Il grido disperato dall’Etiopia

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La guerra è nata con l’uomo, forse. Siamo abituati in un certo senso agli avvenimenti di guerre nei vari momenti storici del recente passato o dei periodi attuali. Molto si sa, molto si è detto, molto si interiorizza.

Poi alla fine, con tutto il dispiacere di questo mondo, ognuno di noi ha la propria vita, per fortuna ognuno vive lontano da zone di guerra e la vita continua. Normale.

Ma per chi mi conosce, la guerra a cui mi riferisco fa star male.

Si è vero. Finché le cose non ti toccano, difficilmente riesci a farle tue fino in fondo. Mi riscopro come tutte le persone di questo mondo che di fronte a certi accadimenti si fermano un attimo…. poi si va avanti.

È la storia di tutte le guerre “dimenticate” o “nascoste”, quelle che potrebbero non far dormire ognuno di noi.

Quello che mi colpisce in fatto di guerre, non sono i giochi di potere, gli interessi politico-economici, gli interessi nascosti di chi sta dietro alle guerre, ecc. È che alla fine come sempre ci rimettono civili, bambini, donne, adulti, anziani, persone che non vogliono la guerra. Persone che conoscono la guerra ma che non possono abituarsi ad essa. Persone di due razze diverse che magari si amano, ma che sono costrette a non amarsi perché così decide chi ha una divisa addosso.

Nessuno può cambiare lo svolgimento degli eventi. Ma allora cosa si può fare per essere utili? Cosa si può fare per stare vicino a chi subisce una guerra?

Forse mantenere viva l’informazione, fare in modo che l’informazione arrivi in modo vero, che sia un elemento indispensabile nella formazione di ogni scuola. Far capire quello che realmente succede e che tutti immaginano, ma che tutti non sanno.

Ricordare tutte le guerre e non solo alcune. Chi vive nella guerra, non vive, non sopravvive. NON VIVE LA VITA.

Può bastare non informare perché i giornalisti non possono entrare in zone di guerra? Perché le guerre devono sempre far comodo a qualcuno? È orribile sapere che un padre veda violentare sua figlia tredicenne da un militare senza poterla proteggere, o di padri costretti ad umiliare le proprie figlie per il divertimento di presunti “militari”, che vengano uccisi a sangue freddo i propri figli maschi per ragioni etniche, o che ti uccidano solo perché stai guardando un convoglio militare e altre mille atrocità.

E il “mondo tranquillo”? Il mondo informato dai telegiornali? Immagina, ma non sa cosa sta accadendo. Immagina, ma non sa che sta accadendo!

Il “mondo” sa che l’ONU si prodiga per far intervenire gli aiuti umanitari; questo può tranquillizzare, ma non è la realtà, non è mai una realtà immediata. La gente se non uccisa, muore di fame, di malattie, di incuria, di solitudine, di ritardi.

Io ormai piango ogni giorno, piango e non perché forse perderò il lavoro con tre figli da mantenere, ma piango per gli altri. Piango per gli “altri” che mi sono vicini, che mi hanno accolto da straniero; piango per quegli anziani che mi hanno fatto passare davanti a file interminabili per pagare la bolletta della luce; piango per le madri costrette a prostituirsi perché sole con figli da sfamare, piango per tutte queste persone che amavano semplicemente la pace, che ridevano tutti i giorni pur non avendo un tetto, un lavoro o come vestirsi.

Ma il mio pianto non servirà a niente.

Quante sono le persone che hanno il coraggio di denunciare i fatti sconcertanti di ogni guerra e che puntualmente non vengono ascoltati?

Come possiamo vivere tutti nell’indifferenza indotta o nella disinformazione?

Gli aiuti umanitari sono necessari, indispensabili, ma lasciamo che siano i governi e le autorità serie ad occuparsene. Occupiamoci invece di non far dimenticare, di far conoscere, di far comprendere che dietro ad ogni guerra c’è una nostra “piccola responsabilità”. Forse.

 

Riccardo Netti

Per raccogliere l’invito del nostro amico diamo i link di tre recenti articoli:

 

 

 

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