Chiesa e 5 stelle

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La polemica di queste ore sulla presunta apertura della Chiesa italiana al Movimento 5 stelle, attraverso le colonne del suo giornale Avvenire, rischia di banalizzare – nella velocità con cui nella politica contemporanea si triturano questioni e temi in un costante accavallarsi – due questioni di fondo. La prima riguarda la libertà di coscienza, libertà che l’elettore cattolico ha ormai maturato nel rapporto con i suoi pastori in tema d’indicazioni sulle preferenze politiche. La neutralità della fede e dell’appartenenza ecclesiale rispetto alle opzioni politiche è asse portante della pastorale sociale di papa Francesco: ovviamente sulla base di principi ispiratori e orientanti, che sono quasi sempre negoziabili perché negoziabile è la stessa politica che traduce quei principi in soluzioni normative concrete. Quindi nessun passo indietro può certo essere fatto in questo senso. D’altronde, penso che non sia stato neppure lontanamente nelle intenzioni del direttore dell’Avvenire, Marco Tarquinio.

C’è una seconda questione che, però, mi lascia un po’ perplesso: davvero, come dice Tarquinio nell’intervista rilasciata al Corriere della sera il giorno dopo a quella data da Grillo al suo giornale, i tre quarti dei temi “grillini” sono in sintonia con i temi cattolici? Davvero si può fare un’analisi sui singoli punti selezionandoli e sommandoli in modo avulso dalla visione generale della politica, della democrazia, del futuro? Reddito di cittadinanza, partecipazione civica, critica al sistema capitalistico, riduzione dei vitalizi dei parlamentari, trasparenza nei rendiconti pubblici, chiusura domenicale dei centri commerciali possono andar bene:  ma poi? Quale tipo di governo della cosa pubblica potremmo avere se guardiamo alla filosofia di fondo che costituisce l’imprinting del pensiero “grillino”? Un pensiero che, a mio giudizio, sarebbe davvero una grande iattura per la nostra democrazia se prendesse definitivamente piede (ma temo sia ormai di gran successo presso il pubblico)…  Esso si basa su elementi cruciali.

Primo, il giudizio sull’Europa, quella faticosa costruzione di un’alleanza pacifica e solidale, colta, illuminata e popolare insieme, che di certo con la sola Unione monetaria non abbiamo ancora realizzato, ma che non può essere giudicata definitivamente morta se non lasciando così il campo a populismi nazionalisti e identitari, forieri solo di nuovi scontri ed egoismi pericolosi. “Questa Europa non ha futuro – dice Grillo –, è una nave dei folli”. Ma piuttosto che correggerla e migliorarla, sarebbe forse meglio spegnerla e dichiararne fallito il progetto? Su questo le idee, le parole e le proposte pentastellate sono non solo diverse ma proprio all’antitesi da quelle che propugnano molti avveduti cattolici democratici (si veda il nostro documento su http://www.c3dem.it/europa-il-sogno-deve-continuare-the-dream-must-go-on/) e che, soprattutto, sono affermate con decisione da gran parte dell’insegnamento del magistero della Chiesa e, con particolare forza oggi, da papa Francesco. E su questo insegnamento, per inciso, si fonda anche una più aperta, ragionevole e coraggiosa politica di gestione dei flussi immigratori.

Secondo punto di forza del pensiero grillino: la negazione totale e definitiva del principio di autorità, di ogni principio di autorità, quello scientifico, quello istituzionale, quello culturale. Sotto il paravento del richiamo alla priorità del libero volere del cittadino (che, però, quando è lasciato solo è sempre debole), è proprio questa negazione che, in molti campi, si viene ad affermare con la totale “autodeterminazione” di ogni singolo: “l’uno vale uno”, la critica ai vaccini faticosamente approvati e sperimentati dalla comunità scientifica, il Parlamento che è ormai morto, così come (ovvio) sono considerati morti partiti sindacati e associazioni varie (vedi, ad esempio, il muro contro muro che a Roma le associazioni della società civile stanno facendo con l’amministrazione comunale per farsi riconoscere il “valore sociale aggiunto” del loro lavoro). Ogni principio di intermediazione, che si richiama poi anche ai principii di rappresentatività e responsabilità, per i grillini ha fatto il suo tempo. Non esiste più, in teoria e nei fatti. Si passa, come insegnava Gianroberto Casaleggio, con naturalezza e senza vederne le criticità palesi, alla possibilità di una democrazia diretta totale e continua, che, con il richiamo costante ai referendum e alla consultazione popolare, deresponsabilizza chi governa e amministra da ogni possibile conseguenza, e lo esonera dalla necessaria competenza e dalla altrettanto necessaria ricerca di soluzioni mediate. Non c’è più un popolo e una città, un Paese e uno Stato, c’è solo la somma di singoli. Ha ragione solo chi ottiene la maggioranza. Punto. (E a volte, neppure, visto che il capo in alcune scelte ha l’ultima parola).

Davvero questo s’inscrive nel quadro della dottrina sociale cattolica, o non ne è, invece, l’esatto contrario? E possiamo trascurarlo come un dettaglio nel nome di facce nuove e di una semplicità di modi (un po’ arrogante, poi, nei confronti di chi, invece, della correttezza e della pacatezza dei toni ha fatto uno stile e una modalità non occasionale e artificiale)?

Anche a voler sorvolare sulla tecnica che renderebbe corretto e trasparente questo meccanismo di democrazia diretta (e sappiamo che ci sono problemi enormi), siamo di fronte, a me pare, a un concetto di democrazia che non tiene conto: a) degli esclusi, di coloro che non partecipano (a volte per scelta, ma spesso per esigenze pratiche di mancanza di cultura, d’informazioni e di tempo) ai processi di scelta; b) dei grandi poteri (comunicativi ed economici) che influenzano in modo determinante le scelte; c) della necessità che la politica (e chi ci rappresenta) si assuma a volte anche la responsabilità di fare scelte impopolari per un bene superiore e di mediazione più alta; d) dei conflitti che la soluzione finto-democratica può generare di fronte ad un aut-aut che spesso (lo abbiamo constatato il 4 dicembre) la consultazione a maggioranza secca determina.

E, dunque, chiediamoci: su questo noi cattolici democratici abbiamo qualcosa da dire e da praticare, un segnale diverso da dare, che di certo tenga conto delle devastazioni morali che tanta parte della politica negli anni passati ha determinato, oppure zitti e mosca di fronte al vento nuovo che i “non contaminati” sembrano favorire a costo di ulteriori danni? Non bastano solo una riflessione e un confronto seri, condizione necessaria ma non sufficiente per ricondurre tanti delusi dalla politica ad un atteggiamento propositivo e positivo: è necessario di più. Proposte e buone pratiche. Chi ce l’ha si faccia avanti; e sappiamo che in giro per l’Italia ce ne sono tante e tanti. E – aggiungo – l’informazione che si definisce “d’ispirazione cattolica” continui a fare il lavoro prezioso che ha fatto sin qui per dare visibilità a queste sparse perle di saggezza. Non perda il coraggio, nell’onda deprimente della sfiducia generale per ogni forma collettiva di valorizzazione delle istituzioni, di “comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”, richiamo su cui Francesco ha fondato, con forza, il suo messaggio per la Giornata internazionale della comunicazione del 28 maggio. Un’esortazione pressante, e non solo per i comunicatori di professione.

 

Vittorio Sammarco

One Comment

  1. Mi pare sia di un qualche rilievo l’articolo di Massimo Franco, pubblicato sul Corriere della Sera del 21 aprile, che riferisce della reazione di Mons. Galantino, Segretario della CEI all’intervista a Grillo pubblicata su Avvenire e alle dichiarazioni di Marco Tarquinio. Nell’articolo si dice che “il problema è convincere la gerarchie ecclesiastiche che quanto è successo è un incidente di percorso, non una strategia”.
    Vorrei modestamente suggerire l’esigenza che si faccia tutto il possibile e il necessario per chiarire e convincere di ciò anche e soprattutto i cattolici, in particolare quelli impegnati in politica e nel sociale.
    Se alla Chiesa non si può non riconoscere il diritto-dovere di parlare, in termini di laicità e neutralità, con tutte le espressioni della realtà politica, parimenti non si può non riconoscere che questa vicenda evidenzia l’esistenza di un problema vero che chiama in causa i laici cristiani e in particolare i cattolici democratici che sembrano essere scomparsi e pertanto incapaci di mettere i campo una proposta programmatica di ispirazione cristiana, non un improponibile partito, collocata con chiarezza dentro l’area del riformismo.

    Corriere della Sera – 21 aprile 2017

    Galantino e i rapporti tra Chiesa e M5S: «Niente sconti a Grillo»

    Il segretario della Cei e il fastidio dopo le aperture del quotidiano «Avvenire» al Movimento: «Non ero stato avvisato»

    di Massimo Franco

    Mercoledì pomeriggio, entrando e uscendo nervosamente da un consiglio di amministrazione del quale è membro, monsignor Nunzio Galantino quasi urlava: era arrabbiato con il «suo» giornale. «È vero, ero irritato. Come cattolico e come lettore di Avvenire. Perché non sapevo nulla: né dell’intervista di Marco Tarquinio al Corriere né di quella del nostro quotidiano a Beppe Grillo. Sia chiaro: Avvenire non è la Pravda (organo del Pcus ai tempi dell’Unione Sovietica, ndr), e questo è un bene. Né tocca a me dire a chi e come fare le interviste. Ma parlando delle affinità tra cattolici e M5S, si sarebbe dovuto dar conto anche delle posizioni del Movimento di Grillo su temi sensibili per noi e sui quali siamo invece molto lontani: se non altro per non facilitare letture e fraintendimenti su collateralismi futuri o futuribili tra la Chiesa e loro».

    «Sui poveri siamo d’accordo?»
    Preoccupazione comprensibile. Il segretario generale della Cei è da tempo additato come un ecclesiastico che nelle sue prese di posizione abrasive alimenta il sospetto di cripto-grillismo: soprattutto tra chi, nella Conferenza episcopale italiana, non gli perdona una vicinanza, non nascosta, al Papa, e una forte influenza su Avvenire. E sebbene stavolta fosse del tutto ignaro della tempesta in arrivo, Galantino sembra indovinare che i sospetti e le accuse saranno indirizzati in primo luogo contro di lui. E nel momento in cui la Camera approva una controversa legge sul biotestamento, osteggiata dalla Chiesa ma promossa col sigillo dei parlamentari di Pd, SI e M5S. «Non è che si possano fare sconti a Grillo, e sostenere che siamo su posizioni coincidenti per tre quarti», incalza. «E il quarto su cui non lo siamo? Sui poveri siamo così d’accordo? Poveri sono anche i rifugiati che arrivano in Italia. E non mi sembra che su questo i Cinque Stelle siano in sintonia con la Chiesa. Non ci si può dire d’accordo con uno che rispetta sei comandamenti su dieci. Va messo in rilievo anche quanto ci divide dal M5S. Questo è un servizio ai nostri lettori», insiste Galantino. In realtà ieri, rispondendo diffusamente a tre lettere, Tarquinio ha precisato con nettezza di ritenere «distanti» i Cinque Stelle su questioni come aborto e eutanasia, e non solo.

    «L’8 per mille non c’entra»
    Ma l’imbarazzo della Chiesa è evidente, accentuato dal fatto che il caso lievita a un mese dall’ultima assemblea di presidenza di Angelo Bagnasco al vertice della Cei. Cade dunque in una fase nella quale andranno ricalibrati gli equilibri in un episcopato provato dal Conclave del 2013 e l’elezione del Papa argentino. E il vertice di Avvenire rischia di diventare un capro espiatorio. Anche perché il cardinale Bagnasco si preparava alla successione tenendosi a distanza da qualsiasi polemica. Invece, nelle ultime ore sono arrivate telefonate ai vertici della Cei e del Vaticano di istituzioni disorientate dalla presunta svolta della Chiesa. Interlocutori autorevoli si sono spinti a chiedere se dietro la distensione con i Cinque Stelle ci sia il timore di perdere l’otto per mille: il contributo statale che ogni anno arriva alla Cei nelle dichiarazioni dei redditi; e che Grillo in passato ha minacciato di abolire. Monsignor Galantino sa che aleggia questo sospetto. E insorge: «Ritengo che nella Chiesa italiana nessuno sia disposto a barattare i nostri valori con l’otto per mille. Chi lo fa appartiene a un’altra Chiesa. Mi sento di potere affermare che io e tutti i vescovi la pensiamo così». Il segretario della Cei si difende con foga, senza concedere nulla. Quel tema, l’otto per mille, rimane come un tallone d’Achille che gli avversari della Chiesa toccano a intermittenza, per misurarne la debolezza: tanto più che dal 2008 al 2016 è calato dell’11,1 per cento, nonostante la popolarità di papa Francesco.

    Nessuna scomunica
    «Dell’otto per mille stiamo parlando con tranquillità, e dunque non è questa la nostra preoccupazione», assicura. «Abbiamo detto di esaminare pure i bilanci della Cei per vedere come utilizziamo quel contributo. Mi permetto di dire che chi alimenta questi sospetti spesso è in malafede». Ma ormai il problema non è la vicinanza vera o presunta a Grillo. Il problema è convincere le gerarchie ecclesiastiche che quanto è successo è un incidente di percorso, non una strategia. Ci sono vescovi italiani inclini a sospettare che l’«operazione Cinque Stelle» sia frutto di una manovra della quale sono all’oscuro; e affranti perché proprio la stampa cattolica alimenterebbe il disorientamento di un’opinione pubblica già confusa. La sensazione è che Avvenire abbia ritenuto di captare umori che circolano nel suo mondo, intervistando Grillo come aveva intervistato altri politici. Ma le critiche del settimanale Famiglia cristiana al quotidiano fotografano bene un mondo diviso non appena si sfiorano argomenti politici. È come se il vecchio collateralismo con la Dc durante la Guerra fredda, e poi il «collateralismo impossibile» con Silvio Berlusconi, avessero lasciato un vuoto non ancora colmato; e incolmabile con il M5S. Nelle ore più concitate di mercoledì i vertici della Cei avrebbero perfino considerato l’eventualità di un comunicato ufficiale per prendere le distanze da Avvenire. Ma sarebbe suonato come una sorta di «scomunica» inedita e foriera di altre polemiche, evitate dalle poche righe con le quali il direttore ha spiegato di avere espresso sue opinioni personali: precisazione naturale e insieme irrituale. Il vicepresidente della Camera del M5S, Luigi Di Maio, ieri ha detto che «la Chiesa e il Vaticano noi li viviamo come un partito con cui allearci», confermando il dialogo in nome della realpolitik. Rimane da capire fin dove si potrà spingere senza provocare una reazione di rigetto.

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