperti? Ci ritiriamo sconfortati? Coltiviamo i nostri piccoli interessi, più o meno legittimi e ideali? Forse è poco. Intanto proviamo in tutti i modi e con insistenza a riattivare una rete d’idealità e proposte realizzabili, confidando in cuor nostro che la battaglia per un mondo migliore non sia per nulla definitivamente persa, e che, invece, lasci spiragli al nostro concreto operare.

Perché, di sicuro, c’è da riscontrare che le “micro guerre”, quelle casalinghe, condominiali o cittadine, sono intensamente devastanti spesso tanto quanto lo sono quelle macro, internazionali, che vediamo con frequenza grazie alle immagini dei TG. Lo sappiamo e lo viviamo amareggiati giorno per giorno. E sono poi terreno di cultura per generare odio, rivalità, aggressioni e sopraffazioni. E quindi, alla fine, orecchie incapaci di ascoltare qualsiasi discorso di pace

E poi accettare la logica estrema dei definitivamente “sconfitti e delusi dalla storia”, non ci fa bene alla salute, non ci stimola l’adrenalina giornaliera, non ci permette di intonare per la nostra vita registri positivi in grado di farci guardare allo specchio con occhi trasparenti e persino sorridenti.

Perciò qui mi permetto di sottolineare concetti che non sono proprio risposte a chi semina sconforto dall’alto della sua ammirata e giustificata esperienza, ma sono, se non altro, tentativi di resistenza per non cedere alla resa. Sono attrezzature mentali, ossigeno per i polmoni, meccanismi psicologici che rendono atti gli spiriti (e quindi anche i cervelli) a prepararsi idonei a un futuro diverso, non condizionato dalla reciproca paura destinata a sfociare (sempre, quanto è associata al confronto isterico tra un io ipertrofico e un voi minaccioso), in una guerra.

Per questo tornano utili le parole (scovate quasi per caso) di un agile libretto uscito da poco, a cura del presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano, Verso noi. Prendersi cura della vita di tutti, (AVE 2023). «Stiamo imparando a ricominciare dal locale, dalla concretezza della vita, – scrive – dall’inatteso e dall’inedito che sconvolge la nostra mentalità progettuale abituata alle minuziosi programmazioni e ai calendari intasati. Stiamo sviluppando una flessibilità che potrà favorire una maggior soggettività dei territori». E quindi rende non occasionale, né meramente idealistico quel “dialogo e conversazioni” (ossia le relazioni vissute) come “uno stile ospitale di abitare lo spazio pubblico e di contribuire a rigenerarlo praticando l’arte dell’alleanza”. Le fa carne, sudore, sorrisi e speranze, nella vita concreta e agibile delle nostre città.

Prendiamolo in parola, il presidente di Ac appena citato! E ricordiamogli un’altra citazione ben più nota: il Marco Polo raffigurato da Italo Calvino nelle Città invisibili. Che alla fine del suo fantasmagorico percorso si sente evocare l’inferno dal Kublai Khan. Ma l’inferno, risponde il viaggiatore veneziano, è quello che viviamo sulla nostra terra ogni giorno, perciò è importante «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Ecco: per dargli spazio, e soprattutto per farlo durare, oggi più che mai servono sforzi enormi. Alcuni di noi ci stanno provando e insistono. Ci siamo! Ma spesso si chiedono: e quelle “alleanze” di cui parla Notarstefano dove sono? Come preservarle e farle durare?

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