ALLA RICERCA DI UN’IDENTITÀ DEL PD. GRILLO E LA POVERTÀ. JOBS ACT RIDISCUSSO

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Franco Monaco interviene sul post-referendum con una lettera ad Avvenire (“Per ricucire si deve educare alla coscienza costituzionale”) e sul progetto Pisapia con un articolo sul Manifesto (“Pisapia realista. L’idea fa i conti con il PdR che c’è”). Prosegue l’inchiesta di Marco Imarisio sul Pd: “Il partito cannibale” (Corriere della sera). Su La Stampa un’intervista a Roberto Speranza, “Basta col Pd amico dei potenti. Gentiloni può durare solo se affronta la questione sociale”, e una nota di Federico Geremicca rivolta agli antirenziani, “Alla ricerca di un’identità per il Pd”. Sull’Unità il pd calabrese Antonio Castorina scrive: “Il Pd e il rilancio al Sud”. Stoccata al Pd di Stefano Folli su Repubblica: “Vitalizi, un dono all’antipolitica”. Sul programma politico-culturale di Beppe Grillo intervista a Giuseppe De Rita su Repubblica: “Grillo? Loda i poveri chi povero non è. La nostra identità si fonda sulla crescita”. Sul tema scrive anche Michela Marzano su Repubblica: “L’elogio della povertà e della rassegnazione”. Sul lavoro e sui referendum contro il Jobs act scrivono Leonardo Becchetti (“La scure referendaria e la sfida dell’occupazione”, Avvenire), Oscar Giannino (“Il Pd assediato dai pentiti del riformismo”, Mattino), Tommaso Edoardo Frosini (“Ma sul Jobs act il referendum è inammissibile”, Foglio), Michele Tiraboschi (“Né conservare né rottamare, una sintesi oltre il Jobs act”, Avvenire), Claudio Cerasa (“La vendetta dei corpi intermedi”, Foglio), Roberto Ciccarelli (“Articolo 18 e voucher, i modi per neutralizzare i quesiti referendari”, Manifesto), Stefano Lepri (“Evitiamo le trappole del passato”, La Stampa).

 

 

 

 

 

 

 

 

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  1. A proposito degli articoli di Franco Monaco su Avvenire e sul Manifesto. Per quanto riguarda la lettera inviata ad Avvenire, ne condivido pienamente lo spirito di impegnarsi per promuovere la e per sollecitare la scuola a svolgere il continuo compito di educare alla cittadinanza e ai valori della Carta.
    Per quanto riguarda l’articolo su Il Manifesto, invece, non riesco a capire – al di là del fatto positivo di una riaggregazione della sinistra capace di non isolarsi, ma di convergere in un’alleanza governativa insieme al PD – quale funzione (e in che collocazione) debbano assumere e svolgere i cattolici democratici in uno schema PD / Campo Progressista. La cosa sarà anche realistica, ma non mi convince. Avendo seguito sufficientemente le posizioni di Monaco in questi ultimi periodi, e condividendoli sostanzialmente, mi sarei aspettato la proposta (il suggerimento) di un contenitore di centro sinistra che raccolga le istanze anche di molta parte ed esponenti del cattolicesimo democratico per un programma fondato sulla giustizia sociale, sulla difesa delle autonomie, sull’impegno per la nonviolenza e la pace, sulla difesa dei diritti dei lavoratori e del lavoro, su un’Europa diversa più solidale più accogliente più pluralista, sull’uguaglianza la partecipazione le opportunità per i giovani e la tutela della middle class. Lo schema derivante dall’iniziativa di Pisapia (buona in sè, se serve ad aggregare) presuppone invece che il PD slitti ancora un po’ verso posizioni vetero centriste e Campo Progressista si intesti la rappresentanza dei temi sociali più qualificanti. Secondo me, questo, porterebbe il cattolicesimo democratico o a sciogliersi senza alcun ruolo dentro un contenitore promosso e gestito da altri oppure a restare in un altro contenitore dove sbiadiscono sempre più gli aspetti “rivoluzionari” della Laudato sì di Papa Francesco

  2. Ringrazio Baviera: quello da lui posto è un serio interrogativo. Potrei cavarmela cosi: ho sempre considerato il cattolicesimo democratico come una cultura politica atta a fermentare dall’interno più esperienze politiche e di partito. Del resto, così fu anche nella lunga stagione della Dc, quando per un verso il cattolicesimo democratico fu solo una parte, spesso minoritaria, e non il tutto di un partito-confererazione, e per altro verso vi furono cattolici democratici che agivano fuori dalla Dc.
    Ma la serietà della domanda meriterebbe un approfondimento in due direzioni che posso solo accennare: l’una un po’ teorica circa l’idea-concetto di cattolicesimo democratico, l’altra più pratica circa il rilievo di esso nel PD.
    Sul primo versante, cui si dedica meritoriamente c3dem con il suo prezioso servizio di informazione-documentazione-confronto, sarebbe utile riprendere taluni densi saggi di Guido Formigoni. Laddove egli, tra storicizzazione e concettualizzazione, fissa un senso preciso e pregnante della nozione di cattolicesimo democratico. Una parte appunto, e spesso minoritaria, del più vasto e articolato cattolicesimo politico. Quella parte – semplifico – che si riconosce in una idea di “democrazia sostanziale”, che si sostanzia cioè di autonomia/laicità della politica, di cultura della mediazione e delle autonomie, di ben inteso principio di sussidiarietà, di apertura sociale e tensione all’uguaglianza sostanziale. Si potrebbe dire, molto grossolanamente, naturaliter di centrosinistra.
    Sul secondo versante, naturalmente, i giudizi possono essere legittimamente diversi. Riassumo con schiettezza il mio. Si, vi fu un tempo – quello nel quale taluni di noi, insieme a Prodi, già vent’anni orsono sognavano e si adoperavano per fare dell’Ulivo il laboratorio del PD, imbattendosi in tenaci resistenze identitarie di ex Dc ed ex Pci – nel quale immaginai che il PD potesse rappresentare un luogo privilegiato ancorché non esclusivo di condensazione della cultura cattolico democratica. Ma sarei reticente se tacessi l’impressione che l’attuale realtà del PD non corrisponda a quelle alte attese. Nel PD operano un buon numero di ex Dc, ma faccio fatica a riscontrare le tracce del pregnante cattolicesimo democratico come precisamente definito da Guido. Un solo esempio legato alla cronaca di questi giorni: la influente componente ex Dc che mette capo a Franceschini oggi non esclude l’idea di un’alleanza con FI per la prossima legislatura. Più generalmente la mia impressione è che il posizionamento neocentrista del PD (decisamente diverso da quello nel solco dell’Ulivo) sia cosa fatta e che dunque, per dare corpo a un campo democratico progressista largo e competitivo, sia utile immaginare di affiancare al PD una formazione di sinistra con cultura di governo, cioè non rassegnata o consegnata a una sterile deriva minoritaria. Di più: mi riesce difficile riconoscere nell’attuale PD una qualche cifra ideologica (in senso buono). Non nego che esso abbia fatto e faccia anche cose buone. Ma non mi riesce di scorgere, a monte delle conclamate riforme e dell’enfasi sul cambiamento, una visione riconducibile a un qualche ancoraggio politico-culturale. Molta tattica, molta comunicazione, molta ricerca del consenso a breve, molta delega al leader, a discapito delle sedi di elaborazione e confronto collettivo. Insomma un certo occasionalismo. Rammento che, quando si ideò l’Ulivo e, in prospettiva, il PD, l’obiettivo era certo quello di realizzare una sintesi nuova (con nuovi gruppi dirigenti) senza però recidere le radici ben piantate nelle culture democratiche che hanno forgiato la storia italiana ed europea.
    Ma forse sbaglio, mi fa velo la vecchiezza.

  3. Ringrazio Monaco per l’attenzione prestata al mio commento. E proprio perchè da tempo non sono più iscritto al PD, condivido anche i rilievi che Monaco pone a quel Partito. Ma continuo a pensare che costruire un contenitore che riunisca le sinistre con spirito di governo (cosa positiva) che continua a riproporsi come continuazione della storia del socialismo umanitario e democratico (del resto avrà come approdo inevitabile lo scatolone del vecchio Partito Socialdemocratico Europeo) e a cui si aggregano i cattolici democratici delusi dal PD, non sia il massimo delle aspirazioni. Mi aspettavo (e mi aspetto tuttora) la proposta, il suggerimento di dare vita ad una formazione politica di centrosinistra (non mi interessa ora se con o senza trattino) mantenendo l’obiettivo “di realizzare una sintesi nuova (con nuovi gruppi dirigenti) senza però recidere le radici ben piantate nelle culture democratiche che hanno forgiato la storia italiana ed europea”, che parta:
    – dal contrasto agli attacchi alla democrazia che nel mondo vengono dalle Istituzioni finanziarie e capitalistiche (le tante crisi sociali ed economiche in molti Paesi non sono frutto delle decisioni autoritarie di queste istituzioni non elette e in mano a tecnici e lobby?);
    – dall’impegno a sostenere sia le autonomie locali e i nuclei naturali sia i popoli (penso ad esempio ai curdi e ai palestinesi) sempre più emarginati e isolati dal dibattito pubblico a seguito di una globalizzazione che, insieme a tanti meriti, distrugge culture, tradizioni, e partecipazione;
    – dalla necessità di ripensare e rifare la Federazione Europea su basi diverse da quelle su cui si è incamminata negli ultimi anni, solo basata su parametri economici, su direttive a volte irrispettose dei sentimenti nazionali, su un Governo deciso dagli Stati e non dai popoli.
    Grazie ancora a Monaco e un augurio di buon 2017 alle persone e alle associazioni della rete c3dem

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